venerdì 15 gennaio 2016

la miglior opzione

"Per molto tempo crediamo di conoscere la natura dei nostri desideri, delle nostre inclinazioni e dei nostri stati d'animo. Ma poi arriva un attimo in cui un'esplosione assordante -perché il pianissimo del silenzio può equivalere talvolta al fortissimo di uno scoppio- ci avverte che viviamo in luoghi diversi da quelli in cui vorremmo vivere, che non ci occupiamo delle cose per cui abbiamo attitudine, che cerchiamo i favori o suscitiamo la collera di persone con cui non abbiamo nulla in comune, mentre ci manteniamo distanti, sordi e indifferenti nei confronti delle persone di cui sentiamo nostalgia e a cui siamo legati da un vincolo profondo. Chi non presta ascolto a un tale avvertimento rischia di vivere una vita goffa e dimezzata, senza mai essere veramente se stesso. Non è un sogno e neanche "un sogno a occhi aperti": è uno strano, rapinoso stato d'animo quello che ci rivela quali siano i nostri compiti, i nostri obblighi e il nostro destino, e che cosa, nella nostra vita, appartenga esclusivamente a noi; questi istanti ci mostrano cosa vi è di personale nella nostra esistenza, quello che entro i limiti angusti della condizione umana costituisce l'essenza specifica dell'individualità."
da "Confessioni di un borghese" di Sandor Marai 

Mi chiedo:
Se essere indipendenti significa al fondo essere fedeli a se stessi, in che cosa consiste davvero la fedeltà a se stessi?
Deve sempre trasformarsi in agire? Bisogna sempre "fare per essere"?
Provo a rispondere alla prima domanda.
No, non credo che l’agire sia in sé l’unico e certo segnale della  fedeltà a noi stessi, non sempre almeno. E credo che ciò sia anche una fortuna, altrimenti il mantenimento della fedeltà a sé stessi si trasformerebbe in una battaglia perenne, in una verifica tanto continua da divenire nevrotica, estraniante, da indurci a confondere l’obiettivo con il fine (e il fine ha sempre un sapore un po’ utilitaristico), da indurci a perdere di vista la fedeltà trasformandola in un obiettivo come un altro, come qualunque altro: un obiettivo "da correre e da vincere".
Credo piuttosto che la fedeltà a sé stessi coincida con l’amore per sé stessi, per la propria dignità e integrità, concepite qui (integrità e dignità) in un senso davvero ampio, non moralistico, non religioso: quell’amore di sé che porta la salute dell’anima e ci fa stare al mondo amando la dignità degli altri come necessità che ci conferma a noi stessi per quello che veramente siamo.
Credo che per essere fedeli a sé stessi si debba cercare di essere sinceri tutte le volte che è possibile, nella misura massima possibile, esercitando la prudenza del non mostrarsi apertamente solo quando è davvero necessario.
L'ipocrisia praticata quotidianamente e  tenacemente non è più una misura prudenziale e/o una necessità: è avaria e svendita dell'anima.  

2 commenti:

  1. le pagine di Marai offrono sempre grandi riflessioni, grazie per questo stralcio. Le tue domande mi riguardano, non credo che l'essere fedeli a se stessi implichi necessariamente l'agire. Proprio perché diventa nevrotico, e io lo bene e mi ci vedo dentro tutta, con la mia mente cavillosa e i miei logorii. Secondo me, essere fedeli a se stessi è quel bel concetto che esprime Agrado in Tutto su mia madre, di Almodovar
    più o meno così "essere una persona autentica è avvicinarsi il più possibile all'immagine di noi che avevamo sognato"
    Ecco, questo mi sembra restare fedeli, senza oboli da pagare a nessuno. Grazie di questo post

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  2. Autentico è mostrarsi per quel che si è davvero, ogni volta che è possibile, anche se la nostra autenticità dista molto dal nostro ideale.
    Accettarsi per saper accettare.
    Un abbraccio, Arnica.

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