venerdì 26 febbraio 2016

dalla ragione alla diversità

L’ultimo passo della ragione é il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano.
Blaise Pascal 




Non so come dire, ma questa frase mi sembra racchiudere un mondo di possibilità interpretative: definisce e sintetizza il passaggio da compiere per non rinchiudersi nel proprio limitato mondo d'esperienza.   
Perché, se per ragione intendiamo tutto quanto il bagaglio razionale che ci siamo dati per interpretare la realtà, prima o poi ci toccherà capire che quel bagaglio non è sufficiente: occorrerà comprare altri abiti e altre valige per attraversare anche la porzione di mondo diverso dal nostro, cercando di comprenderne la lingua ed i riferimenti.
Quando ho letto questa frase di Pascal, ho immediatamente colto un parallelo con l'abusato concetto comunemente denominato "tolleranza", parola che non mi è mai piaciuta troppo e che qui uso solo per semplicità di comunicazione. Sì, non mi è mai piaciuto il concetto di tolleranza, e ora che  è divenuto così  ambiguo e scivoloso, ho iniziato a detestarlo: sa, puzza di sopportazione nei confronti del diverso da sé.il 
Eppure, è banale, ma ognuno di noi è un diverso, diverso da chiunque altro. 
Tolleranza però continua ad apparirmi un concetto costrittivo, cui manca un respiro ampio, privo di venature di falso e riottoso sacrificio, "qualità", queste ultime, che rimandano  a quella che un tempo si definiva "carità pelosa".
Anziché tolleranza, mi piacerebbe dire "apertura di sguardo verso l'altro da sé", definendo così un sentimento, una disposizione mentale, spogliata da ogni venatura di diffidenza e, contemporaneamente, priva di possibilità di scivolamento verso il meschin-pensiero del "tollero perché faccio finta di non vedere e di non sentire".
L'apertura di sguardo è tutt'altra storia rispetto alla contagiosa apatia civile travestita da tolleranza, che sta distruggendo l'identità di ognuno e di tutti, all'insegna del "purché tu, diverso, ti renda invisibile, sì da non recarmi fastidio".

(Mi scuso se ho scelto una così personale interpretazione della frase di Pascal, ma ne avrei altre dieci, almeno dieci, da far zampillare da quella frase...e chissà quante altre ognuno potrebbe suggerire...)

viola

8 commenti:

  1. Finalmente qualcuno che la pensa come me in termine di "tolleranza".
    Vivo all'estero da anni, appartengo ad ambienti medio elevati ed elevati nella comunità in cui vivo, diciamo frequentati da persone di livello di intelligenza superiore e di ampia portata e veduta, tuttavia, pur essendo anche io membro di uno stato dell'EU addirittura uno dei tre stati fondatori, mi à capitato spesso di sentirmi dire che "gli stranieri da noi devon essere tollerati".
    Non esiste parola più discriminante di "tolleranza", se la guardi e la comprendi bene. Significa: io qui sono a casa mia e se tu farai tutto quello che voglio io sono disposto a tollerare la tua presenza negli stessi posti che frequento io.
    A costoro io ho sempre risposto: noi siamo diversi come tu sei diverso da tuo fratello e da tua moglie, pertanto tu non mi devi tollerare, ma accettare come sono mentre io accetto te e le tue abitudini.
    Perché allora, Sabina, si è soliti dire questo non lo tollero piuttosto che questo non mi piace o non lo accetto? La parola tolleranza deriva dal latino tolerantia che deriva dall'infinito tollere che significa "sopportare".
    Ecco quindi che essere tollerati vuol dire essere sopportati, come dei vecchi scemi.

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    1. Penso di poterti rispondere limitandomi alla tua domanda finale: dire non mi piace,dirlo con rispetto, è un'assunzione di responsabilità, un mettersi a disposizione del confronto, l'esatto contrario dell'indifferenza a buon mercato spacciata a volte per tolleranza.

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  2. A volte ho l'impressione che se non cerchiamo il pelo nell'uovo non siamo contenti. Se esiste la tolleranza, ( e ognuno può dare alla parola il significato che meglio crede)è perché esiste il suo contrario, l'intolleranza. Non penso che la prima abbia mai provocato guerre o abbia mai ferito la sensibilità di qualcuno; la seconda invece si, ha causato e continua a causare nel mondo morte e distruzione. Diceva Gandhi: "io non amo affatto la parola tolleranza, ma non ne ho trovate di migliori.

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    1. Comprendo, anzi condivido la tua critica: l'avrei mossa anch'io se avesi inteso l'intenzione pura e semplice di disquisire a "stretto giro di vocabolario", ma non volevo dire questo...probabilmente non ho saputo spiegarmi compiutamente, nella direzione che intendevo dare al discorso.Mi spiace.
      Quel che intendevo indurre era una riflessione più ampia sull'effettiva misura della disponibilità verso chi è diverso da noi.
      Sai,@Remiglio, per dirla con semplicità e fare un esempio concreto-concreto, mi capita troppo spesso di ascoltare discorsi "intolleranti" da parte di persone che, vuoi un minuto prima, vuoi un minuto dopo, se ne escono con un esaltato: guarda che io non sono razzista!
      Quanto a Gandhi...sono dalla sua parte, ovviamente.

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  3. tolleranza sarà forse un brutto termine, ma è niente rispetto a "tolleranza zero"

    massimolegnani

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    1. Eh, sì, "tolleranza zero" è un'espressione che sta sempre in bocca a gente orrenda!

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  4. Ho sempre pensato che tollerare sia sinonimo di sopportare.
    E sopportare non è accettare.
    Questo è quanto.

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  5. Ancor meglio di accettare sarebbe "ragionare su".

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