mercoledì 17 febbraio 2016

fiori popolari


Passo tra vecchie case popolari, condomini immensi, cortili interni dalle mattonelle per lo più sbrecciate, con così tante scale che arrivi a declinare metà dell‘alfabeto: è la parte più vecchia di un quartiere che fu pasoliniano, ai tempi in cui c’era solo il trenino urbano ad unirlo alla città. E, fino a poco tempo fa, c’erano Citti e Davoli seduti ai tavoli dei bar.
Le case di questa porzione di quartiere appartengono ad antiche cooperative, e cooperativa è la parola che ricorre sulle vecchie targhe d’ingresso e che segna irrimediabilmente la vecchiaia dei luoghi, oggi che cooperazione è divenuto un vocabolo lunare. Sono case mai ammodernate, invecchiate esattamente come i loro abitanti: dentro gli appartamenti  ritrovi i parati a motivi decorativi troppo grandi, vie di mezzo tra la geometria (improbabile) e l’arabesco (altrettanto improbabile), con colori viranti al giallo e al verde: effetti eccessivi, quasi allucinatorii nel  rimbalzo dei disegni e dei colori nei corridoi a budello, dove si transita a senso unico alternato, corridoi tutti uguali, che approdano al fondo nell’intimità di piccolissime cucine, dove regna poca luce e i pensili sono ridotti alla stretta necessità. Gli abitanti di questi vecchi alveari sono per lo più coppie di anziani, di estrazione sociale modesta, artigiana ed operaia.
Di tanto in tanto mi capita di entrare in case così, a cercare la sarta per un orlo o la signora che ancora lavora a maglia e sa rimediare a qualunque disastro della lana. Ci trovo spesso odori buoni e accoglienti, di cucina tradizionale, di cibo appena cotto, preparato con tempo e cura illimitata. In autunno poi è un tripudio di profumo di carciofi, i fiori popolari di Roma.
Le cuoche dei condomini popolari sono per lo più le ex-ragazze dell’ultimo dopoguerra: ti aprono la porta e ti fanno strada fino al tinello camminando con passo felpatissimo; invecchiate dentro a calze pesanti e maglioni spessi, messi a scaldare e custodire le forze residue della vecchiaia, portano occhiali dalle montature grandi e ossidate.
Una sera, in una di queste case, annusai un odore di carciofi, così buono come mai l’avevo sentito prima, di una dolcezza inusitata. Ero stata accolta alla porta da due ragazze adolescenti, con aria grave e grandi occhi scuri. Mi fecero accomodare in un salottino anni ’50, dal quale potevo  sentire  la padrona di casa mentre impartiva ordini all’intera famiglia: si capiva che stavano per mettersi a tavola, ma sembrava di assistere alla messa in riga per una parata.
Quando la cuoca e nonna, Ines,( anzi, meglio, detto alla romana, Inese), apparve in tinello, era perfettamente  in ordine, come se fosse pronta per uscire. Le spiegai il lavoro di cui avevo bisogno, l’orlo per una gonna, e, prima di andarmene, non resistetti a dirle: “che buon odore di carciofi, signora, complimenti”. Inese si schermì nel suo facciotto rotondo, ridendo con modo civettuolo ed astutello assieme, e subito avvertì il bisogno e l’obbligo di darmi alcuni veloci  ragguagli su come aveva preparato i carciofi.

Io cercai di abbreviare al massimo i tempi per non disturbare oltre quell’attesa mistica della tavola, ma, tornando a casa, pensavo a come s’è complicata inutilmente la vita, a come riesce ad allontanarci dalla dolcezza degli odori dei  ricordi.
Ripensavo alle due nipoti di Ines, ai loro occhi, così scuri e gravi, all’atteggiamento da scolarette che tenevano in casa della nonna: erano sicuramente due ragazze come tante, capaci di risultare talvolta indisponenti, ma nella casa di Ines  tornavano nipoti alla maniera antica, accudite con cibo d’affetto a  tavola, e non solo,  ma istintivamente attente a rispettare il vecchio ordine familiare ed il suo capo,  la nonna Ines. Perché dalla sua fucina delle delizie, in fondo a quel corridoio stretto come un budello,  Ines riusciva ancora a tenere a bada anche le figlie del secondo millennio, armata di pentole, sapienza, e un profumo di carciofi da tramortire. 

8 commenti:

  1. I profumi di una volta sono come le mezze stagioni: non esistono più. :-)

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    1. @Remigio, io credo invece che esistano ancora, ma penso anche siano travolti e oscurati dalla furia dei tempi e degli odori dei tempi.

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  2. ha un buon sapore questo post(o), non solo per i carciofi ma per i tuoi occhi che sanno guardare e per le tue parole che ci sanno dire.
    massimolegnani

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    1. GRAZIE, Carlo, sento di doverlo scrivere a lettere tutte maiuscole.
      Ciao.

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  3. Carciofi!!!!
    Ma quanto sono buoni...

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  4. Mia nonna si chiamava Michelina ed era veramente così, una Michelina formato mini, ma di una energia che nemmeno una gigantessa possedeva. Lei era cuoca diplomata in una scuola svizzera, ma io questo l'ho saputo da mamma, che mi faceva segno di tenere sto segreto, perché lei era una donna timida e mai se lo lasciò sfuggire, come quella volta che vennero nella nostra città Re Pippeto, al secolo Vittorio Emanuele III e la Regina Margherita e chiamarono proprio lei per il pranzo. Fece tra l'altro dei carciofi, che erano di stagione, così buoni che la regina la mandò a chiamare e le disse che le avrebbe mandato la sua cuoca personale perché imparasse a cucinare quella delizia. E mia madre raccontava che la cuoca arrivò e si fermò tre giorni e si fece dare altre ricette oltre quella dei carciofi.
    Casa nostra a quei tempi aveva le pareti alte minimo tre metri e mezzo, con alle pareti una carta di parati con disegni che sembravano germogli in fiore e i fili della luce esterni tenuti fermi da una sorta di minuscoli aggeggi di porcellana che sembravano bicchierini capovolti. Non c'era la TV, la radio che sembrava un tabernacolo stava in alto sopra un mobile al di fuori della portata delle mani barbare mie e di mio fratello. C'era tanto silenzio tutto il giorno e poi si sentiva il canto sottile e dolcissimo di nonna Michelina che cucinava cose buonissime che si lasciavano mangiare già dall'odore.
    Bellissimi ricordi.

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    1. @Vincenzo, innanzitutto scusami per aver cancellato un tuo precedente commento su di un post più vecchio. Penso fosse proprio tuo, nonostante le mie dita folli e maldestre lo abbiano involontariamente cancellato prim'ancora che io potessi essere certa della tua identità. Ora però, rivedendo la tua iconcina, sono quasi sicura che fosse tuo il commento da me maldestramente cassato.
      Quanto a quello che hai scritto qui, che dire? che meriterebbe il posto di un post...e non lo dico per creare un gioco di parole: lo penso davvero.
      Ciao,
      Sabina

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