venerdì 12 febbraio 2016

il principio del disordine

Spesso mi è capitato di sentir gravare su di me il peso “d’aver innescato il principio del disordine”.
Soprattutto da bambina e da adolescente ho avvertito il peso di quest’addebito da parte degli adulti e, talvolta, ci ho perfino pianto sopra, però sempre quand’ero sola.



Per spiegare cos’intendo per principio del disordine, vi racconterò una storia della mia età bambina.
A otto anni- ero in terza elementare e andavo a scuola dalle suore- quando la mia maestra si assentava per insegnare in un'altra classe, 2 o 3 ore a settimana, veniva un'insegnante di disegno della scuola media, suora anche lei.
Non ricordo il nome dell’insegnante di disegno, ricordo però com'era: severa senza necessità, direi per sfida, con pretese inverosimili dal punto di vista didattico, una giovane donna quasi sicuramente nevrastenica per condizione e scelta di vita (e qui, ve lo assicuro, non sto sprofondando nel classico luogo comune).
Tutto in lei, fisicamente parlando, comunicava qualcosa che aveva a che fare con l’attitudine del legno, intendo il legno che non è più albero e forse non sarà mai oggetto, cioè né utile, né bello.
Fatto sta che, per motivi che non ho mai capito, mi aveva preso di mira: non era colpa né del mio rendimento, né di un mio ipotetico ed esagerato scalmanamento. Vai a capire cosa le trasmettevo, in fin dei conti ero una bambina piuttosto timida. 
Fatto sta che mi richiamava sempre, per lo più senza motivo. Così un giorno, all'ennesimo richiamo immotivato, piovutomi in testa  mentr'ero china e assorta nel mio lavoro, le risposi, contestando il suo accanimento senza ragione. Non l’avessi mai fatto: si gonfiò di furia e di vento.
Mi ordinò l’attenti (sì, mi sentii proprio un soldatino innocente) e chiese imperiosamente il mio cognome per punirmi con qualche forma di richiamo che lasciasse traccia dei miei misfatti. Ma l’ingiustizia prolungata ed insensata mi trasformò in una leoncina: così mi alzai solo alla terza richiesta d’attenti:
"dimmi come ti chiami! "
e io, come rispondessi da Marte:
"non me lo ricordo più".
L’aguzzina sembrò impazzire, ripetè la domanda altre due volte ed ebbe ancora la stessa, stralunata risposta.
Ovviamente minacciò punizioni memorabili, mentre si richiudeva con sdegno degno della peggior Grimilde nella sua attitudine legnosa: il vento della sconfitta le turbinava in corpo. Di certo non poteva immaginare, come non potevo immaginarlo io, quale seme del principio del disordine s’era disperso, incontrollato, quel giorno nell’aula.


Neanche una settimana dopo, la segaligna prese di mira un'altra bambina, una che avrebbe vinto tutte le universiadi della timidezza. Stesso incomprensibile rodimento, stessa procedura di accanimento, stesso richiamo immotivato.
"in piedi! dimmi come ti chiami! lo dirò alla tua maestra!"
Ed ecco che P., mammola tra le mammole, viola in volto per tutto quanto, e di timidezza e di rancore per l’ingiustizia, le si agitava dentro, si alzò e rispose:
"non me lo ricordo!"
Fu come se crollassero i muri, l'arpia sembrò sull’orlo di un infarto: era il secondo affronto in una settimana! e, poi, soprattutto, c’era la traccia precisa della mia miccia. 
La legnosa minacciò punizioni da giudizio universale, esattamente come aveva fatto con me, ma, stavolta, nella sua voce si riconosceva il timbro della sconfitta.
Io mi girai verso P., che sedeva negli ultimi banchi per via dell’altezza, e la guardai: P. aveva già chinato di nuovo la testa sul disegno e non incrociò il mio sguardo; era ancora più viola in viso, forse per la paura dell'affronto commesso di fresco, forse stava piangendo per paura del suo stesso coraggio.
So, ricordo ancora bene, che provai mille e uno sentimenti insieme, come se mi fosse entrato in corpo un tornado: ero sconcertata ed ero fiera, ma mi sentivo stranita anche, gravata dalla responsabilità di un esempio che mai avrei immaginato di dare. Certo, non mi sentivo più sola: mi ritrovavo unita ad un’altra timida scopertasi guerriera.
Da quel giorno, la disegnatrice perfida non fu più così cattiva con nessuno. Cattiva ancora sì, ma meno di prima.

11 commenti:

  1. Bella la storia. Dunque questo tu intendi per "innescare il principio del disordine"? Insomma essere un can che abbaia fuori dal branco e non alla luna; un controcorrente. D'accordo. Nessuno ti può forse capire meglio di me, nato abbaiatore in solitaria, ma non eroico combattente contro mulini a vento, diventato per scelta e per convinzione colui che gira sui talloni ed esce fuori dal gruppone prendendo deciso la direzione opposta. Sono certamente più vecchio di te e ti garantisco che imboccare la strada del Pelide Achille porta all'isolamento, a volte ad essere snobbati dagli altri (quali? ma i pecoroni, quali sennò, quelli che galleggiano sempre per dote naturale e per vizio); ma io mi ci trovo benissimo e non scambierei la mia strada in solitario con nessuna autostrada ingruppato con tutti gli altri.
    Basta stare a posto con la propria coscienza.
    L.A.

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    1. Non proprio un can che abbaia fuori dal branco, piuttosto una che, quasi senza pensarci e, soprattutto, senza calcolarne le conseguenze, insorge dal suo piccolo (e nella storia che ho raccontato era proprio tanto "dal mio piccolo") contro l'ingiustizia ingiusta-che-più-ingiusta-non-si-può.
      Il peso dell'ingiustizia mi risulta insopportabile, sempre e in generale, e tuttavia quella piccola-grande ribellione di allora, così imprevedibile, sia nel modo (surreale, cinematografico direi), sia negli effetti (per il contagio che ne derivò) mi sembra sempre, ancora adesso, uno di quei rari momenti di ancor inconsapevole istinto ribelle e libertario che capitano nella vita e ti fanno stupire di te stesso.
      Quanto al preferire l'isolamento alla condivisione acritica del pastone mentale distribuito a tutti...beh, con me sfondi una porta aperta...però, se fosse possibile riconoscersi in un po' di più "di pochi e rari" non omologati sarebbe davvero bellissimo, non credi?

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  2. Certe persone scaricano le proprie frustrazioni, i propri fallimenti sui più deboli: in questo caso, su una bambina timida come eri tu. E allora, in quella occasione, hai fatto bene ad innescare quel tuo "principio del disordine"...

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  3. sì, @Remigio, lo penso anch'io.
    Certo, a ripensarci, ancora adesso, mi sembra di raccontare una scena da film: hai presente certi film sull'educazione dei ragazzi e su certi metodi educativi repressivi?

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  4. mi sa che ho fatto di nuovo sparire involontariamente un commento e manco mi ricordo di chi era per potergli chiedere scusa...aiutoooooooooooo!!!!

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    1. Era il mio. Capita anche a me. Volevi rispondere e hai cliccato elimina, ma non va via al volo, ti chiede conferma.
      E tu glielo hai confermato.
      E io non mi ricordo più quel che ti avevo scritto.
      Porta pazienza.
      L.A.

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    2. Però io ricordo un commento con un'iconcina nuova per me, di blogspot credo, anche se non saprei ridire quel nome...mica ne avrò cancellati due?!? Ecchedè, peggio di Attila, una sterminatrice!

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  5. quasi quasi mi attribuisco la paternità del commento sparito, per pigrizia a scriverne uno:)
    bella ed istruttiva questa tua piccola rivoluzione da "principessa del disordine"
    ciao,
    massimolegnani

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  6. Principessa del disordine?!?
    Wunderbar!

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  7. e quella volta, la lezione l'avete impartita voi! Immagino che per te, bambina, l'enorme senso di ingiustizia sia poi andato di pari passo con la soddisfazione per il riscatto innescato nella compagna...
    Bel disordine!

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    1. @arnica,
      io ricordo più che altro una sensazione di spiazzamento, di sorpresa, di responsabilità enorme-eccessiva che mi cadeva addosso...no, in quel momento non ho provato orgoglio, semmai straniamento

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