lunedì 21 marzo 2016

palazzi, rondini e lavoratrici filippine


L’imponente bellezza ocra di un palazzo del primo novecento  mi ha abbagliato stamattina, mentre percorrevo su di un autobus un viale di case d’epoca. Il palazzo, imponente di suo, se ne stava più ocra di sempre, stagliato contro un cielo color turchese cupo, quel colore che nel cielo di Roma si affaccia soprattutto in-primavera-ma-non-solo.
Sono riuscita a soffermarmici  con lo sguardo, nonostante ci fosse già il solito traffico osceno, che stravolge ogni cosa e sentimento, compreso l’attenzione all’estetica degli spazi: sono riuscita ad apprezzarlo nella pienezza delle luce di una giornata splendida, nonostante io ci sia passata davanti tante altre volte e nonostante l’autobus lo superasse veloce, senza pentimento, correndo incontro all’ennesima piazza con fontana, alberi e giardino.
Contemporaneamente correva verso la stessa piazza un bipede pazzoide e trasognato,  che cavalcava il viale su due ruote di bicicletta. Il bipede (s)vagava con l’occhio attento ad un insondabile altrove, piroettando rapidamente contromano, senza battere ciglio, guardando solo in direzione del suo sogno trasognato e  intralciando la corsa del autobus con le sue giravolte politicamente scorrette.
Ma il ciglio dell’autista giovane e mingherlino non registrava battito, rimaneva anzi fermissimo: le mani sottili, da mancato tastierista, applicate sul volante extra-large con disinvolta sapienza, quasi avesse intrapreso la relazione di guida con il grosso mezzo fin dalle scuole elementari. Mantenendosi superiore a qualunque provocazione, l’autista non cedeva a  nessun segnale mimico di fastidio, giusto una ritoccatina al triangoletto centrale della sua crestina- perfect gel.
Andavano avanti dunque, insieme e contrari:  il bus e la bicicletta, in una riedizione veloce de Les liaisons dangereuses,  con il ciclista trasognato  che sfidava la sua sorte  sulla frontiera pericolosa dell’ultimo secondo,  dribblando l’autobus con una  curva parabolica e scomparendo  con destrezza ipnotica  tra i pulmini rossi e grigi degli ambulanti di scarpe e camicie  parcheggiati in un larghetto poco più avanti,  “so’ deci euro ed è tutta robba ‘taliana, signò!




Intanto, dentro al bus,  una follazza eterogenea, di quelle che così eterogene solo a Roma e a Calcutta ce le  possiamo permettere, premeva contro le porte da dentro e ad ogni fermata anche da fuori, tutti insieme impegnati a dimostrare che la fisica è una storiella da perdenti.
Il  capolinea  s’era fatto ormai prossimo e sulla notizia dell'imminente fine corsa si dilungava al cellulare la lavoratrice filippina, mentre dall’altra parte la sua pedante datrice di lavoro, detta anche Frau-mi-spazientisko-facile, insisteva per ottenere spiegazioni. E più la Frau-mi-spazientisko-facile insisteva, più la povera crista ripeteva la litania delle giustificazioni, rimandando il suo ritardo alla perversità del caos urbano. E più si facevano ossessive e inutili le domande e concitate le risposte, più la lavoratrice filippina inseriva nel suo italiano da battaglia quell’intonazione gong-gong e bong-bong tipica della sua lingua natale: le sue risposte all'implacabile Frau risuonavano come arrampicate d’ansia senza bombole.
Finalmente, tra i gong e i bong imploranti della lavoratrice a ore, la follazza pressante e ondeggiante e la crestina gelificata dell’autista, anch’io vedevo giungere la fine del mio supplizio da mezzo pubblico, tra un languore di stomaco nient’affatto romantico e il ricordo di una canzone sulle rondini di Lucio Dalla, che il cielo turchese cupo m’aveva riportato  in mente.
Ora, direte voi, che c’entra quest’ultima cosa in questo paniere di immagini raccolte alla rinfusa?
C’entra, perché mentre facevo colazione, davanti al cappuccino scuro-come-piace-a-me, mi sono chiesta: ma non sarà per tutto sto casino che le rondini non abitano più qui? E ho deciso di ripescare la canzone sulle rondini e metterla qui.



4 commenti:

  1. paniere ricco e bello il tuo di stamane.
    hai una scrittura oculata e occhi che mentre guardano già scrivere.
    impagabile il duetto tra il ciclista trasognato e il bravo autista.
    bello il palazzo più ocra di sempre :)
    massimolegnani

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    1. ...e però! hai colto esattamente l'impressione che volevo trasmettere, di immagini in movimento, di contemporaneità di svolgimento e di racconto. Sono proprio contenta che sia passato l'effetto "corto" che volevo trasmettere.
      E grazie,Carlo, una volta di più!

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  2. Grazie di avermi riportato indietro ai miei spavaldi anni furenti di trentasettenne. Semplice associazione di idee coagulatemi per via del tuo ciclista semifolle e l'autista gelatinato e impavido. Tu immagina me, ex studente universitario della Sapienza, ex dirigente di azienda andata in fallimento ma non per colpa mia, ex qualunque cosa che emigra in Germania e trova lavoro come autista di TIR, per via di una traduzione erronea della mia patente italiana là dove stava scritto sette tonnellate e mezzo come massimo peso di trasporto del mezzo che potevo guidare tradotto "Fünfundsiebzig Tonne", cioè 75. Allora vai con un mostro di 18 metri di lunghezza per le strade europee. E una mattina alle sei, dopo quattro ore di guida e due sole di sonno, avanti a me a pochi chilometri dal ponte sull'Elba nei paraggi di Amburgo con la nebbia e il ghiaccetto al suolo, un mezzo scemo e mezzo criminale che mi saltella col suo BMW 525 davanti al muso prima a 50, poi a 90, di nuovo a 50, poi a 70, poi quasi fermo poi sul ponte tenta un impossibile stop con una colonna di TIR dietro di me che lampeggiano e strombazzano a tutto Wagner. E io? Io tranquillo come se la cosa non mi riguardasse perché stavo APPUNTO alacremente contando tutte le zigzagate del pischello, che penso ancor adesso, fosse non propriamente sobrio, ma decisamente sbronzo.
    Un bel raccontino il tuo, come si dice? Gajardo.

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  3. @Vincenzo, quel ciclista era fondamentalmente trasognato, visto che, in caso di botto, si sarebbe "sfrantumato" in mille pezzi...certo, pure fare lo scemo o l'ubriaco (che poi, alla resa dei conti, non fa tanta differenza) quando ci si mette al volante è un altro bell'azzardo rispetto alla propria sopravvivenza, in particolare se si sfida più o meno consapevolmente un bestione di 18 metri...fosse per me, questa gente andrebbe condannata al risciò a vita!
    Un saluto gaijardello.

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