martedì 5 aprile 2016

aspirazioni pericolose

foto di Pascal Renoux
Attribuirsi da soli la patente di autorità e di esperienza  sulle parole degli altri è un folcloristico privilegio di teste esaltate, intossicate da un concetto di autostima la cui grandezza sfida le dimensioni della reggia di Caserta e forse anche della tenuta di Balmoral.
Mi viene di pensarlo quando, di tanto in tanto, mi accade di di leggere giudizi e disamine senz'appello su questo e su quello, corredati, con un sussiego degno dei più pavoni tra i pavoni, di annotazioni e svisceramenti, per i quali vengono sperperate energie "intellettuali" impensabili, che di nobile non hanno né il principio né il fine.
Quando mi imbatto in certi analisti autoreferenziali, mi capita di cercare di immaginare le vite di questi soloni della scrittura, costretti tra le quattro mura delle loro idee, idee murate vive più delle monache di Monza, di Como, di Cernusco. E sono così fritte e rifritte le loro parole, che l'aria che circola tra le righe  puzza di ossessione e di risentimento. 
Ossessione di cosa? 
Risentimento verso chi? 
Mah, c'è da scegliere: c'è chi si addobba con il cilicio del genio incompreso, chi si impicca alla corda del destino bastardo, chi si sente insultato e vilipeso nella sua grandezza, in generale e a prescindere, chi si auto-infligge l'incomprensione generica del resto del genere umano, in un gioco perverso di predisposizione genetica a soffrire, a patire, ad essere disconosciuti sull'altare della Grandezza intellettuale tout-court.

Allo stesso modo mi capita di imbattermi in certi pezzi di critica letteraria, di quella certificata e autenticata stavolta, e rimanere basita per la vaghezza dei contenuti, per le giravolte a perdere con le quali si vorrebbe cercare di dare all'incauto lettore contezza e contentezza di lettura.
E anche qui mi viene da chiedermi se in chi scrive e si accredita nella veste di critico agli occhi di ineffabili estimatori ci sia solo perversa premeditazione o naturale quanto inutile  talento o  entrambe queste qualità. Di certo è difficile stabilire la verità e la necessità di certi percorsi di mente e di scrittura...
Proprio poco tempo fa mi è capitato di leggere una luuuuuuuuuunga pagina di critica, redatta da un soggetto abbondantemente e largamente accreditato, che recensiva un libro il cui tema unico, ossessivo, ripetitivo e minuziosamente descrittivo è  "la confessione" di un ex-brigatista.  
E qui, man mano che andavo avanti nella lettura della pagina critica, imbottita con sistematica e vorrei dire patologica generosità di citazioni e stralci del libro in questione, mi si confondevano le idee: cosa avevo davanti? il libro o la sua rilettura?
E, ancora, fenomeno dei fenomeni, man mano che leggevo vedevo sempre più sovrapporsi scrittore e critico: stesse manie iperdescrittive, sconfinanti nell'ossessione da micro-entomologia.
Comunque, dopo aver tirato due-tre respiri profondi, ho deciso di arrivare fin in fondo a quella lettura, per capire dove potessero arrivare l'indeterminatezza e l'inconsistenza concettuale di quei due fenomeni scribacchini: il cosiddetto scrittore e il cosiddetto critico.. 
Peccato però che alla fine mi siano rimaste in mente solo due cose: un senso di mappazza pre-masticata e ridotta in un poltigliume  nauseabondo e il rimbombo di una frase antica e popolare,  quel "macché avrà voluto dì?" che poi è una dichiarazione di impotenza di fronte alla balordaggine, dichiarazione che espone sicuramente chi la pronuncia al rischio di sembrare cretino.
Ma, forse, cretini si nasce, e io lo nacqui, tanto per citare il Principe De Curtis...


8 commenti:

  1. Da quando ho un blog e mi interesso dei blog altrui, e sono già trascorsi anni, ho conosciuto più fisionomie umane o presunte tali di quante ne avessi realmente incontrate nei miei vagabondaggi sul suolo europeo.
    Alcune -poche in verità- di elevatissimo contenuto morale e materiale; altre per lo più sfavillanti di autosublimazione, e sono la stragrande maggioranza.
    Sembra che questo nostro povero paese sia abitato da scrittori sublimi incompresi o incompiuti, che a volte nemmeno si degnano di mettere in preventivo il fatto di scrivere delle autentiche lagne che lasciano il prato letterario incolto come lo trovano, ma che addebitano ad ipotetici complotti della "Grande Editoria" nei loro confronti. E passi, magari. Quando si ha un cervello ai limiti della microscopia può succedere. Ma incontrare gente che scrive niente male, anzi brillantemente, che però pensa di essere l'unto del dio della scrittura, sommo e inconfutabile esempio unico al mondo di grandezza stilistica e ineguagliabile capacità narrativa e psicologica; gente che cita e stracita recensioni vere o posticce di proprie opere, dense di citazioni di lunghissimi brani; gente che invita a comperare dal primo libraio il "nuovo, piccolo capolavoro" che ha scritto, usando la parola capolavoro siccome io uso quella di mangiare e dormire
    a pancia in su, beh allora io mi incazzo e passo ad altro blog.
    Mai una volta chi mi conosce bene ha mai sentito me pronunciare frasi laudative dei miei prodotti letterari. Io i libri di costoro li ho letti e mi son detto: buono, ma non un piccolo capolavoro, né un medio, né un microscopico capolavoro, solamente un buon libro tra i tanti e basta. So quel che scrivo io, ma lascio agli altri il giudizio. Forse ancora non ho capito come si vive in questa nostra società fatta di apparenza tanta e sostanza poca, ma stai certa che continuerò a vivere come finora ho vissuto.

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  2. una questione in merito vuole che il critico sia solo tale, per fare un esempio un critico letterario potrebbe non essere uno scrittore. Temo che il limite sia proprio questo, farsi prendere la mano e pretendere di dire allo scrittore come avrebbe dovuto scrivere. La cosa viene più semplice con le arti, dove il critico d'arte non è necessario che sia un pittore ed anzi questo lo pone in una condizione privilegiata, immagino come una sorta di conflitto di interesse. Detto ciò ho il sospetto che spesso i critici producano fuffa per il bisogno di farla.

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    1. Condivido quel che scrivi.
      In effetti il critico non dovrebbe essere anche scrittore e viceversa ed è vero anche che con le opere di pittura le cose si fanno più semplici.
      Insomma, è un discorso difficile, un correre su equilibri precari, un barcamenarsi continuo tra la ricerca della "massima oggettività possibile" e il rischio di avvicinare le opere sempre e solo in chiave auto-referenziale.

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  3. spassoso (e condiviso) questo tuo brano.
    mi sbaglierò ma nella prima parte c'è ironia ma anche ira nelle tue parole, come avessi ricevuto personalmente una stroncatura da uno di questi personaggi.
    E subito mi è venuto in mente Guccini con la sua "L'avvelenata" :)
    massimolegnani

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    1. No, Carlo, non c'è ira nella prima parte, casomai fastidio, noia pesante per i comportamenti ripetitivi di certi personaggi sputa-sentenze e di un paio di loro in particolare.
      Sì, mi ci sono imbattuta anch'io in questi sapientoni esistenziali, ma le cosiddette stroncature (termine che, almeno nel mio caso, mi appare eccessivo, vista la "limitatezza" di quello che scrivo) cui ho assistito sono avvenute a danno di tante persone ed erano evidentemente mosse da motivi personalissimi, che con la critica avevano ben poco a che vedere.
      Ecco, è questo che io contesto: il volersi ergere a giudici della vita e dei sentimenti delle persone, il voler parametrare tutto e ognuno sui propri criteri di vita, negando l'originalità assoluta di ogni esperienza umana.
      La critica generica, quella che, partendo per esempio da un pezzo scritto sconfina irreparabilmente sull'argomento oggetto dello scritto o, peggio, sul sentimento di chi scrive (troppo-poco o troppo-molto, a seconda dei casi), stilando graduatorie o, peggio, emettendo sentenze inappellabili sul piano personale, è secondo me una rappresentazione di narcisismo cieco e ottuso, null’altro.
      Se si avverte "qualcosa in più" nella prima parte del mio post, sappi che è legato ad un recente "ritrovamento" sul web di un giudizio espresso da un polipo del web a proposito di un blogger che non sono io. Mi ha irritato la ripetitività ossessiva dell'argomentare da parte del polipo, la sua prodigiosa capacità di contraddirsi, addebitando agli altri difetti suoi, dei quali però neanche si accorge, impegnato com'è a governarsi tutti quei piedi e in tutte quelle direzioni.
      Certo, pure la vita dei polipi ha le sue asprezze...

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  4. in realtà sono pienamente d'accordo con te. la mia era una punzecchiatura a te :)
    ml

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  5. sì, carissimo, lo avevo capito, ma volevo anche farti partecipe di certi pescaggi e ripescaggi nel web...
    ;-)

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