venerdì 22 aprile 2016

le scarpe inadatte

Ogni tanto mi piace tornare a __ e lasciarmi avvolgere completamente dalla città.
E ogni volta la ritrovo così come la amo, nonostante tutto, nonostante il tempo e persino nonostante i tempi.
Ogni volta la ritrovo compagna e amica, come quando, tanti anni fa, arrivai lì per il mio primo lavoro e mi colse una nevicata senza risparmio.
Ricordo che giravo per la città con scarpe del tutto inadatte alla neve, le stesse con cui ero partita dalla città dove non nevica mai.
Ero sola e non conoscevo nessuno.
Dovevo cercarmi una sistemazione e perciò giravo la città a piedi, guardando incantata quella neve a fiocchi larghi e ondulati: proprio la stessa neve delle vecchie favole. 
La mia inesperienza allora era totale, soprattutto a proposito di neve e di scarpe. 
E dire che già in treno, incontrando l’Appennino, la neve s’era presentata incredibilmente copiosa e, man mano che il viaggio in treno proseguiva, il colore del cielo aveva perso  ogni connotato del giorno, trasformandosi in una sorta di lenzuolo di luce indecisa, un misto di grigio e di  bianco densi: a me pareva  più che altro una coperta giusta-giusta di colore, giusta per me e per la mia malinconia. Poi, quand'ero arrivata in città, mi si erano fatti incontro fiocchi ancor più grandi, che si infilavano dappertutto.
Ricordo che, scendendo su quel palcoscenico di neve mai vista, pensai:  “ecco, la neve mi abbraccia, la città mi dona una sorta di effetto speciale per iniziare la mia nuova vita". Avevo un po' più di vent'anni e poca roba meritevole d’essere  salvata alle spalle. Ero sola come pochi e la neve mi apparve come la cosa a me più vicina, l’unico vero contatto fisico.
Ricordo che mi infilai sotto i portici e iniziai a piangere commossa, vergognandomi un po' della gente d’intorno. Eppure nel profondo ero felice: mi pareva che  si stesse realizzando qualcosa di nuovo e di promettente, scritto per me da tempo.
A __ , in prossimità del centro, c'è un angolo dove si svolta da una stradina in una piazzetta: fu proprio lì che avvertii la sensazione potente di camminare incontro alla mia rinascita. Fu un'emozione così forte e penetrante che, ancora oggi, ogni volta che mi capita di ripassare di là, sento riaffiorare la stessa emozione e, qualche volta, le stesse lacrime di commozione.
Non ne sono sicura, ma, forse, in quel giorno di profondo dicembre ad un certo punto dissi anche un grazie a voce alta a quella città, che m'accoglieva con tutta quella neve e nonostante le mie scarpe inadatte. Probabilmente nessuno mi sentì, ma poi, in fin dei conti, e lo dico alla me di allora, grazie è una parola importante, sempre  piacevole da ascoltare, persino se è rivolta ad una città e alla sua neve.
Ogni volta che torno a __ ed ho un po' di tempo a disposizione, ripercorro a piedi la strada che porta dalla stazione fino alla casa dove fui ospite di un' anziana signora.
Nei mesi di quell'aspro inverno,  veniva di frequente a bussare alla porta di casa un bel ragazzo biondo-biondo, uno studente fuori sede, che incontravo talvolta per le scale la mattina presto.
Al biondissimo mancava sempre qualcosa per far quadrare la cena, si sa come sono gli studenti fuori-sede,  e fu così che, in occasione dell'ennesima carenza di dado da brodo, tentò di sporgere un po' di più la testa dentro casa e chiese:
"abita qui da lei quella ragazza bruna che incontro la mattina presto per le scale?".
La padrona di casa, un po' maliziosa alla sua maniera demodé, rispose:
"sì, abita qui, ma lei, mi dica,che  cosa cerca? il dado da brodo o la ragazza?...".
Quel giorno, quando rientrai dal lavoro, la signora mi raccontò l'episodio con una malizia piena di sollecitudine, anche perché sapeva un po' di me e delle mie giornate solitarie  e perché quel ragazzo le piaceva:
"...certo, lo sai tu se preferisci il fidanzato che hai lasciato nella tua città... però questo ragazzo è proprio bello e anche molto educato..."
Non so se fui capace allora di mettere insieme una risposta degna di questo nome, visto che la malizia del racconto mi aveva comunque messo in un discreto imbarazzo, so però per certo che  di mio non seppi combinare un granché e che il biondissimo s'era già sparato  tutta l'audacia che aveva in dotazione con quella storia del dado da brodo mancato,
Insomma, quella storia mai nata andò avanti così per un po':  da una parte c’ero io, che, quando lo incontravo per le scale, non sapevo fare molto più che sorridergli; dall'altra parte c’era lui, che, vuoi per via della sua scarsa dote di estroversione, vuoi per  il probabile imbarazzo provocatogli dalla frase insinuante, non ebbe mai il coraggio di parlarmi.
Forse è proprio vero che a volte gli anziani corrono troppo e si sbilanciano dannosamente in avanti, mentre i giovani non sanno trovare le scarpe adatte per correre con l'imprudenza necessaria a cogliere le possibilità del momento.



10 commenti:

  1. piaciuta questa camminata nel tempo con scarpe inadatte e cuore esatto.
    massimolegnani

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    1. Mi piace moltissimo la tua definizione, quel "cuore esatto" dice tutto e mi rassicura sulla trasmissione dell'impronta esatta, (anche lei esatta), che volevo dare al racconto: sentimento del tempo e delle opportunità intraviste e non colte, inopportunità di certe intromissioni, sia pure benevole. Un racconto senza sentimentalismi, ché quelli davvero non mi appartengono.

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  2. Una bella storia un po' romantica ci racconti stavolta. Te la quoto, sette più.
    Il tuo racconto mi ha riportato alla memoria il mio sbarco a Torino. Era un gennaio durissimamente gelido, tipicamente piemontese. Nevicava a fiocchi rapidi. Io venivo dal mare, da una città dove non nevica mai, come te. Detesto il freddo. Ricordo le facce della gente, sospettose. Mi guardavano in volto, che potevo immaginare sgomento o disgustato, non so. Avevo un indirizzo come punto di riferimento. Chiesi ad un passante. Fece un passo indietro, mi squadrò e mi rispose che non sapeva dove fosse quella strada.
    Due giorni dopo, uscendo dalla casa dove avevo trovato un alloggio -quell'indirizzo appunto- vidi il tizio uscire da uno di quei portoni. Abitava lì e mi aveva detto di non sapere dove fosse. Un vero idiota.

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    1. @Vincenzo, sulla scia della risposta appena data al commento di Carlo (che, in qualche modo, completa anche questa risposta) mi trovo invece qui ad esprimere una "critica" e a rigettare quel "un po' romantica" con cui hai scelto di aggettivare il mio racconto.
      Perché, a parer mio, qui di romantico non c'è nulla, a meno che non si voglia concentrare l'attenzione su certi accenni agli aspetti malinconici della mia vita di allora o sulla figura dello studente poco audace, estrapolandoli dal contesto complessivo.
      Ma, sai, io non volevo ispirarmi né al protagonista di Remy (cartone animato pro-diabete degli anni '70), né, tanto meno, volevo incorniciare di rosa il racconto, perché, credimi: non c'è niente di più lontano da me.
      No, proprio no, Vincenzo, perché io credo sia l'insieme delle vicende dell'esistenza a dare il tono di colore alle varie età: nessuna parte di noi vive e si esprime mai separatamente dal resto.

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  3. Bella e malinconica questa storia...così come bella e malinconica appare quella città che ti accolse tanti anni fa, in una fredda giornata d'inverno: Bologna. :-)

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  4. ...è Lei, sì, amatissima BO...

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    1. E ti dirò di più, @Remigio, ho cambiato la foto dei portici, perché questa è di migliore qualità e rende più onore alla bellezza di BO.

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  5. Diciamo che la precedente univa la bellezza dei portici alla cultura attraverso l'insegna della storica libreria Nanni, la più antica di Bologna. Qui invece si intravede una donna che passeggia...sei forse tu? Sorrido

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  6. No, non sono io, è una foto scelta su Google.
    Piuttosto, non trovi che- libreria Nanni permettendo, sempre sia lodata- questa offra una visione più variegata dei portici, vista la molteplicità di particolari? (leggi pavimentazione, colore delle volte e chiaroscuri delle pareti)

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