lunedì 16 maggio 2016

Le lettere d'amore fanno ridere

Ferdinando Pessoa/ Álvaro de Campos 
Tempo fa, su di un mio vecchio blog, pubblicai un post che aveva per tema il senso del ridicolo. Era accompagnato da una canzone di Roberto Vecchioni dedicata a Pessoa, uno che la sapeva tanto lunga da poter parlare del ridicolo trasformandolo in poesia.
Il post rimase per molto tempo uno dei più visitati nel mio blog e me ne sono chiesta più volte il perché, provando ad immaginare quali percorsi e quali pensieri venissero attivati anche solo dal suo titolo.
Spesso mi è venuto di pensare che la preoccupazione di riuscire a schivare il ridicolo e la ricerca della ricetta salvifica per uscire indenni da questo pericolo fossero i principali motori di attrazione di quel post: quasi che una "figura" ridicola potesse azzerare ogni altro aspetto o qualità di chi nel ridicolo occasionalmente cade. Certo, in una società dedicata all'esercizio estenuante e asfittico dell'immagine e della prestazione "di livello", cadere nel ridicolo può rappresentare  un vero e proprio infortunio.
Ma cos'è esattamente il ridicolo? e, soprattutto, cos'è che possiamo davvero definire ridicolo?
Una collega di blog di allora acutamente scrisse:
"Il senso del ridicolo è uno sguardo all'indietro, ma in fondo è quel che afferma anche Pessoa quando scrive che in verità sono i ricordi di quelle lettere ad esserlo.
Io credo che temere il ridicolo a volte sia davvero privarsi di molto, moltissimo...
E torna la domanda: cos'è ridicolo?"
Antoine Doinel bambino ne "i 400 colpi" di François  Truffaut

Ed ecco la mia risposta di allora:
"Sì,  anch'io credo che temendo il ridicolo si rischi di privarsi di molto, se non altro della forza di apparire fragili, incerti, sconnessi, incoerenti, come sono spesso, tra gli altri,  gli innamorati e i bambini.
Ma è temendo e schivando il bambino che è in noi che ci facciamo davvero del male, nascondendo i bisogni quando ci sono e/o non avendo il coraggio di dirli con l'innocenza che servirebbe. Ecco sì, il senso del ridicolo spesso è la vergogna di mostrarsi innocenti, esposti, di apparire infantili: in una parola ridicoli"
Conosco gente però, che a furia di voler apparire sempre all'altezza della realtà più cruda, finisce con l'affondare in un senso sguaiato del vivere, dove con la scusa di evitare il ridicolo dell'amore, per esempio, finisce per pescare nell'osceno della banalità più vieta, spacciandola magari per saggezza e consapevolezza.
Sarà per questo che il timore del ridicolo mi sembra coincidere troppe volte con la squallida ipocrisia dell'apparire per apparire?




Fernando Pessoa chiese gli occhiali
e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo...
così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì
di fingere fogli
di fare male ai fogli...

e la finì di mascherarsi
dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia
per cercare un senso che non c'è
e alla fine chiederle "scusa
se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere
e scrivere di me..."
e le lettere d'amore,
le lettere d'amore
fanno solo ridere:
le lettere d'amore
non sarebbero d'amore
se non facessero ridere;
anch'io scrivevo un tempo
lettere d'amore,
anch'io facevo ridere:
le lettere d'amore
quando c'è l'amore,
per forza fanno ridere.

E costruì un delirante universo
senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.

Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena
di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano...

e capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c'era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo...

e scrivere d'amore,
e scrivere d'amore,
anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere;
e non aver paura,
non aver mai paura
di essere ridicoli:
solo chi non ha scritto mai
lettere d'amore
fa veramente ridere.

Le lettere d'amore,
le lettere d'amore,
di un amore invisibile;
le lettere d'amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d'amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo
per potertele scrivere...

13 commenti:

  1. Mi vengono in bocca parole che pensavo obsolete e in mente pensieri che credevo ormai sepolti lontano. Il ridicolo. No, non mi sono mai visto né sentito ridicolo, almeno non quando ho scoperto di avere un animo infantile ancora adesso. Non l'ho nascosto per paura che gli altri lo scoprissero e ne facessero scempio. L'ho protetto e me ne sono vantato e me ne vanto. Non mi sono sentito ridicolo quando ho cominciato a scoprire tutti i miei mille difetti. Non potevo eliminarli, facevano parte di me, dovevo conviverci. Allora ho fatto di essi le mie virtù, esibendoli come tali, come il mio assoluto principio di libertà.Come quella mia compagna di classe che era altissima, la più alta di tutti noi, malgrado cercasse di camminare dentro il pavimento e non sopra, malgrado si ingobbisse. Allora un giorno si è presentata con i tacchi a spillo. Che mi vedano altissima più di quella che sono. Giusta decisione, ho pensato. Me ne sono ricordato tanti anni dopo, alla scoperta dell'ineluttabilità dei miei difetti.
    Le lettere d'amore. Dio quante ne ho scritte, a mia moglie, a ragazze prima di lei che credevo di amare alla follia. Le lettere ad Anna Maria erano più di duecento. Qualcuna di meno le sue, ma stavano in una scatola tutte insieme, in un cassetto dell'armadio grande. Pochi anni fa io volevo rileggerle, ma non le ho più trovate. "Le ho distrutte col fuoco" mi ha detto lei. "E perché, benedetto Iddio?". "Sono roba nostra. Non voglio che qualche figlio o nipote si faccia quattro risate su di noi, quando non ci daremo più".
    Ancora adesso non so se abbia fatto bene oppure no. Ma quelle lettere non esistono più e nessuno rileggendole ci riderà su. Ma io ho visto lei piangere mentre rileggeva una lettera che suo nonno spedì a sua nonna nel 1916 dal fronte.
    L'abbiamo riletta insieme. Cominciava così: "Domattina ci sarà l'attacco e io non so se ce la farò a sopravvivere. Ricorda il bene che ti ho voluto e ricordalo a Maria e ad Augusto" Maria era la mamma di mia moglie, Augusto suo zio. Il nonno ritornò a casa a guerra finita. Dico ad Anna Maria: pensavi che i nostri nipoti non si sarebbero mai commossi, ma avrebbero riso a leggere le cose nostre? Risponde: non so, nel dubbio ho bruciato tutto. Il mondo cambia e si diventa di generazione sempre più acidi ed indifferenti.
    Non le ho potuto dare torto.

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  2. A me dispiace molto che le abbia bruciate anche se comprendo il suo timore.
    Mi dispiace perché si è privata di un pezzo di vita, dei vostri ricordi scritti.
    Io l'ho fatto solo con le cose che mi ricordavano persone spiacevoli, anche se avevano rappresentato qualcosa di importante in altri momenti della mia vita.
    Ho buttato, annegato, spezzettato come nessuno mai immaginerebbe, lettere e altri ricordi, ma è sempre stato un momento liberatorio per me, un rito di emancipazione dal passato e come tale mi è piaciuto farlo, anche a distanza di anni.
    Penso ancora oggi d'aver buttato/rinnegato solo ciò che mi aveva fatto soffrire, mai le mie energie e le mie risorse, anche se spese invano, anche se buttate al vento: erano state e sono comunque la dimostrazione del mio essere appassionatamente viva.
    Poi, d'altro canto, ci sono ricordi che perdi senza volerlo, lettere che non trovi più e via discorrendo: in quei casi mi dispero per pochi minuti e poi mi passa subito, perché ciò che conta veramente, ciò che ha contato sul serio, lo porti impresso dentro, tatuaggio nell'/dell'anima (a me piace dire così).
    Träume, Einbildung, Wunschtraum...quanti modi per dire quel che in certi momenti si è creduto di vivere: quel che ci appartiene va rispettato comunque, nonostante tutto, nonostante tutti.

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    1. Io l'ho perdonata perché conosco assai bene il suo carattere. Pensare che un giorno le cose più belle della nostra vita in due sarebbero andate in mano a chissà chi non la faceva dormire. Quello che stava scritto in quelle lettere appartiene a noi, anche se la carta è andata distrutta. Die waren unsere Träume und bleiben unsere Träume, auch wenn die Realität anders war.
      Io preferisco così, piuttosto che tenere quelle lettere e rileggerle ogni tanto in ricordo di quello che avrebbe potuto essere e non è stato un grande amore. Noi stiamo insieme da 53 anni non per scommessa. Se stiamo insieme ci sarà un perché e non ho bisogno di saperlo stasera...

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  3. La frase:
    "Die waren unsere Träume und bleiben unsere Träume, auch wenn die Realität anders war"
    sembrerebbe, almeno secondo me, andare esattamente nella stessa direzione di quanto ho scritto nella precedente risposta:
    "Ho buttato, annegato, spezzettato come nessuno mai immaginerebbe, lettere e altri ricordi, ma è sempre stato un momento liberatorio per me, un rito di emancipazione dal passato e come tale mi è piaciuto farlo, anche a distanza di anni.
    Penso ancora oggi d'aver buttato/rinnegato solo ciò che mi aveva fatto soffrire, ma mai le mie energie e le mie risorse, anche se erano state spese invano, anche se le avevo, di fatto, buttate al vento: erano state e sono comunque la dimostrazione del mio essere appassionatamente viva".
    Non a caso io ho buttato i ricordi lasciatimi da altri e ho "salvato" i miei, proprio perché "Die waren unsere Träume und bleiben unsere Träume, auch wenn die Realität anders war".
    Troverai qualche lieve variazione nella mia frase originaria, ma ho solo cercato di renderla più chiara, il concetto di fondo è immutato.
    Diciamo che ho riabilitato le mie energie e le mie risorse passate, e quindi i ricordi, anche se energie e risorse erano state spese male e, a volte, malissimo. Mi sono riconosciuta nella mia buona fede e ho mandato materialmente al macero il resto.

    p.s.:bello sentire un po' di tedesco, mi tiene in allenamento!
    Vielen Dank für diesen Beitrag, mein Freund!

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    1. Deine Antwort bedeutet daß Du richtig verstanden hattest was ich gemeint hatte. Du hast genau getroffen, meine liebe Dame, das ist der Sinn der ganzer Geschichte. Meine Frau hat die Vergangenheit zertrümmert, die Tage, nicht die Erinnerungen die nur uns gehören.
      Treinieren noch ein Bißchen :))

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  4. Capito tutto, sia pure aiutandomi un pochetto/tanto con il dizionario!
    Che soddisfazione! Che satisfecscion! Che Befriedigung!

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  5. amo questa poesia e pure la canzone non mi dispiace, pure a me aveva ispirato un post. Per stare sulla tua domanda, penso che sia davvero molto soggettivo il senso del ridicolo. Anche solo perché per misurarlo usiamo personali parametri.
    Sabina... comunque io non butto via niente, archivista fino al midollo ;-)
    saluti cara

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    1. Non solo parametri, anche paure ed incertezze personali fanno da unità di misura del senso del ridicolo di ciascuno.
      Quanto al buttare e/o conservare, penso siano scelte che scaturiscono da modi di essere davvero diversi di ognuno.
      Forse io butto, ma molto-molto raramente e solo dopo approfondita ricerca e riflessione, proprio perché sono stata troppo archivista nel passato.
      Un saluto, bellezza.

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  6. discorso difficile perchè il ridicolo è una moneta a due facce: l'ostentazione becera di comportamenti fuori luogo e fuori tempo, situazioni che ondeggiano tra il pagliaccesco e il patetico, solo l'interessato si vede con occhio diverso mentre tutto il mondo ride.
    giri la moneta e questi stessi atteggiamenti diventano eroismo, sfida agli schemi, coraggio di essere se stessi a rischio di venire sbeffeggiati.
    forse lo spartiacque è la serietà con cui si agisce, la convinzione di un atto fatto fatto per se stessi e non per stupire gli altri.
    o forse uno spartiacque non esiste e tutto dipende da se sei dentro a quel che vivi o lo vivi dal dal di fuori. ridicolo comunque.
    massimolegnani

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    1. Hai più che ragione, @Carlo, nel definirlo un discorso difficile: ma lo avrai capito ormai che mi piace gettare in acqua sassolini capaci di muovere cerchi infiniti...non a caso ho creato l'etichetta "sproloqui"...
      Rido e sorrido.
      Hai ragione anche nell'individuare lo spartiacque nell'intenzione profonda di chi compie il gesto, scrive la lettera, sfida il ridicolo insomma.
      L'intenzione profonda fa giustizia di tutto e può ristabilire la verità e la dignità delle cose, oppure il loro essere superficiali e inconcludenti.

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    2. Hai più che ragione, @Carlo, nel definirlo un discorso difficile: ma lo avrai capito ormai che mi piace gettare in acqua sassolini capaci di muovere cerchi infiniti...non a caso ho creato l'etichetta "sproloqui"...
      Rido e sorrido.
      Hai ragione anche nell'individuare lo spartiacque nell'intenzione profonda di chi compie il gesto, scrive la lettera, sfida il ridicolo insomma.
      L'intenzione profonda fa giustizia di tutto e può ristabilire la verità e la dignità delle cose, oppure il loro essere superficiali e inconcludenti, volendo anche ridicole.

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  7. Grande Pessoa! Comunque premetto che non ho mai scritto una lettera d’amore e mi chiedo – in quest’epoca super tecnologizzata - chi possa mai scrivere ancora lettere d’amore, e poi sentirsi ridicolo. Eppure la lettera, quale originario strumento di comunicazione, era un oggetto che si poteva toccare, che si poteva stringere fra le mani, che era possibile scorrere con gli occhi per cogliervi non solo il suono e il senso delle parole, ma anche la personalità e perfino lo stato d’animo di colui che scriveva; oggetto che si conservava e si rileggeva a distanza di tempo, ogni volta rinnovando sentimenti ed evocando ricordi. Nel passato venivano scritti epistolari famosi, di alto valore letterario, seducenti lettere tra innamorati. Mi viene in mente una struggente lettera di D’annunzio che rivolgendosi a Barbara Leoni, una sua amante, le diceva: “Ieri, dopo che ti scrissi, andai ai giardini, solo, per parlarti senza interruzione. Rimasi là fino a sera. Tutti i miei pensieri vennero a te. Era un tramonto quasi tragico, oscurato da densi fumi. Tu sola sei la vita della mia vita. Nel silenzio solenne la mia anima grida il tuo nome disperatamente”. E come non ricordare il bellissimo carteggio tenuto tra la poetessa Sibilla Aleramo e lo scrittore Dino Campana. In una sua lettera del 1916 la bellissima Sibilla scriveva così al suo amato: “Possa tu riposare mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice”. Chissà se i due illustri personaggi si saranno sentiti ridicoli al ricordo della loro lettera d’amore!

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  8. Mi spiace che tu non abbia mai scritto una lettera d'amore, dico sul serio.
    Io scrivo tuttora lettere d'amore.
    Quanto al sentirsi ridicoli, che dire?
    Penso che uno come D'annunzio avesse mille occasioni per sentirsi ridicolo, anche senza scrivere lettere d'amore: beninteso, non sto affatto esprimendo un giudizio sullo scrittore, bensì su certe sue folgorazioni private e sull'epopea che lui e i suoi fan più sfegatati ci hanno costruito sopra...giudizio personale il mio, certo.
    Riguardo a Sibilla Aleramo e Dino Campana, lasciando da parte la loro pure interessante produzione letteraria, credo siano stati due personaggi troppo border-line per occuparsi dell'eventuale senso del ridicolo.
    Bada bene, non scrivo border-line in senso negativo, solo voglio intendere che si tratta di due persone che hanno letteralmente scavalcato tante di quelle convenzioni del loro tempo da non potersi permettere considerazioni sul ridicolo: lo ripeto, il mio non è un giudizio negativo, anzi, casomai una constatazione positiva.
    Ciao.

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Da amministratrice unica del mio blog mi riservo di decidere il destino dei commenti "inopportuni", offensivi e/o minacciosi. Sempre.