mercoledì 11 maggio 2016

Purgatorio senza fine

verità* va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta
Dante- Purgatorio- Canto I 
*(libertà aggiungo io ) 
Alphonse Mucha-pittura murale-Obecní dům di Praga 
Far combaciare perfettamente quel che siamo veramente, vale a dire la nostra interiorità/autenticità profonda, con quel che ci troviamo a vivere e/o a rappresentare non è proprio un gioco da ragazzi, anzi: per lo più è del tutto impossibile.
Non di rado mi capita di ascoltare e/o leggere lamentazioni in proposito: vengono in grandissima parte da persone che vivono una lacerazione profondissima tra quello che sono o che sentono di essere e quello che recitano sul palcoscenico del quotidiano.  Più grande è la distanza che separa la verità interiore dalla vita quotidiana, più forte è il dolore espresso; peccato che assieme al dolore cammini troppo spesso una dose decisamente spropositata di rassegnazione a prescindere, come a me viene di definirla, come se il divario tra l'essere e l'apparire fosse sempre e solo frutto della malasorte.
La rassegnazione a prescindere è, a mio modo di vedere, una vera e propria patologia: chi ne è affetto non vuole guarirne, vive la rassegnazione come una pelle di protezione dalle scottature esistenziali, spogliandosi della quale rischia così tanto da essere costretto a preferire la maschera e la resa alla sorte avversa.
La rassegnazione a prescindere è quasi sempre, per quanto concerne la mia esperienza,  anche un modo per attirare su di sé l'attenzione del mondo, un'implicita confessione di superiorità non riconosciuta dagli altri.
Le attenuanti dichiarate più ricorrentemente dai rassegnati a vita sono: "ho una sensibilità fuori dal comune"; "il resto del mondo non mi comprende"; "sono amareggiato dalle troppe relazioni fallite" ; "nessuno dei miei sogni si è avverato"; ecc, ecc...
A sentirli sembra che solo loro siano incappati  in queste "calamità", come se le delusioni fossero un patrimonio di esperienza riservato soltanto agli ingiustamente colpiti dalla sorte, che poi è come dire, implicitamente, ai migliori per sensibilità, talento e via discorrendo. Ho conosciuto parecchia gente, una persona in particolare, che è riuscita ad invecchiare senza metter via nulla in termini affettivi, passando anni a recitare sempre le stesse cantiche da purgatorio eterno, senza possibilità di promozione al paradiso o retrocessione all'inferno...che mongolfiere mongole!!!
In realtà, il mio discorso ero partito da lontano, ossia dalla pena che affligge chi avverte il divario tra la sua verità profonda e il suo apparire quotidiano, pena che mi sentirei di definire naturale per l'intera umanità, escludendo giusto i pazzi furiosi, i dittatori e i narcisi persi dietro la loro causa.
Alphonse Mucha- Notte d'inverno
A volte, di fronte ad elucubrazioni lamentose che partono strombazzando in tangenziale, entrano accelerando in autostrada e non arrivano mai a nessun casello, mi verrebbe di (sbottare) dire che probabilmente non vale neanche la pena di porsi l'obiettivo di far combaciare tutto alla perfezione: l'impresa è assolutamente ardua, impossibile nel 99% dei casi, tanto che varrebbe di più impegnarsi direttamente nella Rivoluzione-R-maiuscola, scendendo in strada e partecipando ai moti di piazza il prima possibile...non so se mi spiego (ironicamente parlando).
Scherzi-ma-non-proprio a parte, penso che la nostra verità&identità profonda dobbiamo nutrirla e custodirla in quelle "zone franche" della vita dove abbiamo il diritto (e vorrei dire anche il dovere verso noi stessi e chi ci è accanto) di essere "francamente" noi stessi.
Se poi, per caso, di queste zone franche non ne troviamo o non riusciamo a vederne, beh...allora è tutta l'organizzazione della vita di relazione che va rivista e corretta, a partire dalla relazione con noi stessi. Sta a noi riuscire a vivere con franchezza ogni volta che possiamo farlo, per tutto il tempo possibile, (anche se non sarà mai tutto il tempo), perché ce lo dobbiamo e perché nessuno può farlo al posto nostro. 
Se poi, magari dopo qualche decennio di lamentazioni, volessimo farla finita con tutti gli accomodamenti finalizzati alla sopravvivenza e iscriverci all'albo professionale dei Super-Eroi, c'è sempre l'alternativa della Rivoluzione-R-maiuscola ...a saperla fare, però...

dedicato a tutti i cantori del lamento senza tempo e del Purgatorio senza fine

16 commenti:

  1. Ho letto attentamente e mi sono soffermato a riflettere. Mi sono soffermato, ho scritto. Avrei dovuto dire, mi sono fermato. E ho riflettuto, combinandoci anche l'educata diatriba avuta nel tuo precedente post.
    Non credo di avere mai cercato la perfezione, perché non ci credo. Perché mi sono accorto fin dalla tenera età di non riuscire a fare niente tutto per benino. Allora ho vissuto una doppia vita forse, e me lo chiedo adesso. Perché credevo di avere sempre vissuto la vita per quel che ero, sbandierando i miei difetti a parole a ad atti come vantandomene, con arroganza, secondo il motto questo sono io prendere o lasciare, soffrendo per le lasciate complimentandomi per le prese.
    Naturalmente giustificavo gli insuccessi -molti- come dovuti al non appecoronamento alle comuni usanze, alle comuni linguate sulle natiche altrui che vedevo cospicuamente effettuare intorno a me. E io non mi prostro. Mi costi quel che vuole, io non mi appecorono.
    Adesso mi sorge il dubbio che anche quello non fosse genuino al 100% ma una forma di esibizione, anche se non credo di avere mai volutamente finto alcunché, ma esserci arrivato per gradi al punto che non me ne sono più reso conto.
    Voglio dire che non rinnego quello che ho fatto ma cerco di guardarlo con altri occhi, oggi che la competizione che mi affascina è solamente quella verbale, come certamente avrai notato.
    Boh. Un grosso boh è la sola risposta che in questo momento mi viene su. Dovrei rimanerci male? Si dà il caso che io sia ancora in linea con me stesso con questo dubbio. L'ho detto prima: non ho mai creduto nella assoluta perfezione, anzi litigavo col prete nell'ora di religione al liceo perché io sostenevo che Dio fosse assoluta imperfezione, il caos cioè, che genera tutto, ma questo ci porterebbe più fuori tema di quanto io non sia già andato.
    Bis zum nächte Mal. Tschüß

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    1. @Vincenzo, se mi permetti, forse dovresti spostare un po' l'asse delle tue osservazioni, cercando di non misurarle troppo sul "personale". Te lo scrivo con assoluta e amichevole franchezza, poiché spesso ho l'impressione che le tue risposte siano, appunto, "eccessivamente misurate sulla storia personale".
      Io ho tentato qui un discorso sulla difficoltà di tenere insieme in un sano equilibrio "essere" ed "apparire", equilibrio difficilissimo ma non impossibile, che si realizza evitando di dimenticare ciò che si è veramente e profondamente e, insieme, evitando di debordare “caratterialmente” sul piano relazionale pubblico.
      Faccio un esempio diretto: sul lavoro spesso ci si trova obbligati, per una migliore sopravvivenza, a non esprimere le proprie profonde opinioni, a non poter dire all'odioso/a di turno "con te, fuori di qui, non verrei a bere manco un bicchiere d'acqua". Proseguendo su quest'esempio, ti traccio due possibili opzioni di comportamento:
      1) non dici quel che pensi a chi disistimi e, però, non cerchi, anzi eviti di inserirti o di proporre occasioni relazionali non strettamente necessarie con chi detesti, eviti cioè di fingere oltre lo spazio e oltre l’orario strettamente indispensabile;
      2) non dici quel che pensi e, come se non bastasse, passi il tempo a fingere sollecitudine e amichevolezza verso l’odioso di turno.
      Con questo piccolo esempio ti ho descritto come, secondo il mio modesto parere, ci si possa “ esercitaread una coerenza di vita” che permetta a noi stessi di “riconoscerci” per quello che siamo, anche mentre lo stiamo dissimulando per necessità. Perché, alla fine, e questo lo credo profondamente, la sincerità più difficile è quella con sé stessi. Rinunciare alla sincerità con sé stessi, dalla quale discende quella con chi ci è davvero vicino, è rinunciare ad essere.
      Altro è il proporsi sempre& comunque a dispetto di tutto e di tutti(e questo mi sembra l’esempio da te portato) : questo sì può rivelarsi alla fine deleterio e, sempre secondo un mio modestissimo parere, può svelare anche una certa dose di incertezza, della serie “mi impongo senza se e senza ma, gridandolo in faccia al mondo per essere sicuro di essere e di essere riconosciuto”.
      Mach's gut, mein Freund!

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    2. Guarda che a me quella riflessione personale era avvenuta proprio leggendo le tue parole, anche quelle dello scambio di commenti del precedente post.
      Non vedo come avrei potuto parlare in generale, dato che la riflessione riguardava me. Non stavo cercando spiegazioni nè moduli di risposta. Rispondo sempre se ne ho voglia, se la cosa mi intriga e se ho idee da proporre, altrimenti mi taccio.
      Cosa che come vedi continuo a fare a modo mio come sempre ho fatto finora senza bisogno di impormi senza se e senza ma, perché non è questo il mio assunto, ma solo la voglia di esprimermi quando una cosa mi interessa, e senza gridarlo in faccia al mondo perché non me ne frega niente di essere riconosciuto. Non credo tu abbia capito molto di me, ma poco importa, non sei la mia psicoanalista.
      Mach'gut Du auch, liebe Frau.

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    3. Lungi da me voler essere la psicanalista di nessuno: sapessi come mi infastidisce già solo l'idea!
      La mia era una "critica" e un invito insieme (e sottolineo zusammen), a non far convergere sempre tutto sulle storie personali, perché credo, sbagliando sicherlich, come sempre, (e sottolineo sicherlich), che questo non debba diventare un luogo dedicato troppo o solamente (e qui sottolineo "troppo o solamente") alle storie personali.
      Però, detto con pacatezza, io credo sia inevitabile questo non capirci nelle cose che scriviamo, perché partiamo da punti di osservazione troppo diversi e, quindi, finiamo per attribuirci vicendevolmente quello che non siamo o quello che non volevamo dire (e sottolineo l'avverbio “vicendevolmente”, poiché, ancora una volta, mi metto anch'io dentro la critica).
      In ogni caso, non è un dramma non capirsi per questi motivi e, soprattutto, non è colpa di nessuno.
      Tschüss,
      S.

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    4. Quella della Psicoanalista era una battutaccia. Mai stato da una psicocomesichiama. C'era un po' di veleno sulla punta della mia lingua. Si sentiva? Ma io sono naturale: non ci penso e sputo la parola, come viene.
      Il guaio è che il personale, spingi spingi, c'entra sempre, almeno da me. Non mi riesce semplice discutere ed accalorarmi per "il generale". Mi sembrano prediche da un pulpito eretto in mezzo al Sahara.
      Certamente sono sballato io. Ma, a parte qualche battutaccia, riesco sempre a mantenermi dentro i limiti. Educazione e cultura, tutto qui.
      C'è stato qualcuno però nel web che mi ha tirato un po' troppo la calza e allora...so essere sgradevole e volgare. Ma va! Ma certo, sicherlich, sicherlich, genau so.
      Poi mi spiegherai -se vuoi- la tua padronanza del tedesco.
      Tschüss

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    5. Quella della Psicoanalista era una battutaccia. Mai stato da una psicocomesichiama. C'era un po' di veleno sulla punta della mia lingua. Si sentiva?"

      Nooooooooo, che dici? micaaaaaaaa! :-p

      "Ma io sono naturale: non ci penso e sputo la parola, come viene"

      Davvero? Non me ne ero accorta...:-p

      "Poi mi spiegherai -se vuoi- la tua padronanza del tedesco"

      Fermo là! parlare di padronanza del tedesco con me è una bestemmia!
      Ne so poco-poco: un poco per averlo studiato; un poco per averlo orecchiato; un poco per attitudine alle lingue; un poco per essermela dovuta cavare, unica del gruppo a saperne qualche parola, in paesi dove si parla o, meglio, si parlava più dell'inglese; un poco per amore della letteratura di lingua tedesca; un poco per passioni montanare-alto-atesine (anche se lì si parla una lingua bastardissima che capiscono solo loro) e via discorrendo.
      Diciamo che ho messo insieme un minimo tesoretto di nozioni e poi mi sono lanciata, ché io sono così...tanto per parafrasarti...
      La soddisfazione più grande: andare da sola per negozi in Germania e riuscire a chiedere e ad ottenere la merce e la taglia giusta, a pagare anche senza vedere il prezzo scritto, a provare a rispondere alla cassiera in vena di chiacchiere e a dovermi fermare quasi subito, ché non ci stavo capendo più nulla (incredibile, eh? eppure mi è successo di incontrare una cassiera ciarliera!), di riuscire a leggere le etichette dei prodotti al supermercato o in profumeria e riuscire a centrare quello che volevo comprare.
      Ma è sempre poco, da sopravvivenza lo definirei.

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    6. Conosco gente che sta qui da trenta e passa anni, lavora insieme ai tedeschi, ma quando deve andare dal medico o a chiedere un documento in un ufficio statale si fa accompagnare da una delle due figlie.
      Sopravvivenza?
      Du fliegst schneller als eine Rakette.

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    7. Mò,schnell-schnell, mi spieghi se questo modo di dire è solo tedesco o è mutuato e tradotto dall'italiano: sono troppo curiosa, non l'avevo mai sentito prima, in italiano intendo.
      (n.b. mai giocato a tennis, jemals)

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    8. I tedeschi dicono "schnellere, schneller", cioè più svelto più svelto, che non è tradotto dall'italiano.
      "Die Rakete" (con una t sola ho sbagliato la battuta nell'altro commento) non ha niente a che vedere col tennis, quella si chiama "Tennisschläger", ma è un razzo, quelli che volano negli spazi e purtroppo anche quelli che attualmente volano sulla testa dei siriani.
      Per questo ho scritto così, cioè: tu voli più veloce di un razzo.

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    9. Ah, ecco! Ora non me ne stupisco, l'esempio della sveltezza del razzo lo adoperiamo anche noi, in italiano! Inoltre, sai che c'è? anche la racchetta fa volare la pallina! perciò avevo pensato ad un modo di dire riferito al tennis.
      Quanto a "schnell-schnell", lo so che non è corretto, ma era volutamente così, per creare un effetto "italiano/dialetto centro-meridionale/tedesco" da commediola: hai presente quando si dice "mò sbrigati, su! veloce-veloce!"
      Diciamo che ho improvvisato un tedesco alla Totò.

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    10. Adesso non mi dirai che sei di Napoli....magari di Salerno!

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    11. Se è per questo,sto messa anche peggio di come ipotizzi.
      Che ci vuoi fare...sfortuna...quando si dice Pech haben...

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  2. BELLO, BELLO, BELLO!
    Ho sentito una lezione di Marco Mancassola che faceva luce sull'esigenza attuale di costruirsi una biografia, uno storytelling, di allestire se stessi al "meglio" (e i social sono una trappola infernale). Si era giunti ad un traguardo importante nell'era pre-social: la libertà d'essere. Ora siamo schiavi dell'obbligo di apparire.
    Ovvio generalizzo, ovvio non vale per tutti. <Ne sono felicemente e totalmente fuori. ;)

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  3. Fai davvero centro, @Gioia, con le tue osservazioni.
    Proprio vero: la rete ha portato a galla e messo l'altoparlante a tutte le derive narcisistiche e personalistiche.
    Ovvio che non si debba mai generalizzare, così come non si deve mai desistere dall'allenarsi all'auto-revisione e all'auto-critica, della serie: meglio prevenire che non poter più curare...
    ;-)
    Un saluto e grazie davvero per il tri-BELLO,
    S.

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  4. siamo tutti condannati a una sorta di trisomia: quello che siamo, quello che vorremmo essere, quello che ci credono gli altri.
    con questa premessa, a mio parere, vive meglio chi accetta serenamente questa "legge" e riesce a mantenere sufficientemente vicini questi suoi tre corpi (farli collimare è utopia). Al contrario chi si sente dilaniato tra le tre sue anime e patisce questa condizione vivrà un eterno purgatorio e sarà una "purga" per chi gli sta accanto.
    ciao,
    massimolegnani

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  5. Bello, l'accostamento purgatorio-purga per chi gli sta accanto!!!
    Sottoscrivo totalmente.
    Ciao, Carlo,
    S.

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