lunedì 20 giugno 2016

cronache dal perduto Oriente


Mi trovavo in un angolo della parte di Europa che fu per molto tempo attraversata dal muro: visibile a Berlino e invisibile, ma solidissimo, altrove. 
Ero  in una  bella piazza, tanto antica quanto disastrata, quando vidi atterrare un pullman scalcagnato, una roba, per intenderci, da Italia povera del dopoguerra. Da quel pullman scese una folla colorata e vociante di Babuske.
Babuske, sì, proprio questa è la parola: subito quel termine mi risuonò in testa, riaffiorò a pelo d'acqua dai miei ricordi letterari dell'Europa orientale, perché Babuske è il nome che i russi danno alle donne più anziane della famiglia, le nonne, detto con affetto e rispetto in pari quantità.
Nella vecchia iconografia da souvenir, le Babuske sono sempre strette in cappottoni di lana tessuta grossolanamente, con i bottoni che tirano caparbi su seni e  fianchi da matrioska. Donne invecchiate anzitempo, che portano sul viso, tracciate come solchi, le rughe dell'estenuante fatica di vivere, in una parola della povertà.
Il gruppo scese  dal pullman con l'animo in festa e lo spirito di una scolaresca elementare in gita. E, proprio come nell' immaginario turistico d'ordinanza, portavano tutte un  fazzoletto in testa, dipinto a fiori sgargianti e annodato stretto sotto al mento, con le nocche tirate a farfalla a incorniciare i loro visi pieni e melanconici, visi di mele passate di stagione. 
Però erano vestite a festa, tutte: camicetta bianca con le maniche a sbuffo e un gonnone colorato, accompagnato da un grembiule altrettanto vivace. La stoffa degli abiti era di un cotone davvero troppo spesso per il loro fisico pesante: il tessuto si gonfiava addosso a quei corpi densi e carnosi anche nella zona del giro vita, dove la cintura sembrava tirare verso un impossibile traguardo. Così addobbate facevano pensare a delle campane, con quelle gonne svasate dai grossi piegoni, modellati come dei cannoli di pasticceria.
Scesero nella piazza e ne presero possesso in pochissimi minuti: la piazza diventò il loro giardino d'infanzia e per un bel pezzo non si sentì altro che una cascata di gridolini esaltati, di felicità, sembravano uno stormo di uccellini appena liberati. 


Si sistemarono sulle panchine e sotto alle gonne apparvero  polpacci forti e rotondi e caviglie fin troppo compatte, gambotte da lotta e da fatica. Ai piedi, tutte, calzavano scarpe da montanaro con l'allacciatura alta, dalle quali emergevano rustici e ingenui calzerotti bianchi.  Erano buffe, tutte ugualmente appesantite dall'età, tutte con lo stesso viso pieno e ridente, con le stesse rughe a solco di terra arata, simile ai campi dove probabilmente spendevano la loro fatica quotidiana, sotto ad ogni genere di tempo; il loro colorito era di una tonalità terracotta e ricordava quella dei pescatori di lungo corso.
Giusto il tempo di consumare un po'di pane e qualcosa e poi, sempre cinguettando, iniziarono a sparpagliarsi in tutte le direzioni, finché si accorsero di una gelateria: simili ai passeri che scoprono un tesoretto di molliche di pane, subito si raccolsero e precipitarono dentro al negozio in un solo e compatto sciame.
Ma quando iniziarono ad uscire con i coni gelato in mano, portati alti e dritti come trofei, tenuti con il braccio robusto piegato a metà e posizionato tra il seno e la bocca,  non si azzittirono mica, anzi, tutt'altro: mentre mangiavano si mostravano l’una l’altra  il gelato-trofeo, tra risate e motteggi. Mangiarono tutto il tempo con gioia profonda e  rumorosissima, finché arrivò il momento di risalire mestamente sul pullman. 
Questo accadeva in una remota cittadina slovacca ai confini con l’ex impero della grande Madre, intorno alle tre del pomeriggio di diverse estati fa.  
Le Babuske scomparvero rapidamente, così com'erano arrivate, erano i baluginìi di un mondo scomparso, risorto per pochi istanti in quel angolo d'est-Europa: a me, osservatrice solitaria, sembrò d'aver visto una vecchia pellicola e per loro non riuscii a trovare altre parole che tenerezza.
Le Babuske.

8 commenti:

  1. Bellissima descrizione! A volte le parole sono più efficaci di una immagine fotografica.

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  2. Belle, semplici, felici con niente.
    Pur avendo alla spalle vuoti, botte, dolori.

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    1. Esatto: felici con niente, come tutti quelli cui manca ogni forma di superfluo e anche, spesso, il necessario.

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  3. Dietro la cortina di ferro non sono arrivato, ma di queste babuske mi parlava mio padre che durante la prima guerra mondiale fu preso prigioniero e sballottato tra Österreich e Slowakei. Mi disse che se era sopravvissuto all'orrenda fame lo doveva ad una di queste polpacciute poveracce che conosceva la fame e che aveva al fronte un figlio o un nipote, che somigliava al mio papà. Gli portava un po' di pane delle uova e qualche volta un minestrone di rape, squisito diceva papà, ma penso che fosse la fame e che si sarebbe divorato qualsiasi zòzza.
    Così scorazzavi nella zona rossa della Sovietunion. Bei ricordi, no? Li descrivi molto appassionatamente.

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  4. Ricordi di un mondo scomparso, preziosi per questo, perché raccontano cose sconosciute, come la gioia di mangiare un gelato: noi non ce la sappiamo neanche immaginare la gioia per un gelato.
    Ciao, Vince'
    S.

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  5. Se ben ricordo, una quantità di favole e leggende russe hanno delle anziane signore come protagoniste, come fossero delle creature mitologiche e speciali.
    Sei certa non fossero il folklore stesso, sceso a fare due passi ed una piccola festa?

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto il Mostro si mostri per quel che è...)