giovedì 23 giugno 2016

l'insofferenza necessaria

Teresa Vergalli
Provo un grande e rabbioso senso di disagio di fronte a quanti si affannano dietro il loro debordante non vissuto: un lamentarsi continuo, estenuante, che permea ogni momento, anche il migliore.
L'attenzione di questi sofferenti cronici sa focalizzarsi sempre e solo su quello che non c'è, come se solo a loro toccasse la dura sorte del non essere "accontentati" nelle attese.
Peccato che spesso in quelle esistenze malmostose ci sia solo il nulla, peccato che nessun progetto e nessun sogno riesca mai a prendere forma e a volare via, libero dal livore esistenziale fine a sé stesso che accompagna il lamento infinito contro il destino bastardo.
Eppure, una certa dose di insoddisfazione è patrimonio comune degli uomini e, in quanto tale, può essere il carburante dell'esistenza, della progettualità, a patto, certo, che la si sappia incanalare, a patto che si sappia concepire un sogno, un desiderio, uno scenario altro e migliore cui tendere.
Invece, l'insoddisfazione, che si fa malanimo e bocca amara anche a digiuno, entra ed esce sempre dallo stesso buco, non sa e non può far altro. Guida ogni azione ed ogni parola, uccidendo ogni tipo di relazione, che sia  l'amore o l'amicizia o che so io. 
Perché per stare dentro la realtà occorre saper sognare.
Perché per stare tra gli uomini occorre una lucida capacità di pietas, quella che si prende cura delle pene vere e si ferma, anzi volta le spalle, di fronte all'inutile cicaleccio sui sentimenti e sulle frustrazioni presunte.
A tutti tocca la fatica di vivere, o, per dirla letterariamente, la fatica del mestiere di vivere.
E' che occorre saper sognare da vivi, sognare ad occhi aperti, sognare la vita che potrebbe essere senza uscire dalla realtà presente, senza smettere nessun impegno, senza dimenticare per cosa, per davvero, batte il cuore.
No, non so più dare ascolto alla confraternita dei ripiegati auto-flagellanti, dei salici piangenti-per-l'eternità, dei monaci e delle monache dell'ordine degli scudisciati-dal-destino-bastardo.
Non ne posso più di chi, magari anche ben avanti negli anni, fa ancora risalire la sua insoddisfazione esistenziale ad una infanzia ingrata o, peggio mi sento, al suo temperamento umoralmente dedito alla sofferenza in secula-seculorum.
Forse, ho smesso di essere comprensiva con i piagnucolosi compulsivi dal momento in cui ho sbattuto forte contro la vita, facendomi anche male, certo, ma questa è un'altra storia: di sicuro una lezione fondamentale che ho avuto e la cui storia rimane solo mia.
In sintesi: i perdi-tempo&vita non abitano più qui.

7 commenti:

  1. Siamo in una camera oscura io e te e ci intendiamo a fischio come le cicale. Intendo dire che sono completamente d'accordo con quello che avrei potuto scrivere io, certo non bene come lo hai detto tu.
    Odio i piagnistei e i piagnoni congeniti. La vita dà e riceve da noi tutte le cose belle -non tante- e brutte -troppe- e qualche volta orribili, che qualcuno di noi produce. Il mondo non ci caccia via per questo e alla fine ci dà ricovero a tutti, belli e brutti, ricchi e poveraccinel suo accogliente ventre.
    Non esistono i fortunati al 100% e i morti di fame cui non va bene niente. È una questione di fortuna nella nascita certamente, ma tutti abbiamo avuto la fortuna di nascere appunto e di non rimanere nel nulla. L'incontro fortuito del minuscolo spermatozoino di mio padre con l'ovulo di mia madre ha prodotto me come sono nato; il nutrimento e l'educazione me l'hanno data loro col loro amore, ma poteva capitare che mia madre mi infilasse dentro un sacchetto di plastica e mi abbandonasse in un cassonetto. Non lo ha fatto e questo è stato il mio momento fortunato. Ma tutto il resto ce l'ho messo da solo, io medesimo e non potrei incolpare nessuno dei miei eventuali insuccessi se non la mia idiozia. Perché qualche volta va storto, ma non può andare tutto storto se non ci metti del tuo.
    Io sono diventato artista: dipingo e scrivo e sono felicissimo di farlo: merito mio e dell'ambiente in cui mi sono allevato e delle persone di cui mi sono circondato.
    Ma qui nasce l'eccezione. Come artista non sono MAI soddisfatto, aspirando sempre al meglio, al più vicino possibile alla perfezione, al sublime. Faccio un quadro, lo guardo quando l'ho concluso e mi dico che potevo farlo meglio, e ne inizio un altro. Scrivo una poesia, un racconto, un romanzo e mi paiono maledettamente buoni. Già nella rilettura ci trovo sbavature e difetti. Qualcuno lo correggo, qualche altro lo lascio, altrimenti saprebbe di scolastico. Ma questa è insoddisfazione produttiva.
    Per il resto tutto OK. Ho impiegato una vita per avere queste belle rughe e adesso mi piacciono, sì mi piacciono proprio.

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    1. "Non esistono i fortunati al 100% e i morti di fame cui non va bene niente"
      Verissimo, Vincenzo, lo sottoscrivo, ma, a sentir loro, c'è sempre un'opportunità che a loro è mancata, salvo poi scoprire, man mano che il racconto procede, che quell'opportunità c'è stata eccome, solo che ci voleva coraggio per coglierla (pensa un po' che sfortuna!).
      Una volta, ad una che mi raccontava della sua vita umiliata da un marito pedante e geloso- ed era, all'epoca del racconto/lamento in questa condizione da almeno vent'anni- chiesi: ma come fai a sopportarlo?
      Lo chiedevo ad una persona intelligente, dotata intellettualmente al di sopra della media e senza gravi problemi economici all'orizzonte di una possibile separazione...beh, sai cosa mi rispose?
      Io non lo so cosa mi rispose e so anche perché non me lo ricordo: erano argomentazioni da nulla, altri lamenti, della serie "io sono più sfortunata di tutti".
      Ecco, vedi, quando sbatto contro personaggi così io mi dimentico delle loro ragioni: sarà forse perché non esistono? Qualcuno si azzarda ancora a definirlo cinismo; certo è un "ismo" il mio, ma forse si chiama realismo.
      Un abbraccio di fine-settimana,
      S.

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  2. sono contagiosi, questi personaggi, spesso non si riesce nemmeno a dar loro torto, tuttavia negli anni ho imparato ad evitarli, spandono attorno a loro troppe energie negative, nessuna crescita, zavorra pura da cui occorre liberarsi.

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    1. Sai, Pier, io più che il contagio temo che mi sfuggano di bocca parole amare.
      Diciamo che, una volta individuati, faccio finta di non vederli e non sentirli, in una parola: gli levo il palcoscenico.

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  3. i lamentosi a prescindere... sì, l'unica azione possibile è ignorarli, ma... come si dice "sono tra noi"!!! Non sempre gli si può togliere il palcoscenico, perché il vittimista di professione riesce talvolta a violare anche il religioso e strategico silenzio in cui ti ripari per sfuggirgli. Una faticaaaa
    ciao Sabina

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  4. Sì, una fatica, ma è anche vero che comprendono al volo se non c'è "trippa per gatti"...

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  5. Ecco perchè mi piaci e mi emozioni...ora ho capito. :)

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