martedì 19 luglio 2016

all'ora di cena


Alle sette di sera faccio un giro a piedi intorno al lago: qui è ora di cena e, come al solito, tutto si è zittito, giusto il campanile prosegue la sua chiacchiera solitaria e metodica, a botte di quarti d'ora.
Qui i passaggi quotidiani dei pasti sono condivisi ed evidenti nel silenzio, che prorompe ad orari precisi, con le montagne, straordinariamente innevate per questo periodo, che sembrano sorvegliare la pace della cena nelle case.
Due donne soltanto resistono nella solitudine delle strade, sono sedute sul bordo di una cappelletta del cimitero, che affaccia sul lago, come tutto il paese del resto: che sia il paese dei vivi o dei morti non fa differenza.
Una delle due sta lavorando a maglia, esattamente come se fosse sull'uscio di casa, l'altra le siede accanto e le fa compagnia, solo ogni tanto scambiano qualche parola.
Non avevo mai visto nulla di simile e la scena, all'inizio, mi lascia interdetta, indecisa sulle impressioni e sui sentimenti che mi suscita.
Eppure, penso mentre mi allontano da quel tratto di strada, quel "piccolo vivere" tra i morti ha un che di affettuosa vicinanza tra mondi ordinariamente separati, di spontanea continuità del vivere insieme che mi sorprende: non è più la classica visita alla tomba dei propri defunti, bensì un modo per farli sopravvivere nella più semplice delle quotidianità, un rimettere insieme la vita  e la morte sull'uscio di casa, mentre si avvia il tramonto del sole, alla fine di uno splendore di giornata, davanti ai luccichii blu cupo del lago.
E poco importa se l'uscio di casa è quello di chi non c'è più.

10 commenti:

  1. Eccola la tua piccola e preziosa perla...
    Buona giornata! 😘

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  2. Che bello! Sai, mi hai fatto ricordare quando ero piccolo -c'era ancora la guerra ed il paese era pieno di tedeschi e io non avevo nemmeno 10 anni- era morta nonna a giugno del 44 e con mia mamma ogni giorno andavamo al cimitero del piccolo paese dove eravamo in sfollamento. Mamma vestita di nero, che piangeva sempre, perché sua madre era morta e suo figlio -il mio fratellone- era in Russia e non se ne sapeva più niente. Si rimaneva ore e ore a fare sbadigli, io, e a versare lacrime, mia mamma. Accanto a noi alcune donne del paese, sedute sulla pietra che sosteneva la croce della tomba di nonna facevano penso la calza o uno scialle di lana nero, sempre nero ma non per il lutto, perché loro facevano tutto nero.
    Ogni tanto parlottavano, anche con mia mamma. Poi, quando arrivava l'ora del pranzo usciva da sotto i loro scialli una pignatta con una zuppa e un filone di pane casareccio -buonisssssimo- che io divoravo mentre mamma niente, continuava a piangere.
    Siamo sopravvissuti e poi il mio fratellone è tornato, cioè la sua ombra, perché era partito un fusto di sette bellezze e tornava uno straccio spelacchiato e tutto ossa, ma per me e per mamma era arrivato il Messia.
    Tutta sta roba me l'hai riportata alla memoria tu.

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    1. Che bei ricordi, quasi epici, questi tuoi

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  3. Ognuno ha il proprio posto speciale nel mondo.
    Non scegliamo noi quale sia e non è lui a scegliere noi.
    Quando lo incontriamo sappiamo che è lui, non ci si può fare nulla.

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  4. incantevole questa passeggiata attorno a un lago.
    il cimitero e il paese, i due mondi contigui di vita e di storia locali.
    massimolegnani

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    1. Vite contigue sì,come la vita dei vivi e il ricordo dei morti.
      Ciao, Massimo.

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  5. belle le tue descrizioni jonuzza

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto il Mostro si mostri per quel che è...)