mercoledì 6 luglio 2016

altro treno, altra storia: Bergamo- Siracusa, andata e ritorno

Sono stata per pochi anni  pendolare per lavoro e perciò viaggiavo spesso, per lo più nei fine settimana, cumulando stanchezza a stanchezza: l'incertezza nella scelta del luogo in cui fermarmi da una parte e e l'irrequietezza  di ogni ritorno verso la mia città, (il luogo dove avevo messo a decantare i miei nodi irrisolti) dall'altra.
Ogni tanto mi potevo permettere di prolungare i miei fine settimana e rientrare in un giorno diverso dalla domenica, con più calma e con malinconia e irrequietezza un po' più diluite.
In quelle occasioni viaggiavo spesso su treni semivuoti, senza il fardello degli sguardi stanchi dei miei confratelli pendolari, condannati come me al tour de force di sabato-domenica-vai-vivi-torni-aspetti-ti strazi e ti riprendi..
E proprio durante un viaggio di metà settimana mi trovai nello scompartimento con un uomo che doveva avere sui trent'anni o poco più, anche se non sembrava affatto giovane, forse per via della sua altezza e complessione fisica, davvero larga e solida, tanto da farlo somigliare ad un buffo Popeye dal forte accento di Trinacria. E ricordava Popeye anche per via dell'abbigliamento: pantaloni larghi d’un celeste chiaro e maglia a righe in stile marinaro. Ma quello che più di tutto richiamava in lui la mitica figura dell'uomo degli spinaci era proprio il fisico, così atletico che braccia e cosce disegnavano larghe e ferme onde muscolari sotto al tessuto dei pantaloni e sembravano fremere fin quasi a rompere il tessuto che le tratteneva. Aveva capelli e barba incolti, di un colore biondastro impreciso e tendente al rossiccio. Insomma, si poteva dire che il suo disegno era stato concepito a metà strada tra Popeye e il Nostromo del tonno in scatola, uno che, per dirla breve ed efficace, dava l'idea di poter arrivare a sradicare anche un albero con la forza delle sole braccia. A questo aspetto esteriore si univa un'irrequietezza altrettanto fisica: sempre in movimento, sembrava stesse lì lì per lanciarsi in alto e in lungo chissà dove; si alzava e si sedeva sempre di scatto, pareva un cavallone selvaggio  ridotto in cattività.
Quando, ad un certo punto, prese finalmente una sosta di parziale "quiete fisica", mi raccontò d'essere un insegnante, approdato per necessità di lavoro in provincia di Bergamo dalla lontanissima Siracusa.
Ogni quindici giorni al massimo, (immagino sempre scalpitando avanti e indietro per tutto il treno) attraversava l'Italia per rivedere il suo amato mare di Sicilia, infliggendosi un numero devastante di ore di treno.
Chiacchierando-chiacchierando, (e senza smettere di sottolineare e ribadire ogni frase con gesti inquieti ed eccessivamente "lunghi" di gambe e di braccia) arrivò a raccontarmi dell'immensa nostalgia che covava: e della sua terra, e, soprattutto, del suo adorato mare. Davanti a me stava dunque un gigante irrequieto, ch'esprimeva, tra uno scatto e l'altro degli arti, simili a pale di mulino impazzite, una malinconia inarginabile, persino più grande di tutto lui. A tratti, il suo parlare si faceva accorato, sembrava quasi che  parlasse di una della donna amata, che andava  a trovare e dal cui amore fisico non poteva tenersi lontano più di tanto.
Provate ora ad immaginare la mia sorpresa mentre, ubriacata dallo stupore di fronte a quel fenomeno umano che sudava malinconia a litroni, lo vidi levarsi in piedi ancor più di scatto di sempre e afferrarsi alle due aste di metallo che delimitano lo spazio-bagagli in un'emulazione del miglior Juri Chechi. Davvero non sapevo più se ridere o iniziare a preoccuparmi, ma lui, ultimato l'esercizio e deposte a terra le sue gambone, riprese a parlare del suo mare come se nulla fosse, con accenti da innamorato devoto, quasi un Cielo d'Alcamo reincarnato, sebbene corpacciuto e fisicamente irrefrenabile. Il numero alla Juri Chechi fu  poi ripetuto altre due volte, davanti al mio sguardo attonito, incapace di capire e decidere se l'eccentricità di quell'omone mi dovesse impensierire. 
Non so com’è, ma, ad un certo punto, quelle parabole atletiche  mi sembrarono delle sottolineature in grassetto del suo malinconico trasporto verso il mare della sua Sicilia, un mare in cui io ormai lo immaginavo nuotare come un forsennato, teso verso Scilla e Cariddi, andata e ritorno.
Scesi dal treno ben prima di lui e lo salutai con un sorriso, che Popeye ricambiò cordialmente, scandendo, nel frattempo, a voce alta, le ore di viaggio che ancora gli mancavano per l'approdo alla terra di Archimede.

Parco marino di Plemmirio 
"Giace della Sicania al golfo avanti
un' isoletta che a Plemmirio ondoso
è posta incontro, e dagli antichi è detta
per nome Ortigia. A quest'isola è fama,
che per vie sotto il mare il greco Alfeo
vien, da Doride intatto, infin d'Arcadia
per bocca d'Aretusa a mescolarsi
con l'onde di Sicilia…"

Virgilio, Eneide, libro III-1095

6 commenti:

  1. Lo hai dipinto bene il tuo omaccione al punto che mi sembrava di vedermelo davanti.
    Che fosse lui? Magari ridivivo perché il ragnotipo di cui parlo -vedi caso siracusano d'origine paterna e materna, ma genovese di nascita- lo conobbi in tempi antelucani, quando tu non eri ancora nata e nella stessa terra laziale in cui io nacqui. I movimenti me lo rammentano, non tanto la corporatuta che era quasi normale, ma lo sguardo unico, che ti fissava come una trivella a denudarti il cervello. Anche lui insegnante -ottimissimo- anche lui sempre mobile al punto che tra noi sorse una sfida a chi meglio capisse l'origine di quel continuo moto.
    "Suda e non può grattarsi come vorrebbe", la tesi delle nostre compagne di classe: "Emorroidi incipienti e per questo più fastidiose" il mio blasfemo giudizio.
    Ci portò alla Maturità Classica coi voti più alti della provincia di Roma. Solamente il mitico Giulio Cesare ottenne qualche punto in più e due maturi in più di noi a luglio, ma la nostra classe era di 18 elementi, quella del Giulio Cesare di 23. Insomma 9 maturi da noi, cioè il 50% secco, e 11 da loro, cioè il 47,82% per loro.
    Tacerò il nome del tizio, perché ormai da tempo defunto, ma il tuo potrebbe esserne una reincarnazione o un duplicato.

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    1. ...chissà, potrebbe essersi reincarnato davvero...

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  2. Come capisco quel richiamo...

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    1. Nostalgie marine, nostalgie in generale...

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  3. non riesco a inserire commenti Jonuzza

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    1. Ma qui ci sei riuscita!
      Non so che dire...riprova!

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto il Mostro si mostri per quel che è...)