lunedì 25 luglio 2016

case



Case di montagna abbandonate.
Vecchie case private di vita, muri scrostati e feriti, segno di abbandoni feroci, di dimenticanze gravi, lunghe decenni: questo immagino guardando i loro volti consumati e storti, le finestre sgangherate e sdentate, senza più nessun gusto di memorie da narrare.
Case abbandonate e mute, dalla vecchiaia dimessa fino all’oscenità,  case lasciate a cullare ciascuna i propri fantasmi: sono le case che incontro nelle rare valli risparmiate dall'assedio delle merci e degli uomini di città. Sì, si incontrano soprattutto là queste case abbandonate, quasi che le valli più remote fossero state costrette a recidersi pezzi di cuore e di ricordo per portare in salvo qualche brandello d’innocenza.
Case abbandonate, vecchie e testarde, dure e contorte, con le ossa consumate.
Case che vanno morendo nell'incuria, nel sogno infranto di un'improvviso ritorno, il cammino a ritroso di qualcuno che ritrovi la strada, finalmente, e riconosca il male che l'amnesia delle radici porta con sé.
Case quasi morte, il cui unico riscatto credibile è una resurrezione snaturata e imbellettata, un nuovo albergo per esempio, da dare in pasto agli uomini e alle donne di città. 
Case: le guardo dal finestrino, mentre la valle scorre in un giorno di mezze nuvole autunnali, le guardo con un senso di rabbia triste e di sconfitta, io che non sono nata qui, ma che credo profondamente nella vita interiore dei luoghi.
E sarà che questo mio stralunato paese appare sempre più pieno di buchi: di case, di paesaggio e di memoria, soprattutto quella.
Sarà che in questo paese che non riconosco, così sovraeccitato d’indolenza e di banale lasciar perdere, gli immemori sono sempre più spesso quelli che hanno deciso d’esserlo, caparbi fin all'inverosimile nella stupidità delle loro chiacchiere senza futuro.
Sarà che in tempi di parole e di concetti grevi ma inconsistenti l'unica nota di inutile e fatua leggerezza è rimasta nelle chiacchiere degli oroscopi ( e pace sia all'anima di Calvino e alla sua inarrivabile ma sempre pensosa  leggerezza).
Sarà, infine, che non c’è spazio per immaginare nessun ragazzo che salga sul tetto di una di quelle vecchie case di montagna e inizi a rimetterlo su, a rifarlo giovane, così che le case abbandonate rimangono lì, uguali a loro stesse, ammutolite d'incuria e di bruttezza.
Sarà perché di ragazzi capaci di salire sul tetto delle vecchie case non se ne incontrano più: se ne sono andati tutti, lasciando in questo paese stralunato e immemore i loro padri irosi, persi a discutere del tempo e dell'aria fritta, che mangeranno a cena.
Sarà che le case abbandonate si somigliano tutte e raccontano un’unica  storia, fatta di sola sconfitta.


5 commenti:

  1. Ho dovuto ripensare per forza a qualcosa accaduto una diecina di anni fa, quando ho voluto rivedere, ho cercato di ritrovare posti dove avevo vissuto nel 1944. Avevamo lasciato le città bombardate dalle fortezze volanti americane un giorno sì l'altro pure nel maggio del '43. C'era aria di disfatta, poco da mangiare e la pancia piena di paura. In un paesino del viterbese avevamo passato senza troppe preoccupazioni fino a giugno del 44 quando arrivarono gli eserciti alleati, coi tedeschi che facevano tabula rasa di tutto. Scappammo di nuovo in una sperduta frazione dove c'erano tre case che servivano da magazzini e grotte disabitate, dove si tenevano le bestie.
    Qualche anno fa volevo rivedere quelle case e quelle grotte. dove avevamo soggiornato per tre lunghissimi mesi.
    "Come avete potuto sopravvivere?" mi chiede mia moglie, che se ne era rimasta nel suo bel paese friulano.
    Cosa potevo rispondere? Avrei detto qualcosa se non avessi avuto la gola asciutta.
    Ma non avevo saliva. Di come le ricordavo io quelle tre casette non avevano più niente, erano scheletri, ruderi rivestiti di muffe, e io lì che cercavo le pietre dove avevo giocato con mio cugino un gatto e una capretta, scappando ogni volta che sentivamo arrivare un cacciabombardiere americano. Scappavamo in fondo alla grotta, perché quei farabutti sparavano a tutto quello che si muoveva.
    Credo di avere sofferto quella mattina di una diecina di anni fa come mai avevo creduto di soffrire. Come quando vedi crollare un castello di carte.

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    1. Ti comprendo, e non mi sorprendo delle tue emozioni nel rivedere quei luoghi.
      Ciao,
      Sabina

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  2. l'Italia è piena di paesi abbandonati, poco vissuti, dove rimangono solo i vecchi, ruderi destinati ad estinguersi ... mi sono sempre chiesto perchè, io che da piccolo ci andavo dentro a curiosare le povere cose di chi era scappato in città per sopravvivere. ecco il problema, un'economia avida che ha strappato le persone ai paesi per sfruttarle meglio.

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    1. Un'economia avida, persone avide, un paese intero avido, corto di memoria e incapace di amare.

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    2. per chiudere con una nota positiva ... forse un futuro questi borghi abbandonati potrebbero averlo (clik)

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto il Mostro si mostri per quel che è...)