lunedì 4 luglio 2016

il treno intercontinentale


Amo viaggiare in treno, un mezzo che lascia liberi di andare i pensieri, soprattutto se si siede accanto al finestrino, con della musica e un libro appresso.
Durante i viaggi in treno, ho incontrato sia compagni di conversazione facile e cordiale, difficili da incontrare  al di fuori di uno scompartimento, sia persone con le quali non ho scambiato neppure una parola, ma posso senz'altro affermare che nessun incontro è stato uguale ad un altro. 
Un ricordo particolare risale a qualche anno fa, quando nel mio stesso scompartimento si sistemò una coppia di cileni di mezz’età: d’aspetto intellettualmente svagato lui, con l’aria di una che se la cava senza troppe storie lei. Due persone simpatiche così, naturalmente, per aspetto e per istinto, e per il modo di fare sorridente, gentile e rispettoso, senza tracce di forzature.
La conversazione iniziò mentre la donna cominciava a sonnecchiare, stesa su due posti, ché il treno era semivuoto e lei, piccolina, tondetta e con una bella treccia color nero-pece, s’era messa accucciata, comoda e garbata. Fu perciò lui, che scoprii presto essere  professore all’università di Santiago, che cominciò a chiacchierare per primo, chiedendomi un’informazione.
Non era la sua prima volta in Italia, anzi, già molte altre volte - così mi raccontò- era venuto per collaborazioni con diverse università italiane .Mi confessò che lui e sua moglie erano innamorati del nostro Paese, anche se negli ultimi anni avevano constatato direttamente sulla loro pelle, da turisti di risorse limitate, il crescere repentino del costo della vita in Italia. Però, nonostante tutto, la non troppo sfavorevole condizione economica del Cile permetteva loro, cittadini della classe media, di viaggiare anche fuori dall’America latina. E l’Italia era una delle loro mete preferite, e non solo per motivi di studio e lavoro.
Poi passammo a parlare del Cile e, in generale, dell'America latina.
Il professore aveva vissuto tutta la dittatura di Pinochet schivandone a fatica i colpi più duri. 
Intervallava spesso i suoi racconti della vita al tempo della dittatura con un “riesce ad immaginarlo?
Mi descrisse, ad esempio,  il suo quotidiano ingresso in università tra poliziotti che controllavano più e più volte i documenti. E, ancora, di tutti gli altri controlli che scandivano ogni momento della giornata, ovunque andasse. Tutte le attività più normali e quotidiane erano  passate al setaccio costantemente, ogni giorno per infinite volte.
"riesce ad immaginarlo ?" " riesce ad immaginare una vita così?”.
No che non potevo immaginarlo, ma il solo  racconto di quella tensione costante mi dava un brivido lungo e nero, una traccia che mi pulsava d’inquietudine lungo la schiena.
Insieme toccammo molti argomenti di politica, ma si parlò soprattutto di America, e di America latina. Il professore mi raccontò del ruolo della chiesa cattolica cilena, che aveva protetto tanti cileni durante la dittatura, spingendosi ben oltre la linea non troppo ostile (e qui mi sa che ho usato un eufemismo) tenuta all'epoca dalla chiesa di Roma nei confronti di Pinochet ...e io mi ricordai allora, mentre il professore raccontava, della scandalosa foto di Woityla al balcone del Palacio de La Moneda...


Poi parlammo anche dell’Argentina e della sua terribile dittatura.
E qui, man mano che procedeva il discorso,  mi sorpresi a constatare la capacità di quell’uomo di considerare con oggettività e partecipazione umana la maggior ferocia della giunta Videla rispetto a quella di Pinochet, con il suo gran numero di sparizioni e modalità repressive ancor più indiscriminate e sanguinarie  rispetto al Cile. Incredibilmente, proprio  lui che apparteneva ad un Paese così ferito riusciva a distinguere i gradi della crudeltà e a provare pena e vicinanza per chi aveva patito di più.
Venivano fuori dai suoi racconti giudizi maturati sulla pelle viva, ben al di là delle considerazioni politiche e confessionali meditate a tavolino, perché i tavolini, si sa, sono di legno o di altro materiale non assimilabile alle emozioni o ai sentimenti.
Parlammo anche della teologia della liberazione e del durissimo intervento di Woityla al riguardo, proprio durante uno dei suoi viaggi nel continente latino-americano, quando si  scagliò rabbioso verso un rappresentante del clero latino-americano vicino a quel movimento, mentre le telecamere di mezzo mondo lo immortalavano nel suo exploit.
Poi, quando si avvicinò  il momento di scendere, mi resi conto di avere di fronte un uomo felice per aver potuto parlare del suo paese e del suo continente con qualcuno che ne sapeva qualcosa, così come lui sapeva dell’Italia: nel suo sorriso di commiato vidi una grande, amichevole dolcezza.
Quell’incontro mi spinse a riflettere su realtà che, come la dittatura e la persecuzione, appaiono sempre così distanti, quasi fossero mondi altri, abitati da umanità sconosciute, mentre  sono realtà atroci, che segnano per sempre chi le vive: non più  roba da film o da stanche commemorazioni, ma sofferenze vere, storie di familiari e amici che non tornano più, storie di vite  alienate e costrette, soffocate dal divieto di pensare e di esistere.
Alla fine del viaggio pensai che davvero il treno, quel treno, aveva annullato le distanze intercontinentali.

8 commenti:

  1. Anch'io amo viaggiare in treno: lo preferisco alla macchina. E sono d'accordo con te quando affermi che questo mezzo di trasporto annulla le distante.

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    1. Ho scritto anche di altri incontri, uno pure molto comico.
      Se lo ritrovo lo pubblico.

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  2. uso poco questo mezzo e questo brano mi fa comprendere cosa mi perdo.
    massimolegnani

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  3. Non dovrei aggiungere una virgola perché io da tempo immemorabile non viaggio più in treno, ma solo alla guida della mia auto o in aereo per i viaggi più lunghi, ma l'argomento Woytila mi attira. Non ho mai avuto simpatia per un papa politicizzato al massimo, che fece del suo ponteficato l'ultima Crociata contro l'Unione Sovietica. Altro non gli interessava. Le sue simpatie per i regimi di altro colore del rosso soltanto gli sciocchi non le hanno capite, e i soliti furbi le hanno strumentalizzate. Parli della foto al balcone insieme ad un dittatore sporco del sangue di innocenti, ma non fai cenno -naturalmente perché non c'entra una mazza- al mostruoso silenzio sulla pedofilia di alti prelati americani, coi quali si fece fotografare insieme nel suo viaggio in USA. E quel suo volere ad ogni costo rimanere al suo posto anche se debilitato nel corpo e nell'anima da una malattia, che anzi esponeva al mondo come qualcosa di speciale non mi è proprio piaciuta. SANTO SUBITO, sì purché si tolga dai piedi.
    Ben altro il comportamento del suo successore, che una volta capita la sua inanità nel fronteggiare la Curia e la sua impossibilità a raddrizzare una barca che stava remando in acque sporche ha passato la mano.
    Di quello attuale dico solo che sembra un sempliciotto, ma non lo è.
    E adesso basta parlare di preti.

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    1. Non ho parlato di pedofilia esattamente per i motivi che tu stesso hai indicato, ma ne so abbastanza di Woityla anche rispetto a questo scandaloso aspetto.
      Condivido tutto quello che hai scritto, compreso il fastidio per quella malattia teatralmente esibita: in realtà era ed è rimasto attore fino alla fine.
      Infine, tanto per non farsi mancare nulla, cito solo un altro nome-insulto della sua cerchia: Marcinkus.
      E qui chiudo, come dici tu:
      "E adesso basta parlare di preti"
      Ciao, Vincé.

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  4. Ho viaggiato in treno.
    Potei dire molto ma so che c'è chi viaggia molto più di me.
    Mi manca il viaggiare, sia per la destinazione, sia per il viaggio in sé.
    Ho perso il conto di quante cose ho visto durante i miei viaggi ma so che la vita è mediamente lunga ed avrò ancora occasioni per viaggiare su quel lungo tubo metallico dove il tempo è relativo e conta solo il ritardo della coincidenza.

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  5. Quello del treno è, per necessità di cose, un tempo sospeso e, come ogni tempo sospeso, può riservare impensabili possibilità.

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