sabato 9 luglio 2016

un film intero in uno scatto


Questo scatto è di Monika Bulaj, fotografa famosa, di origine polacca. Fa parte di una raccolta dedicata al tema delle popolazioni nomadi dell'Europa orientale.
La storia ha attraversato brutalmente la parte orientale dell'Europa, prima, durante e dopo il secondo conflitto mondiale, cancellando popolazioni che dell'Europa orientale erano state parte integrante, soprattutto a livello culturale. 
Penso qui soprattutto agli ebrei, che avevano dato vita ad una lingua dolce e assolutamente originale, lo  yiddish,  parlato dalla maggioranza degli Ebrei dell'Europa centro-orientale, derivazione del tedesco, arricchito di elementi ebraici, slavi e neolatini.
Ma la parola yiddish non indicava solo una lingua, bensì un'intera cultura, della quale il nazismo fece legna da ardere, appiccandovi letteralmente il fuoco.
Da quel mondo nacquero, tanto per fare due nomi tra tanti, Franz Kafka e Bruno Schulz, morti entrambi giovani, proprio mentre la furia cieca del nazismo distruggeva assieme agli ebrei di lingua tedesca anche una parte integrante dell'anima e della cultura tedesca, tanto che, in questo senso, penso si possa dire che la furia nazista si dimostrò animata da uno spiccato istinto suicida. 
Le foto della Bulaj raccontano mondi sommersi, forse persi per sempre allo sguardo della storia, ma lo fa senza perdere mai di vista il sentimento di fondo: l'amore e l'attenzione per l'umanità che non appare. 
Anche in questa foto così scarna, la bimba malvestita, affacciata a quella che si può considerare la finestra di poco più che una baracca, sembra offrirci uno sguardo che viaggia oltre la sua immagine: la sua evidente povertà disegna un racconto completo, disegna l'interno della casa, le figure dei suoi parenti, un orto che forse c'è, assieme a qualche magro e quasi sfinito animale di allevamento, disegna persino gli odori dei luoghi che non si vedono.
Questa è l'abilità di un fotografo: fotografare un intero film, una vita, attraverso un solo scatto.

7 commenti:

  1. non solo, occorre anche la capacità in chi sa scorgere nello scatto quel film, o forse quei film, il mondo delle immagini ci sta abituando ad un bombardamento che stordisce. Le foto 'parlanti' sono così rare

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    1. È sempre così: l'arte parla a chi la sa sentire, altrimenti non esiste.
      Ciao, Pier.

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  2. Questa ultima frase con cui concludi il post mi ha fatto pensare a mio padre, poeta dentro, che non ha mai scritto un verso ma che era un bancario malato di macchina fotografica, la sua passione. Quando morì mamma -diciotto anni dopo di lui, e sosteneva il giorno del funerale del marito che lo avrebbe immediatamente seguito- noi suoi due figli andammo la sera a rovistare nelle sue segrete cose. Ce lo aspettavamo quello che trovammo: migliaia di foto di mio padre. Fotografava tutto, in bianco e nero e lei catalogava e teneva in ordine. Numerava gli scatti elencandoli per categorie. Cose e pazzi. Papà con uno scatto faceva vivere una storia. Era questa la sua capacità. Ma il difetto di papà è sempre stata la modestia. Non voleva rotture di scatole. Anche quando noi figli abbiamo mandato a sua insaputa alcuni scatti per ben due volte a competizioni. Tutte e due le volte ebbe segnalazioni di stima per la qualità dei suo scatti. Se la prese con noi due, suoi figli. Questa è la mia passione e basta, disse, facendo la voce grossa.
    Gli bastava quel che aveva e non aveva le fisique du rolle.
    Lo scatto della polacca è meraviglioso. Un attimo e passa alla storia, come il guerrigliero spagnolo di Frank Capra, colto nell'attimo in cui una pallottola lo fulmina.

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    1. Bellissima storia questa che mi racconti, soprattutto perché è vera.
      Tuo padre aveva, è evidente, gli occhi dell'anima, ecco perché non voleva "mostrarsi".
      Ciao, Vi'.

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  3. Tanto tempo fa, dissi ad un amico, appassionato di foto le parole che riporterò qui soto ed in cui ancora credo.

    "Io non so fare foto.
    Partiamo da questo presupposto.
    Però, come te ed in modo differente da te, so scrivere e posso dire una cosa: le immagini a me non danno gli stessi brividi che provo ascoltando le parole.
    Fare una foto non cattura le stesse emozioni che puoi esprimere con una metafora.
    Io scrivo.
    Compulsivamentem a volte.
    Inizio, mi lascio trasportare dove va la corrente ed arrivo in luoghi che non conoscevo e di cui ignoravo l'esistenza.

    Con una macchina fotografica puoi ritrarre ciò che c'è ma con le parole puoi descrivere ciò che vedi."

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    1. Parto dalla tua ultima affermazione, per confutarla, se mi permetti:una foto ritrae ciò che c'è significa dire che tutte le foto sono uguali, invece non è così...c'è chi ferma un attimo qualunque e chi ferma un sentimento, un carattere, una storia, e questa è vera arte fotografica.
      Quanto poi a tradurlo in parole, davvero nessuno lo vieta.
      Forse devi pensare alla foto come ad un quadro: te la sentiresti di definire un quadro di quelli di vero valore una semplice immagine? Beh, io no.

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    2. Assolutamente la stessa dignità, scrittura e fotografia. Non c'è paragone, è come dire "io preferisco il pomodoro nell'insalata invece che cotto nel sugo". Le parole ci danno modo di costruire mondi, la fotografia può aprirci quelli esistenti, fornendoci infinite chiavi di accesso.

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