venerdì 5 agosto 2016

Diario di Viaggio

immagine di Monika Bulaj
La letteratura di viaggio è un genere molto particolare e, così credo, può affascinare e attrarre o respingere in ugual modo.
C'è il lettore che non ama leggere di luoghi che non conosce, che non sa usare le parole che legge per vedere e partecipare dei luoghi, che non può e non vuole cioè fare a meno "della diretta".
C'è chi legge dei luoghi per il piacere di sentir lievitare la magia dei luoghi stessi, per sentirsela descrivere con parole capaci e avere, alla fine, l'impressione di aver intuito tutto, direttamente ed autonomamente.
Tante e diverse sono le ragioni e i modi dell'approccio alla letteratura di viaggio, così come tante e diverse sono le ragioni per le quali molti non riescono ad amarla.
Certo, la letteratura di viaggio richiede una grande abilità descrittiva e quella rara capacità di coniugare luoghi fisici e luoghi dell'anima, ma, quando quest'abilità c'è, questo genere di lettura può davvero regalare le ali pure ai meno dotati di immaginazione.
Per anni ho letto i resoconti di viaggio di Paolo Rumiz, sia quelli che ogni estate venivano pubblicati su Repubblica, sia quelli che nascevano come veri e propri libri o lo diventavano in un secondo tempo.
Nella sua scrittura mi ha sempre attratto soprattutto la ricchezza delle informazioni storiche  e geografiche: una dovizia di riferimenti tale che mi ha fatto sentire costretta a ricercare continuamente notizie e approfondimenti; questa ricchezza  unita alla capacità dell'autore di entrare in contatto con le popolazioni più diverse, (mescolandosi con loro, sedendo alla loro tavola e condividendo il quotidiano più spicciolo), ha prodotto lo splendido risultato di indurmi a leggere la Storia di popolazioni davvero dimenticate come fossero "vicine", a percepire la storia e il suo percorso con sempre meno distanza, e non solo culturale.
Però, negli ultimi anni, mi sono andata  un po' allontanando dalla lettura di Rumiz: è stato quando ho iniziato a percepire, in modo via via più marcato, una tendenza alla ripetitività del suo narrare: sentivo che il suo descrivere stava diventando un "modulo" applicato in forma stereotipata, privato cioè di quella caratterizzazione sentimentale variegata, che aveva fatto di ogni luogo descritto un mondo nuovo e originale, unico.
Nonostante ciò, credo valga sempre la pena di leggere e rileggere quello che, a parer mio, è il suo reportage più appassionato: "Trans Europa Express", un libro che descrive seimila chilometri d'Europa, da Rovaniemi  a Odessa, in un percorso tra acque e foreste, gloriosi fantasmi industriali, villaggi vivi e villaggi morti o cessati dalla Storia. Un viaggio ai confini d'Europa che arriva e racconta l'Europa oltre i suoi confini simbolici, riuscendo a far crescere nel lettore la sensazione di trovarsi sempre nel centro del cuore stesso dell'Europa, anche nel più sperduto villaggio.
Questo libro riesce a parlare alle/dalle viscere di un continente, continente che spesso è avvertito come una costruzione formale, (spesso  è stato così e oggi è, ancor più drammaticamente, così). E tanto forte è il sentimento di appartenenza che affiora dalle descrizioni dei luoghi e delle popolazioni persi alla memoria comune che, alla fine, le distanze si annullano e pare di leggere e sentire gli echi di storie private, familiari, pescate molto indietro nel tempo, le generazioni dei bisnonni ad esempio, e anche oltre. 

7 commenti:

  1. Non conosco il tuo autore perché non mi ha mai appassionato la lettaratura di viaggio. Ho bisogno di una storia umana, di uomini e donne per capirci, ho bisogno di immedesimarmi almeno in uno dei personaggi n'import pas quel, ma devo conviverci per emozionarmi, gioire e soffrire insieme a lui/lei. Così mi capita anche quando scrivo: deve essere la vicenda di un uomo o di una donna o anche di una coppia ed io devo entrare dentro costoro e viverla pagina per pagina. Senza questa simbiosi l'inventiva si esaurirebbe in breve.
    Non conosco Manganelli, non conosco Paolo Rumiz...penserai di certo che stai interagendo con un ignorantone e non escludo di esserlo, ma io ho le mie strade preferite e difficilmente vado a passeggiare altrove, perché troppo spesso sono rimasto deluso, leggendo autori di cui c'erano pagine e pagine di bla bla bla di critici ed intellettuali.
    Leggerò Manganelli, mi hai incuriosito, ma il tuo bel libro di viaggi no.

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    1. Appunto, @Vincenzo, tu rientri tra quelli che non amano la letteratura di viaggio, anche se, permettimi, anche il libro di Manganelli potrebbe sicuramente rientrare nel genere della letteratura di viaggio.
      Scrivi: "...Ho bisogno di una storia umana, di uomini e donne per capirci, ho bisogno di immedesimarmi almeno in uno dei personaggi n'import pas quel..." e io mi sento di dirti che l'immedesimazione di cui parli può nascere comunque dal racconto, soprattutto se questo è condotto con sentimentalità e passione (e nel caso di Rumiz mi sento di poter dire che sì, che è condotto con partecipazione, con profonda empatia, anche perché l'attenzione è puntata sulle persone molto più che sulle "notizie").

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    2. Un po' mi hai incuriosito. Vedremo

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  2. Conosco Rumiz per i suoi reportage su La Repubblica. E' un bravo giornalista e scrittore. E mi piacciono molto i libri di viaggio. Pero' ai viaggiatori moderni preferisco quelli del passato: tra tutti Goethe. Il suo "Viaggio in Italia" e' un autentico capolavoro nel suo genere.

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    1. Sai, @Remigio, a me questo sembra un paragone improponibile, per tanti motivi.
      Perché Rumiz è oggi, forse anche domani, ma Goethe è senza tempo.
      Però, converrai con me che se dovessimo applicare sempre il criterio della comparazione in questi termini la letteratura sarebbe finita da qualche secolo...

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  3. anch'io come remigio conosco rumitz attraverso repubblica.
    quasi che inevitabile che dopo tanta passione affiori il mestiere, la parola un po' logora, meno comunicativa.
    massimolegnani

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    1. Mi sa che hai ragione, @Carlo, forse è davvero inevitabile.

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