lunedì 1 agosto 2016

L'isola pianeta

“L’isola pianeta”
È un libro di Giorgio Manganelli.
Manganelli è un autore che amo, uno di quelli che sanno ancora darti il piacere di un italiano complesso, dal vocabolario ricco, insieme al piacere delle descrizioni dense di sensazioni e di dettagli, tante e tali da riuscire a trasformare la pagina scritta in una pellicola cinematografica.
Per leggere Manganelli “ti ci devi mettere”, devi lasciarti prendere, e il cuore, e l’attenzione; non puoi permetterti né una lettura a pelo d’acqua, né una lettura di quelle in cui stai lì, in attesa che il libro e l’autore ti comprino e ti seducano: Manganelli non ti corteggia.
Ovviamente Manganelli non è assimilabile a certa letteratura oggi in voga, quella che fa della velocità e della scheletricità della scrittura  un pregio assoluto, spesso in ossequio al totem di una moda-modernità che di letterario non sempre sa.  
Ne “L’isola pianeta” Manganelli racconta la Scandinavia e, soprattutto, l’Islanda.
Ognuno dei paesi descritti vien fuori con un suo carattere: l’autore riesce a costruirgli un concreto corpo fisico, con le sue bellezze, le cicatrici e anche, ogni tanto, le sue brutture. Dopo un po’ che leggi guardi a Copenaghen come un’artista che sorride con la tavolozza in mano, vedi l’Islanda come una maga sopravvissuta a chissà quali terribili eventi, capace di mostrarsi ora vecchia ora giovane, come nella più bella e terribile delle favole.
C’è un passo nel quale Manganelli si produce in una descrizione delle nuvole e dei loro differenti caratteri, che siano nel cielo di Roma  o in quello di Oslo, dando vita ad un’allegoria di veri e propri personaggi. Leggendolo,  mi sono fermata a riflettere su quanto amore per il reale ci sia in un descrittore così attento di nuvole,  quanto sia lontana da una penna come quella di Manganelli l’idea di “perditempo”, quanto lontanto l’autore sia riuscito ad arrivare in tema di uomini e sentimenti, anche solo descrivendo nuvole e cieli, quanto la poesia e la trasfigurazione della realtà in termini poetici possa insegnare in tema di umanità.
dall'autobus, con il cellulare: uno scatto deciso là per là 

Ho ripensato a tutte le volte in cui mi sono soffermata su certi particolari punti d’osservazione sul Tevere, nell’approssimarsi dell’incrocio tra le stagioni; a quanto intensamente, ogni volta, ho “ascoltato” le luci del tardo pomeriggio, mentr’inseguivo con lo sguardo l’indizio e la sfumatura che denunciavano sommessi l’incipiente passaggio di stagione. E ho ripensato a quante volte, in quei momenti, mentr’ero assorta su di un ponte, portavo addosso preoccupazioni e malumori di assoluta concretezza.
Ebbene, non mi sono mai, neanche per un attimo, sentita una perditempo incosciente, ma, anzi, ogni volta ho ringraziato la vita per avermi conservato la voglia e il piacere di osservare il cammino delle stagioni nelle luci della sera, nonostante tutto.

6 commenti:

  1. i perditempo come noi (mi ci metto anch'io tra i contemplatori apparentemente pigri) in realtà rubano al tempo attimi e sguardi irripetibili :)
    massimolegnani

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    1. sì, siamo ladri di vita...
      Ciao, Carlo.

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  2. Ecco un libro che comprerò adesso che vengo giù. Sarà merito tuo se mi avvicinerò a questo autore -che non conosco- perché mi hai solleticato con le tue intuizioni sulla metodologia di chi scrive. Come presenta Scandinavia e Islanda, per esempio. Conosco un po' Kopenhagen, ci sono stato un paio di volte per lavoro e quando ci vai per lavoro sei fregato, non vedi niente, nemmeno la sirenetta.
    E poi mi ha affascinato il discorso sulle nuvole, che io guardo a volte da pittore a volte da scrittore. Sono entità in continua evoluzione ed estinzione. Le stavo guardando una decina di giorni fa, in riva al Reno mentre io e AnnaMaria prendevamo il sole, quel poco che c'era rimasto dopo giorni e giorni -mesi- di pioggia. Erano arrivate quatte quatte e si erano prese tutto il panorama aereo in meno di un'ora e noi già temevamo l'acquazzone. Tempo nemmeno un quarto d'ora si sono velocemente estinte per sparire dove non si riesce ad immaginare, come fossero schiuma ingoiata da un enorme lavandino senza quasi lasciare traccia.
    , ho chiesto ad AnnaMaria. Ma stava anche lei col naso all'insù senza avere una risposta. Eppure stavano così tenacemente abbarbicate al cielo pochi minuti prima e sembrava danzassero.
    Capito? E adesso tu con questa storia di nuvole mi hai incuriosito.

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    1. Anni fa la RAI trasmise "un documentario" sulla Scandinavia il cui commento era opera di Manganelli. Forse era legato al libro, forse no: so che ne vidi un piccolo stralcio, per puro caso, perché andò in onda di notte.
      Era bellissimo. L'ho cercato tanto, ma senza risultato. Ricordo l'abbraccio tra le parole e le immagini, alla fine non arrivavi a distinguere più le une dalle altre.

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  3. Quando il dolore che porti ti toglie anche la voglia di vedere...allora bisogna stare molto attenti...

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  4. Bisogna lavorarci sopra, certo, con impegno.

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