giovedì 10 novembre 2016

la città del lampo

via delle Prome

Eravamo appena ventenni, io e il signor Grand’Incerto.
Tra Natale e Capodanno, con pochi soldini in tasca, ci eravamo organizzati una gitarella a Perugia, città che m’aveva rapito fin dalla prima visita, quand'ero appena dodicenne.
Perugia è una città che non puoi guardare con indifferenza e disincanto, ondeggiante com'è in un dualismo quasi magico, comune a molte città antiche del centro Italia; sembra un'isola che vagola sull'acqua della suggestione medioevale e che, di tanto in tanto, trova attimi di tregua solo nelle colline placide che le fanno da sfondo. C'è nel suo paesaggio un tratto di inquietudine costante, che s'insinua tra luci e chiaroscuri degni di Raffaello e viuzze dai nomi alchemici: via della luna, via della cupa, via delle streghe, via del paradiso, ecc.ecc. Un gomitolo intricato di percorsi color nero antico, che sembra sciogliersi solo alla fine dello splendido corso, là dove una terrazza apre lo sguardo verso un paesaggio profondamente italiano e rasserenante.
In quei giorni a Perugia andavamo bighellonando per tutto il centro storico, misurandolo centimetro per centimetro. Sai, camminavamo moltissimo, macinavamo passi anche per dieci ore al giorno, tanto che, alla fine di quel viaggio, di Perusia sapevamo ogni pietra e ogni scorciatoia. Camminavamo sempre, anche a dispetto del freddo e dell'ora tarda, anche in quella sera gelida in cui l'insondabile ci colpì con uno dei suoi migliori effetti speciali, proprio mentre noi, dopati dalla giovinezza e storditi dai piedi fumanti, ci andavamo accanendo in discussioni fin troppo solenni.
Stavamo scendendo per una  straduzza scoscesa, con le finestre dei balconi tutte serrate, quando, nell'accalcarsi sfinente dei discorsi, arrivammo a parlare di sacro, con annessi e connessi. All'epoca eravamo  entrambi su posizioni di vigoroso disincanto, ma ci tuffammo lo stesso sul tema, con l’energia supplementare regalataci dal freddo acuto e dal vino troppo stimolante bevuto a cena.
Dovevamo essere veramente comici, mentre, nella frizzante serata dicembrina, ci accaloravamo su quei temi eccessivi, ognuno con le sue opinioni, tutte molto "vaste" però e per nulla finalizzate. Io andavo recitando la mia teoria sul senso del sacro, che prescinde dalla necessità di trovare un Dio cui ricongiungersi, mentre il signor Grand’Incerto,  preso e compreso nella ventata iper-positivista dei suoi studi chimici, continuava a dire che no, che il sentimento religioso era una forzatura indotta dal contesto sociale. Erano discorsi pieni di vento e anche le nostre convinzioni erano parecchio ventose, ma eravamo a Perugia, città etrusca e, si sa, dove passano gli etruschi passa sempre il vento...
Insomma, prova ad immaginare la scena di due invasati che discutono,  appassionandosi e scoppiando, di tanto in tanto, a ridere per la foga ridicola della discussione. Cominciavano pure a cadere ghiacciolini d'acqua, ma noi niente: nella stradina risuonava potente il tono delle nostre voci infervorate, sembrava non ci volessimo più fermare. Poi, in un punto della discussione che non ricordo, ci bloccò un lampo, un lampo come non l'ho più rivisto,  un lampo da fumetto, disegnato a curva spezzata come una V. Ebbene, il lampo ci venne incontro e si chinò, a pochissimo dai miei piedi: Bello e Terribile.
Rimanemmo in silenzio per qualche lunghissimo secondo, poi io presi fiato e dissi:  "Lo vedi? questo era il signor Dio che s'era scocciato di noi e ci faceva vedere quel che sa fare. Secondo me, s'è sentito provocato", e giù una risata, la mia soltanto, ché il signor Grand’Incerto era impietrito. Io ridevo, sì, però sentivo un mattone dentro, un mattone impastato di paura e di non so cos’altro.
Ebbene, questo che ti ho raccontato, mia cara, è quel che accadde in una sera di lupi e di streghe a due ventenni dalle menti un po' esaltate. Però, credimi, Perugia, da allora, è per me il luogo del lampo:la città dove si toccano e si mescolano i pensieri del giorno e della notte, del sacro e dell'oscuro, della sfrontatezza e dello sgomento. 

Rocca paolina


10 commenti:

  1. Davvero bello questo dualismo, o meglio questa sorta di sposalizio intimistico tra il sacro e il profano, tra la spensieratezza dell'età giovanile e la severità di un tempo più maturo, tra segreti e privati sentimenti e bellezza e anima di un luogo...

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    1. Sai, @Remigio, credo che l'anima dei luoghi esiste davvero e possa racchiudere un po' di tutto, anche il riflesso delle nostre anime.

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    1. Erano belli, sì, benché poco, pochissimo affini. Erano i vent'anni a renderli speciali nelle loro esaltazioni.
      Ciao, Gioia.

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  3. ho iniziato a leggere dicendomi lo finirò domani che è tardi. niente da fare, hai una scrittura che affascina e costringi pure a leggere con lentezza che da te non si addice la fretta. Una delizia.
    massimolegnani

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  4. Mi confondi, Carlo, letteralmente...e poi, con quel termine "delizia" mi hai lasciato l'idea di averti servito una leccornia.
    Grazie e un abbraccio.

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  5. Come sempre -mi ripeto- racconti alla grande un fatterello che diventa preminenza. Riconosco quelle intrinseche qualità di scrittrice, che al maschile mi appartengono. Da quando ho cominciato a seguirti ti migliori di volta in volta, come se aquistassi coscienza delle tue virtù, anzi no, come se perdessi quel naturale pudore che impedisce a quelli come te e come me almeno all'inizio di lasciarsi completamente andare. E adesso basta perché ho detto abbastanza e tu hai capito. Come appunto solo uno scrittore sa fare tu hai riesumato dalla mia memoria un episodio avvenuto quando avevo forse 15 anni. Perugia, io insieme a papà e mamma e non a quel tuo accompagnatore, mister Tentenna, che non si decideva mai a chiederti di sposarlo, come credo di aver capito.
    A casa nostra troneggiava da sempre una splendida foto fatta da mio padre a mia mamma e al mio fratellone sugli scalini della famosissima fontana della piazza principale perugina. "Qui ci sei anche tu" mi diceva mamma, indicadomi il pancione. Il cappotto nero col bavero di pelliccia di volpe che indossava nella foto lo avevo scoperto nel suo armadio nascosto dentro una specie di sacco di tela come si usava una volta, quando la plastica era un mistero.
    Furono loro due a voler tornare a Perugia molti anni dopo e portarono me, perché mamma mi e poi mai mi avrebbe lasciato solo a casa. Naturalmente tornammo a sedere su quegli scalini della famosa fontana e papà ci fotografò. "Mi fa un certo effetto" disse lei. "Quale?" le chiesi. "Quel giorno che sai feci fatica ad esprimere un sorriso, perché tu mi guizzavi dentro come un pesce in un acquario"
    "Ti facevo così male?". "Avevo la sensazione che saltassi fuori da un momento all'altro" Forse fu sadismo, tipico del maschio italico quasi neo etrusco quale sono, ma mi sentii nu lione. Dunque quel sorriso tirato di mamma di tanti anni addietro era rivolto a me in qualche modo, già predominante anzi preponderante nella sua quotidianità. E non era un sorriso, ma una smorfia. Vedi tu un ragazzino di 15 anni, quelli di allora erano proprio dell'ingenuità, di cosa si ingigantiva.

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    1. Su quanto dici in merito alla mia scrittura ti ringrazio molto, moltissimo, e ti svelo anche un retroscena: alcuni post sono riedizioni "più che rivedute e corrette" di post vecchi di qualche anno, che erano contenuti nel mio primo blog.
      Ogni tanto vado a ripescarne qualcuno e lo rimpasto, quasi chirurgicamente_lo scompongo, lo sforbicio in alcuni punti, lo riscrivo completamente in altri, e così via.
      Mi sono anche posta degli obiettivi: stringere e concentrare senza perdere nulla; spersonalizzare qualcosa e personalizzare più intensamente qualcos'altro; rimanere più al di fuori dei racconti e, contemporaneamente e paradossalmente, starci dentro più intimamente, lasciando un po' di lavoro d'intuizione a chi legge.
      Lo so, mo' penserai che so' fanatica...può essere...è la deriva del perfezionismo compulsivo, capisc'ammé, ma, credimi, è anche un esercizio di umiltà, nel senso migliore del termine.
      Quanto a Capitan Tentenna, che tale è rimasto per tutta la vita, la sua, il problema non era nel fatto che non mi chiedeva di sposarlo, (non ci pensavo proprio a vent'anni) ma, e questo l'ho capito tardi, nel fatto che non riusciva mai ad uscire dal bozzolo, l'eterna crisalide, per intenderci, e questo su tutti i fronti. Comunque, per mia fortuna e non solo grazie a quella, io me ne sono salvata per tempo. Era un classico esemplare umano del genere che, con definizione dialettale di non so più dove, si può definire "n'acqua ciulla", vale a dire una bevanda a base di acqua che non sa di nulla, acqua sporca, toh. E' che io mi ostinavo, e talvolta- mannaggia a me- mi ostino ancora, a cercare i tartufi là dove proprio non ne cresceranno mai...

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    2. In pratica fai il lavoro che fa l'editor in ogni Casa Editrice: sforbici manoscritti e li rendi leggibili. Buona cosa, ma non esagerare. Finora ti è riuscito bene.
      Mister Tentenna allora tentenna ancor. Non ti ho mai vista, forse allora eri bruttina e racchietta (non lo credo) ma io -credammé- un cervellino come il tuo non me lo sarei lasciato scappare. Le tette si rifanno, gli zigomi e gli occhi pure, le chiappe si rassodano, la pancia si butta via e insomma ci si trasforma tutta -guarda Cher- ma il cervello NO. Se non c'è non c'è.
      Starà ancora tentennando il drudo. Tu sei un po' come me: ti innamori dell'essere innamorata. Capita agli artisti e ai sognatori. Non è un male, anzi: ti mantiene sana e giovane.
      Come me, appunto.

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    3. "Mister Tentenna allora tentenna ancor": sì, ma per conto suo e da quel dì...
      Ti riprendo, anche a rischio di farti un po' innervosire, sul tema della bruttina/racchietta, categoria troppo desueta e che- guarda caso- si applica solo al genere femminile...
      In verità, confesso che non mi sono mai mancati i "questuanti": e qui mi viene anche da ridere, visto che ti sto rispondendo adeguandomi "ai criteri di selezione estetica del genere femminaceo".
      Diversi questuanti, i più affezionati, hanno avuto spesso una caratteristica comune, (e qui introduco una piccola digressione/confessione), che io trovo un po' comica: mi hanno confessato direttamente o facendomelo arrivare tramite qualcuno/a la loro passione "antica ed inespressa" a distanza di tempo, talvolta di anni.
      Beh, detto tra noi, a me ste cose paiono mooooooooolto infantili, sbaglierò...

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto il Mostro si mostri per quel che è...)