lunedì 7 novembre 2016

l'uomo senza contorni


L’uomo senza contorni aveva una valigia esageratamente grande per la brevità del viaggio, ma non era una novità: tutte le volte che lei lo accompagnava lo vedeva arrivare sempre con un bagaglio inadatto. Era sempre la stessa valigia, eccessivamente grande e semivuota, con  le sue cose che ci ballavano dentro, mescolandosi: abiti ed oggetti, biancheria e accessori per la toilette. Al momento dell’apertura del bagaglio, da quella miscela trasandata e in perenne movimento sortivano spesso effetti comici, per esempio quando gli oggetti si infilavano negli anfratti degli abiti e della biancheria creando ridicole protuberanze. 
La donna che lo accompagnava, però, ormai non si meravigliava più di quel suo disordine goffo, senz'anima: troppe cose in lui erano approssimative, fatte di fretta e con distrazione, lasciate incompiute senza motivo, come se riguardassero qualcun altro. Se non lo avesse frequentato da tempo e conosciuto da ancora più anni, certo si sarebbe stupita: proprio lui, che viaggiava continuamente per lavoro, continuava a buttare alla rinfusa le cose in una valigia sempre troppo grande, rammaricandosi poi puntualmente dei suoi abiti, che, immersi in quella vasca troppo profonda, uscivano quasi centrifugati.
Ma tutto si spiegava: quella trascuratezza infinita si legava alle altre incompiutezze, soprattutto  affettive, che lui covava nel suo disordine senza contorni.
Più di una volta la donna aveva pensato di dirgli della valigia, certo con delicatezza, ma poi ci rinunciava sempre, forse perché non era sua moglie: poteva sembrare un’intromissione nella sua vita d’ogni giorno, la vita di cui lei non avrebbe mai fatto parte. Di fatto, l’unica cosa di cui gli aveva parlato tante volte era stata l’altra sua incompiutezza, quella affettiva.
Ma, quel pomeriggio, mentre stava seduta sul bordo del letto e lui si era messo a riordinare le carte, non riusciva a staccare lo sguardo dalla valigia aperta: le pareva di vederci dentro le viscere di lui, buttate a casaccio e intrecciate con altri oggetti disparati, senza alcun legame tra loro e senza alcun sentimento, né di cura, né di appartenenza. Pensò che la sua valigia, in fin dei conti, gli somigliava molto: inadatta, messa insieme con sciatteria, trascurata, disconosciuta, come la sua esistenza e la sua identità.
Nel tempo in cui si frequentarono, le capitò molte volte di andarlo a prendere all’aeroporto o alla stazione e, mentre camminavano insieme, le arrivava il suono del  vuoto e del rotolìo degli oggetti nell’eccessivo spazio del suo bagaglio: era sempre la stessa sconclusionata parabola, che riassumeva l’esistenza di uomo dai contorni irrimediabilmente imprecisi.
Così, quando ormai non si vedevano più da tempo, la donna si convinse definitivamente dell’attendibilità della sua prima intuizione: in lui il regime della trasandatezza non sarebbe stato mai sovvertito; tutta la sua esistenza, probabilmente risparmiata da grandi e illuminanti strappi, avrebbe mantenuto per sempre una sorta di persistente, inconcludente sonnolenza, i cui motivi risalivano a chissà quando, a chissà dove e a chissà chi, forse ad un passato remoto dove lei non era mai transitata, neanche di sfuggita.
Ma, la ritrovata libertà d’animo, l’affrancamento da quell’inutile pena e il concretissimo “senno di poi” le impedirono di mettersi sulle tracce di altre spiegazioni: che risiedessero in un passato remoto o in un passato prossimo poco importava ormai e non toccava a lei rispondere alle domande che lui non si sarebbe mai posto: questa, sì, era davvero libertà.

10 commenti:

  1. Bello. Mi piace e mi è sempre piaciuto il modo in cui scrivi. Dici cose bellisime con nonchalance quasi dicessi: ehi, amico ho buttato giù la pasta, siediti a tavola. E il tuo cibo non è mai improvvisato e non è mai sciapo né troppo salato. Era da tempo che te lo volevo dire, lo faccio adesso che sono in crisi di verità, nel senso che se adesso la mia AnnaMaria mi chiedesse se le sono sempre stato fedele -inteso alla maniera femminile chiaramente- le spiattellerei tutte le mie scappatelle. Ed è stata sempre questa la ragione principale per cui mi sono mantenuto nel tuo bacino di cabotaggio, non certo l'insegnamento del tedesco che peraltro conosci assai bene, mentre invece ricordo perché vi accedetti e cioè dove ti ho incontrata, in casa di una parsona con cui ero molto, troppo in amicizia, e che adesso non frequento più. Sai di chi parlo.
    In questo post c'è qualcosa in più che mi riguarda, qualcosa che mi ricorda me stesso come ero e come in fondo sono rimasto: uno provvisorio nel suo cielo privo di stelle che un attimo dopo ne rigurgita, tante ce ne sono nel suo buio firmamento. Io sono luci ed ombre e la mia valigia è sempre pronta, mi segue standosene vicina e immobile accanto a me, che sogno continuamente e che continuamente sono in viaggio restandomene immobile.
    Vivo così da quando ho un ricordo palpabile e mi ci trovo daddio. A volte mi capita di domandarmi se le paersone che mi stanno e mi sono state finora più vicine provino dolore e dispetto per questo mio costante star qui e non starci, star in onne loco e non stare da nessuna parte. Mi piange il cuore, vi amo tutti ma io morirei se non fossi come sono.

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    1. Grazie, Vincenzo, per l'apprezzamento e per le parole con cui lo esprimi: una cosa completa l'altra, con parole che hanno lo spessore del senso/sentimento. Grazie davvero.
      Però, se mi permetti, io non ti vedo nella veste di "fotocopia" dell'uomo del post, perché tu parli di una "provvisorietà" che non è alienazione dalla vita, ma, piuttosto, è quel senso di "instabilità" che prova chi vede e immagina troppo e sempre tutto, volando anche molto lontano dal proprio piccolo quotidiano.
      L'alienazione di cui ho parlato nel post è un'altra cosa: è un non esserci mai veramente, è come una mancata nascita alla vita e alle emozioni...e qui proprio non ti ci vedo!
      Pfirti!
      detto "nach bayerischer oder tiroler Art"

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  2. molto bello...
    mi ha stupito leggere " trasandatezza", ripetuta anche più volte.Avresti potuto scegliere qualche sinonimo piuttosto che, usare questo in un certo qual modo desueto e, anche poco musicale, da sembrare quasi dialettale...sono certa che c'è un motivo, sei sempre così perfetta. :)

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    1. @S.,
      innanzitutto grazie per l’attenzione della tua lettura! Accolgo volentieri la tua annotazione in merito alla ripetizione del termine: ho provveduto a modificare il post…
      Invece, in merito alle altre tue due sottolineature mi sento di dissentire e, di seguito, cerco di spiegarti perché:
      dici che ti stupisci del termine " trasandatezza" e io fatico a seguirti: " trasandatezza" non è un termine arcaico o scorretto linguisticamente, di questo sono certa. Passi per la ripetizione nel corpo del post, che è stata eliminata, ma il termine " trasandatezza" è comunque rimasto in un passaggio, proprio per le ragioni di cui sopra, oltre che per “l’appropriatezza emotiva” che io vi ho individuato;
      parli di termine poco musicale e qui davvero non ti seguo: " trasandatezza", come quasi tutte le parole della lingua italiana, (e mi sentirei di togliere anche il quasi), è dotata di una sua musicalità intrinseca. Piuttosto, forse, la tua impressione deriva dall’abitudine ad un certo uso dell’italiano corrente, che tende “a castigare” la lettera Z. Questa tendenza, molto diffusa, si concretizza, ad esempio, nella pronuncia della Z in forma esclusivamente dolce anche là dove dolce non è. Altro proprio non comprendo, sinceramente;
      infine, non capisco cosa possa esserci di dialettale nell’uso di un termine che, a differenza di tanti altri, dal dialetto non è neanche derivato. Anzi, colgo l’occasione per trascriverti l’etimologia del termine dialetto/dialettale: lat. tardo dialĕcto(n) f- dal gr. di{álektos} ‘lingua’, deriv. di dialéghesthai ‘conversare’. Insomma, mi è difficile condividere il tuo pensiero su questo punto.
      Ciao,
      Sabina

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    2. E io che stavo per scrivere..."bello quel 'trasandatezza'..."
      ;D
      I lettori sono tanto belli quanto diversi...ma è questo il succo.

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    3. non era assolutamente una critica, credo di essermi espressa male. ti leggo sempre volentieri, perché trasmetti davvero emozioni ed immagini cesellate, dunque non c'era un giudizio grammaticale nel fatto che tu lo ripetessi, poi detto da me, capirai :)
      Vorrei scusarmi se ho dato l'impressione di voler giudicare, ma nonostante io scriva in italiano, male, di base resto di madrelingua francese.Ho sempre pensato che trasandatezza fosse un termine dialettale.Grazie delle spiegazioni e scusa ancora.

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    4. Per Gioia:
      sorrido, davvero siamo tutti diversi, ognuno con un suo sguardo e un suo orecchio, se mi passi l'espressione.
      :)

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    5. Ma no, non devi scusarti!
      Io mi sono limitata a risponderti, spiegando il mio punto di vista, evidentemente molto diverso dal tuo. Poi, quanto alla ripetizione del termine trasandatezza, avevi comunque ragione, tanto che ho cambiato un paio di passaggi.
      Guarda, ho solo cercato di puntualizzare punto su punto, forse con molto rigore, ma è il mio modo di spiegare le mie ragioni: cerco cioè di esporle con la massima chiarezza possibile.
      A presto, S.,
      Sabina

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  3. una valigia inadatta allo scopo, sempre la stessa, sempre scioccamente mezza vuota, è un attraversare la vita a passo sbagliato, sbadato.
    apprezzato.
    massimolegnani

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    1. ...è anche un "non attraversare affatto" la vita.
      Ciao, Carlo
      :)

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