venerdì 30 dicembre 2016

La centrale elettrica della periferia nord - Valerio


Mi son trovata spesso a ricevere le confidenze di uomini persi dietro a donne che non li vedevano e rispetto alle quali loro stessi, per primi, si nascondevano accuratamente; uomini che nella confidenza sceglievano di condividere dolori e attese, quest’ultime quasi sempre destinate a rimanere senz’esito, attese uguali e amaramente simmetriche a quelle delle donne.
Capitò un po' di anni fa anche con Valerio, che era stato un mio compagno di classe. 
Dopo la maturità ci incontravamo ogni tanto in una piazzetta dove lui amava perder tempo d’estate e d’inverno con altri maschi, una sorta di riedizione metropolitana del bar di paese ma all'aperto. Nella piazzetta c'era un piccolo arco che, all’occorrenza, rendeva possibile continuare la chiacchiera sfaccendata anche nelle giornate di pioggia.
Pian piano, non ricordo più com'avvenne, cominciammo a frequentarci assiduamente.
Ci vedevamo in piazza, oppure lui passava a prendermi e ci andavamo a bere una bibita in qualche bar sperduto di periferia. Poi, quasi sempre, ci buttavamo in qualche stradina tranquilla a chiacchierare, d’inverno, se c'era troppo freddo, rimanendo seduti in macchina. 
Parlavamo di tutto, passandoci l’un l’altro tutti i dispiaceri e i sogni che coltivavamo in attesa di iniziare a vivere davvero.
Una sera di profondo autunno, sotto un cielo stellato spettacolare, Valerio mi portò davanti alla grande centrale elettrica della periferia nord, un posto nascosto nell’ultima fascia di verde prima del raccordo e lì  prese a raccontare:
Sai, ogni tanto vengo qui perché mi sembra di avvertire il fremito della centrale, mi sembra il fremito del mondo. Me ne rimango qui per un po' a farmelo scorrere addosso. E tu lo senti?
Io non sentivo granché e glielo dissi, con la mia solita scrupolosa sincerità, quella che sentivo come un dovere verso con un amico come lui; tuttavia, glielo dissi usando un tono di cauta ed esitante dolcezza, perché non volevo entrare rumorosamente nel sogno che gli vedevo correre nello sguardo.
Valerio, allora, era innamorato della ragazza di un suo amico e non lo aveva confessato a nessuno prima di quella sera.  Di quella ragazza conosceva tutto, soprattutto tristezze e delusioni, ma di come ne fosse venuto a conoscenza non saprei dire: forse, chissà, lei s'era confidata con lui nell'indifferenza di chi non s'è accorto di nulla o, forse, avendo intuito il suo sentimento, lo usava come confidente con quel piacere affilato come una lama maligna e macchiato di sottile cattiveria di sentirsi ascoltata con amore e considerazione.
La profonda confidenza tra loro l'aveva spinta a raccontargli anche la storia di un bambino mai nato, una cosa per cui Valerio si struggeva, invidiando al suo amico quel figlio svanito.


Valerio suonava e amava tanto il jazz e in quella stessa sera mi raccontò che una volta, ad un concerto, s’era ritrovato con lei seduta nella fila davanti alla sua. Lei s’era girata un attimo a guardarlo e a sorridergli e lui aveva pensato “quant’è bella” con l’infinita pena di chi deve rimanere sveglio pure mentre sogna.
Tra noi due s'era creata un'empatia speciale, anche perché nei suoi racconti io un po’ mi ritrovavo: eravamo entrambi in quella fase della vita in cui sbatti contro il muro del desiderio impossibile e non riesci ad andare oltre quella ragazza o quel ragazzo che non sarà mai la tua o il tuo. Sono passaggi  in cui ti senti come un cavallo che fissa il più balordo degli ostacoli senza riuscire a saltarlo e ti convinci di essere lì a giocare l'unica e decisiva partita della tua vita. Io e lui vivevamo la stessa condizione amara: ci eravamo stretti l'anima con lo stesso genere di cappio, una sorta di prigionia auto-inflitta, una condizione che ci rendeva ciechi e, almeno allora, inabili ad un'alternativa di futuro.
Così, quella sera, davanti ai bagliori delle luci e ai riflessi della luna sulla centrale, Valerio si allungò sul sedile della macchina e raccontò:“Sere fa sono venuto qui con la mia ragazza. Stavamo in macchina, come ora con te. Lei mi ha accarezzato per un tempo lunghissimo,  a me piaceva e stavo davvero bene così, sarei rimasto tutta la notte sotto le sue mani. Però, ad un certo punto, L. ha smesso di carezzarmi ed è rimasta in silenzio. Allora ho aperto gli occhi e l’ho vista che mi fissava con uno sguardo cattivo. Mi ha detto: “Cosa credi? Pensi che a me non piacerebbe se anche tu mi accarezzassi?”
Valerio aveva estratto dalle tasche quell'episodio amaro e me lo aveva steso davanti come un bucato d'inverno, dandosi ripetutamente dello stronzo e mostrando una pena così profonda ch’io non riuscii a trovare nulla di meglio da dirgli che:
“Mi sa che aveva ragione, si sarà sentita strana, fuori posto,  la capisco”.
Era di nuovo la mia ostinata sincerità a parlare, solo  che stavolta la fermai  prima di aggiungere:
“Sai, Valerio, tu, come me, sei prigioniero di un’idea, la ragazza del tuo amico è diventata la tua prigione. Ti sei avvolto da solo in questa solitudine infame e trascorri il tempo in compagnia di quest’unica idea; è per questo che  la tua ragazza ti ha guardato con quello sguardo cattivo: ha capito che l’altra sera tu non eri lì con lei  e che al suo posto avrebbe potuto esserci  chiunque”
Sì, preferii non dirgli tutto quel che pensavo, forse perché erano cose che pensavo anche di me stessa, so solo  che a quel punto avrei voluto dargli una carezza, ma, istintivamente, non lo feci, anche se non ne sapevo il motivo e, per comodità,  imputai tutto alla mia timidezza; in realtà, una carezza in quel frangente poteva rivelarsi una trappola per entrambi, perché io non  ero la ragazza del concerto, e due come noi,  afflitti dallo stesso male, stando insieme e troppo vicini erano destinati a perdersi.

7 commenti:

  1. Innanzi tutto sarà il caso che tu sia d'accordo con te stessa: si chiama Valerio il tuo interlocutore oppure Fabio? Ovvero si tratta di un lapsus freudiano?

    Tenero il tuo racconto. Penso che nella vita di ciascuno di noi ci siano le stesse lacune, le stesse incertezze. Io -devi crederni- fino ai miei 15 anni ero timidissimo: mi innamoravo di continuo e MAI riuscivo a dire alla ragazza quello che stavo provando. Poi ululando di rabbia ho saltato il fosso e mi sono trasformato nel draguer del gruppo: le rimorchiavo tutte io, spudoratamente. Avevo capito il trucco che funziona col 98% delle donne, allora come oggi, e cioè la nonchalance, i pesci marci sbattuti in faccia, il menefrego e vieni a prendermi se ti riesce. Ho fatto felice tutti i miei amici, trascurando in modo anche eccessivo tutte quelle ragazze che mi cadevano addosso per inseguire solamente quelle che si rinchiudevano nella torre d'avorio. Così ne ho snobbate due, che non posso dimenticare: una rossa tutto fuoco che ha sputato inutilmente l'anima per arrivare da me. Non ho ancora capito perché io lo abbia fatto. L'altra una tredicenne -io ne avevo 17- bruttina e magrissima, Beatrice. Sta poveraccia se ne era fatta una passione. Era mooolto intelligente, come sempre succede con le bruttine, ma era uno stecco dove appendere abiti. La mia unica amica di allora mi pregò di passarci una serata. L'ho fatto per la mia amica, ma fu una sofferenza. Cinque anni dopo mi trovai ad una festa una meraviglia umana che non mi degnava di uno sguardo.
    Sai chi è quella? Mi chiese il mio migliore amico. È Beatrice. Cresciuta bene la piccola, non ti pare? E mi pareva sì, ma lei se l'era legata al dito, anzi a tutte e dieci le dita e non ci fu niente da fare. Sposò un ufficiale di Marina e vissero felici e contenti.
    So ist das Leben.

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  2. Il nome iniziale del protagonista era quello vero, ma io l'ho voluto cambiare per proteggerlo, nel caso (piuttosto improbabile) che capiti qui e legga il mio post, riconoscendosi.
    Quindi il nome è Valerio e credo d'averlo corretto in tutti i passaggi; comunque riguarderò attentamente il testo.
    Sai, penso ancora oggi a quanto bene ci siamo voluti io e lui nella disperata inconcludenza dei nostri vent'anni. In Valerio scoprii allora un'anima speciale, forte e fragile allo stesso tempo, cosa che non ero ero stata capace di "captare" negli anni di scuola.
    Di storie come questa ne custodisco diverse, forse perché mi è capitato più e più volte di intrecciare amicizie profonde con gli uomini, che, per quanto venate spesso di amore inespresso (è tipico di queste amicizie, credo), sono diventate degli esempi paradigmatici di alleanza e condivisione sentimentale, dove per sentimentale intendo tutto, in una parola il senso stesso della vita.
    Magari ne scriverò ancora...sono ricordi dolci questi, mi riagganciano a quel sentimento di fame di vita e di senso che allora, e non solo allora, sembrava concreto come la fame di pane.

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    1. Forse adesso è tutto cambiato, come il sentimento della vita, come il piacere di darsi e di prendere quello che l'altra-L'altro ti offre. E poi è cambiato tutto da quando voi donne, voi ragazze avete scoperto quanto sia bello essere intraprendenti e non aspettare sempre che sia l'uomo, il ragazzo a prendere iniziative. Questo ha accorciato tantissimo i tempi dell'approccio e semplificato le cose rendendole più facili per i maschietti. Vedo mia nipote, che adesso è ventunenne, ma che ha iniziato a farsi da fare (con cose grosse) già a 15 anni.
      Certo che ai miei tempi c'era fame di novità, di conoscenza, ma l'assoluta inesperienza di entrambi e l'incapacità da parte di noi maschietti di risolvere l'impasse iniziale.
      E allora nascevano queste amicizie strane tra ragazzi e ragazze, che non erano amicizie come tra elementi dello stesso sesso, ma imitazioni di cose che avremmo voluto fare ma non eravamo pronti a fare, sfumature di corteggiamenti mascherati da interessi comuni e tutte queste belle panzane.
      La mia amica del cuore -una compagna di scuola dalla prima media alla maturità- era la più carina di tutte, ma timida come una mammola. Accoppiata a me che non sapevo tirar fuori un fagiolo dal baccello puoi immaginare la scena quotidiana.
      Abbiamo preparato la maturità insieme a casa mia. Avevo lo studio in soffitta, una soffitta assai ampia dove mancava solo il letto per dormire, ma avevo due divani. Verso le due di notte facevamo un pisolino, poi si riprendeva. Parlo dell'ultima settimana prima degli orali. Una notte, senza preparazione alcuna né intenzione ci siamo"impallati". Così, di botto, senza dire una parola, dal nulla al tutto...o quasi. Due minuti dopo non si riusciva più a capire dove incominciava lei e dove finivo io. Una cosa bellissima e fantastica. Ci separammo col fiatone continuando a guardarci adesso che avevamo capito che per tutto quel tempo eravamo innamorati l'uno dell'altra.
      Come è finita?
      Io ho sposato la mia friulana, lei un professore di matematica conosciuto all'Università La Sapienza.
      Se l'è portata via un tumoraccio infame che aveva 44 anni.
      Il suo era il sorriso più dolce dell'Universo.

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  3. Quindi confermi quello che da sempre credo. L'amicizia intensa fra uomo e donna cela sempre qualcosa di silente...

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    1. beh, non la penso esattamente così, Gioia carissima: potrei dirti che sì, che condivido "anche" la tua affermazione, ma solo se inserita in una spiegazione più grande, quella che cercherò di esporre in un prossimo post, dove sto pensando di riportare la tua frase di commento proprio come "punto di partenza" della mia "riflessione d'arrivo".
      Buon anno, anzi buonissimo!

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  4. ci sono tante cose belle qui,belle per il tuo modo di raccontarcele, non belle per se stesse, che alcune sono tristi ma tutte autentiche. bello quell'andare di Valerio alla centrale a sentire lo scorrere di un'elettricità simile alla sua, bello quella vostra confidenza spontanea che in certi tratti rasentava l'amore, un presupposto d'amore mai sfociato. assai triste ma molto vero il modo di stare di Valerio con questa ragazza che vorrebbe una carezza che non viene e con l'altra da cui vorrebbe una "carezza" che non verrà mai.
    hai descritto un'atmosfera particolare, rarefatta e autentica, che mi ha riportato a esperienze simili, quel sentire all'unisono che potrebbe essere altro ma resta (solo) amicizia.
    ml

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    1. GRAZIE, Carlo, c'è nella tua lettura un qualcosa di speciale, di profondo, che mi onora.

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