giovedì 12 gennaio 2017

il senso morbido del latte


C'è un paese ai piedi di una delle parti più selvagge dell'appennino, in una zona percorsa e anche squassata dal vento.
Il vento lì è padrone assoluto e non lo puoi contraddire: suo è il disegno di tutto il paesaggio e degli alberi soprattutto, alberi le cui chiome hanno forme asimmetriche e avventurose. Sono alberi speciali, con il tronco composto da grosse scaglie, le cosidette squame loricate, dal nome degli elementi che componevano le armature dei soldati romani; i pini loricati- questo è il nome dei pini che abitano l'appennino meridionale, dal Pollino fino alla Sila - sono dotati di una corteccia simile ad un'armatura per riuscire a convivere con il dispotismo selvaggio del vento. Sono alberi diversi da tutti gli altri, che crescono spesso isolati, e alcuni di loro, poggiati saldamente sul precipizio, sembrano quasi messi  a  guardia dei costoni di roccia. E dalla roccia i pini si porgono impavidi contro al vento, il loro più diretto avversario, il despota che disegna a suo piacimento la loro forma. A guardarli, i pini loricati sembrano possedere qualcosa di anarchico ed eremitico insieme, due caratteri che si accorda no con il resto del paesaggio e con il carattere della gente che lì abita.
Entrando, il paese ti si presenta tutto sistemato su di una collina, una cascata di case bianche e grigio chiaro, giusto un po' di rosso ruggine sulle tegole; le case sono addossate l’una all’altra, come a  covarsi reciprocamente e a far fronte comune contro le intemperie.
Sulla via principale, (un tappeto di ciottoli fittamente incastrati), sta una latteria con tre affacci sulla strada e nessun insegna: i primi due affacci lasciano intravedere un laboratorio, mentre l’ultimo funge da porta d’ingresso del locale della vendita. L’interno è scarno, all'insegna del bianco e del grigio, proprio come il resto del paese di fuori; ai muri spiccano solo  i cartelli dei prezzi, impressi su pezzi riadattati di vecchi cartoni con sopra numeri e scritte a caratteri esagerati, vergati da un pennarello color nero pece a  punta stra-larga. Lì dentro ogni cosa  rimanda alla semplicità della necessità: entri e ti è subito chiaro cosa puoi trovare qui, ché i prodotti in vendita sono pochi e tutti dichiarati  a lettere enormi nei cartelli.
Mi metto in fila e aspetto, comprendo che sono arrivata al momento giusto: stanno per arrivare le mozzarelle e capisco da alcuni particolari che l'evento accade ogni giorno attorno a quell’ora, un rito senza pretese, ma pur sempre un rito.
C'è una piccola folla ad attendere, quando la porta del negozio si apre ed entra un uomo robusto, che si aggiunge educatamente alla fila: è un gigante mite, il volto tagliato da rughe profonde e con vistose chiazze rossastre, frutto del vento probabilmente, sembra un pino loricato anche lui; se fossimo più vicini al mare, vedendo il suo viso lo avrei detto pescatore, ma qui, nell’appennino selvaggio, so che è solo pescatore di  vento.
Il pescatore di vento entra con movimenti prudenti, davanti e dietro a lui cammina un soffio gelido, tanto che, per scusarsi, il pescatore di vento sorride a tutti e subito chiede:
"ki dicit’, kiudimm’? fa fridd’, none? è kiù mijeglie sì kiud’. Oje pare ch'é benuto viern’..."
(“che dite, chiudiamo? Fa freddo, no? È meglio chiudere. Oggi sembra già arrivato l’inverno)
Porge il suo sorriso con gentilezza ruvida, ma grande, affettuosa direi; parla ritmando sulle parole con ripetute aspirazioni, picchiate di tono improvvise, come mitragliatine sonore: è la lingua di qui, un ritmo vocale che ricorda un ballo a saltelli, con punte d'enfasi e di pathos negli accenti, le frasi che somigliano a piccoli grafici sismici, le aspirazioni che si ripetono e che sono l’eredità lasciata al dialetto dalla lingua degli antichi coloni greci.
La gente in fila continua ad aspettare composta: qualcuno parlotta e si informa della salute dei più anziani, tutti comunque usano un tono di voce basso, come se stessero aspettando il prete per la messa; qualcun altro, bambini soprattutto, sbircia nella stanza accanto, dove alcune donne sono impegnate a torcere e imbrigliare la pasta delle mozzarelle; le donne, completamente vestite di bianco, ogni tanto inviano sorrisi silenziosi e  qualche cenno di saluto verso i compaesani in attesa, tutto senza smettere mai di torcere e rivoltare la pasta fumante. 
Poi, finalmente, dal laboratorio arriva una giovane, con le mani rosse da fare spavento, cotte dal calore del latte in cui ha lavorato la pasta e inizia a servire.
Quando arriva il mio turno, esordisco con la classica domanda della turista appena sbarcata a Betlemme, (e dico Betlemme perché è lì che mi sembra di stare) chiedendo spiegazioni sulle diverse  forme delle mozzarelle…ci sarà un motivo…. La venditrice mi sorride timida, quasi a disagio, e  mi spiega che non c’è nessuna differenza di sapore tra le diverse forme: sembra volersi scusare della semplicità del luogo e di quanto vi si  produce,  ispirata da un senso di modestia paesana che pare sconfinare nella sottovalutazione del suo lavoro.
 quest'immagine è creata da me per questo post
...ma che cacchio di domande faccio? si vede proprio che sono scesa da un’altra lunaquesto penso. Sì, forse mi sto facendo troppi problemi, può darsi, ma la verità è che mi sento fuori posto, inadeguata alla semplicità del posto e dei suoi abitanti.
Infine pago, ritiro la mia busta ancora calda ed esco, mentre le prime luci del crepuscolo vanno striando di blu e di rosa le strade. Vedo una panchina in un angolo riparato ed è un attimo; trascino d'imperio chi mi accompagna, gli metto tra le mani quel sacchetto affinché senta il cuore caldo e vivo del latte che chiama. Poi, sempre in un attimo, sciolgo il nodo che chiude la busta, infilo la mano e tasto il calore da uovo appena covato di quel fiore del latte. Tiro fuori una mozzarella e cerco di dividerla a metà: subito il suo cuore liquido affiora in un fumo caldo, addento la pasta e sento che prima scivola sotto i denti e subito dopo  risorge indomita, come una molla, le sue fibre sono talmente elastiche che le sento arrotolarsi su loro stesse, fare barriera e sfuggire più e più volte alla presa dei denti.
L'odore del latte è penetrante, ma assolutamente dolce, mi rimane sulle dita, morbido e infinitamente tenero, sa di ritorno a casa, di ricordi e di bene: mi sembra quasi di poter toccare il senso e la sostanza della vita.


6 commenti:

  1. Un racconto del genere non andrebbe commentato, andrebbe letto e basta come si guarda un quadro d'autore antico, un paesaggio perché quello hai scritto: un quadro antico. Per cominciare dai pini loricati come soldati di una legione romana messi lì a fermare ogni nemico, per finire all'odore del latte che ti fa toccare il senso della vita, passando attraverso la tua foto -una natura morta che si muove- che invece sembra un gabbiano pronto ad afferrare al volo una preda di passaggio nel suo cielo.
    Scrivi come uno scrittore "bravo" di inizio '900, con estrema proprietà di espressione. Ma sono certo di avertelo già scritto.
    La consapevolezza di sapertela cavare in ogni situazione ti permette di dedicarti al soggetto concedendogli tutta la tua attenzione, che sottrai alla costruzione e alla sintassi di cui sei compiacendevolmente padrona.

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    1. ...fehlen mir die Worte...herzlichen Dank, mein Freund

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  2. Bellissimo, descrizione dell'ambiente e dell'atmosfera perfetti. Grazie.

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  3. che bellezza. qui ogni parola sa di passinbruno (perdona l'ermetismo ma dalla descrizione del luogo selvaggio, al vento, al paesino isolato, al calore della gente e della mozzarella ho sentito nella narrazione quell'atmosfera speciale, misteriosa e calda che ha qualcosa di universale e vago a cui a suo tempo ho dato nome di passinbruno)
    ml

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    1. E' un esempio "arcaico", un archetipo direi, di cosa significa una comunità.

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