venerdì 24 febbraio 2017

inquietanti apparizioni magiare

Strano trio giorni fa in metropolitana: due donne in età, una con la faccia più maltrattata di una pergamena dismessa e l'altra con un facciotto soffice da maritozzo, dote secondaria e derivata del suo sovrappeso generale. Entrambe con un paio di occhiali neri, le aste tempestate di strass, che lampeggiavano sui visi dalla pelle che sfumava verso il bianco del gesso, nuvole da albe nordiche. 
Le due dame di porcellana âgée&biscuit erano accompagnate da un presunto giovane, uno che sul documento di riconoscimento avrebbe dovuto portare l'annotazione "ehi! sono un ragazzo, massimo trentenne!" perché, alla resa dell’evidenza, era un ragazzo come se ne vedono sì e no nei vecchi film di Derrick: capelli biondi e radi, dispersi a mo' di nuvolaglia intorno alla faccia rosea e paffuta, con occhialini di metallo argentato a concludere il ritratto datato; sarebbe stato perfetto come musicista di una vecchia e onorata orchestra o come assistente di prelati, categorie umane entrambe affollate di prototipi invecchiati ben prima dell’età anagrafica. 
Quello che colpiva di più era però l’atteggiamento del trio: si guardavano intorno con aria di sufficienza, dall'alto dei loro abiti da inattendibile cerimonia, muovendo le labbra in un bisbiglìo costante ed evidentemente pettegolo; si scambiavano frequenti sorrisi a mezza bocca, ma la mezza bocca era per di più storta, atteggiata cioè ad esprimere disgusto. 
Era esplicita la loro sprezzante condiscendenza verso il resto del mondo metropolitano, così distante da loro, così miseramente afflitto dall’epidemia di  jeans mezzo-scuoiati, di magliette a fior di ombelico, di aspiranti soubrette di mezza stagione impegnate in improbabili vezzi seduttivi; un mondo gravato insomma da tutte le poltiglie e le  melmazze della
contemporaneità, da un'umanità plebea che si trascina tra un vagone e una stazione, tra una boccata di benzene e una sordità precoce da eccesso di musica in cuffia. 
Osservavano e disprezzavano i nostri tre compari, con la loro aria da nobiltà decaduta, scambiando, in una  lingua incomprensibile e difficilmente europea, commenti, ghigni e quant’altro in segno di disapprovazione verso l’umanità cialtrona e modernista. Parevano tre relitti di un’aristocrazia sommersa, figlia di...che so? forse di qualche paese dell'ex-cortina di ferro? 
Non saprei dirlo. So che erano inquietanti, vagamente vampiri e sicuramente sinistri, manco fossero stati parenti di Vlad Tepes, l'impalatore o  pro-nipotastri ddi qualche contessa, anche lei vampira&sanguinaria, alla Erzsébet Báthory. 
E visto che alla fine, dalla copertina di un libro incomprensibile, ho capito che si trattava davvero di pronipoti di Attila-flagello-di-dio-e-di-tutti-i-santi, ho voluto credere che quei tre fossero davvero defunti e resuscitati, vampiri risaliti sulla superficie terrestre calpestabile direttamente  dagli inferi, tornati al mondo per qualche giorno soltanto, giusto il tempo di dare un’occhiataccia all’umanità zozza, viaggiante e lazzarona, di gustare una pizza bassa e croccante alla romana e un mitico carciofio alla giudìa, continuando a sentirsi incrollabili e  insuperati interpreti del buon tempo diabolicus e ugro-finnico che fu.

13 commenti:

  1. Una scena ozpetekiana di incredibile folclore. Io in metro becco solo zingare fisarmonicodotate, con bimbette al seguito bicchierediplasticadotate (che qualcuna me la porterei a casa subito..). Ma forse osservo poco, odiosamente affogato anche io nel display che affaccia sul virtuale..

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    1. dai, mettici un po' di impegno, togli gli occhi dal cellulare...
      :-)
      p.s.: ho inserito una frase esplicita sul post precedente, una frase che chiarisce il finale, visto che tu, assieme ad altri, mi avete chiesto notizie sul finale.

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  2. Finalmente una persona che si guarda intorno e osserva! E osserva e guarda talmente bene da poter scrivere una bella ed ironica pagina sulle quotidiane miserie umane. E poi sulla metro, dove capita anche al sottoscritto di sostare ogni tanto. Ebbene, proprio lì, è davvero raro, di questi tempi, incontrare qualcuno che osservi con curiosità i propri compagni di viaggio. Tutti appaiono in altre faccende affaccendati, collegati perennemente con un "altrove". Come il nostro Franco Battaglia (non volermene, Franco, sto scherzando!!). E così facendo, si perdono il presente e quegli "insuperati interpreti del buon tempo diabolicus e ugro-finnico che fu". :)

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    1. Figurati.. sono il primo a dolermene.. tentando una "revisione" grazie anche a voi.. ;)

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    2. ...guardatevi intorno, uscite dal guscio del cellulare!
      ;-)

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    3. Non dirlo a me: il sottoscritto non possiede cellulari.

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    4. Urca, Remigio, ma allora sei un eroe!!!

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  3. Sono capitato su un Metro soltanto sei anni fa a Roma. Che mi sto perdendo, ho pensato: sembrava di stare ad assistere ad uno spettacolo di artisti di strada che io adoro. Ad ogni fermata ne scendeva uno e ne saliva un altro. Chi cantava, chi strimpellava uno strumento, chi faceva il giocoliere. Mancava per ovvie ragioni il mangiatore di fuoco. Era entusiasmante, veramente, non sto prendendoti in giro Sabina. Sono come noi? Non ne avremmo bisogno, siamo già in troppi. Sono come era il mondo una sessantina di anni fa. Mondo che si è sprofondato per sempre, tranne questi suggestivi epigoni. Mondo che comincia a mancarmi.
    I tuoi tre soggetti sei stata brava tu a dipingerli così dettagliatamente. Perfetto. Forse troppo, perché non lasci a chi, come me, lavora moltissimo di fantasia, la possibilità di immaginarsi qualcosa, avendo descritto tutto tu in modo eccellente. Non è certaamente un demerito, tutt'altro ma a me, tu lo sai, basta un particolare per scatenarmi un'autostrada davanti agli occhi da qui all'aternità.
    Una diecina di anni fa a Milano io e i miei due maschi prendemmo la Metro per San Siro. Andavamo ad assistere ad un Inter vs Roma, finale di una Coppa. Eravamo soli in una vettura, con un tipo extracomunitario che sembrava un terrorista e che invece era un povero diavolo. Per circa dieci minuti, il tempo che il tizio se ne scese ad una fermata, siamo rimasti noi tre muti ed assorti. Non abbiamo comunicato ch alla fine, quando se ne è andato, ma tutti e tre stavamo pronti a saltargli addosso se avesse tirato fuori quella che avesse potuto rassomigliare ad un'arma, ad una bomba.
    L'ISIS era ancora una realtà sconosciuta, ma la sindrome del diverso ci aveva contagiato. Mala tempora currunt.

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    1. Senti 'npò, Vincé, io faccio il mio lavoro di descrizione e di ipotesi fantastica, mica posso lasciare le cose a metà, mannaggia!
      :-D

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  4. Ma bello...bellissimo questo tuo sguardo analitico e tagliente.
    Potrei stare ore a "guardare" così! :))

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  5. Chissà, magari prendevano proprio in giro questa odissea di solitudini immerse nel virtuale anche dentro una metro, già al mattino presto.

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    1. Oh, no, non era mattino, bensì pomeriggio, ma, secondo me, non disprezzavano le solitudini virtuali, quanto, piuttosto, l'aspetto esteriore delle persone...e tu, @Daniele, capisci bene il paradosso...proprio loro...

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