giovedì 2 febbraio 2017

la bellezza sfuggita

(sottotitolo: un paese per destino)


Una volta, anni fa, un amico, raccontando di sé, mi scrisse: "sai, il tuo paese ti può salvare o ti può perdere", e io pensai che era profondamente vero, anche se l'esperienza di un paese io non l'ho mai avuta.
Come ha scritto Cesare Pavese:

 “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”  […] “Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio. E’ un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch’io a quest’odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d’avere addosso

All'inizio, in questo post, avevo pensato di narrare una storia di paese, di un paese di montagna, ma poi ci ho ripensato, perché, sebbene i fatti narrati fossero stati da me "reinterpretati", modificando situazioni ed evitando indicazioni e riferimenti precisi a luoghi e persone, la storia, profondamente drammatica, avrebbe potuto comunque permettere a qualcuno di riconoscere luoghi e persone reali.
Poche storie rendono così bene il concetto di paese nella sua accezione più limitante come quella che ho scelto di "oscurare" in questo post; in più, lo stesso dramma familiare che avevo pensato di narrare rappresenta, a mio avviso, una parabola assoluta di quanto un paese possa determinare il destino di chi vi nasce.
Avevo scritto la storia di tre ragazzi bellissimi, sfacciati e imprudenti: i più belli e i più tormentati tra tutti i loro coetanei del tempo. Le loro vite spericolate erano state governate dispoticamente dalla fragilità e dalla precipitosità emotiva della giovinezza, che li aveva resi sicuri fino al limite del disprezzo e dell'auto-distruzione; tutto ciò accadeva davanti alla realtà di un paese con le sue tradizioni vecchie di secoli, che a loro e non solo a loro pareva fermo e cristallizzato in una bolla fuori del tempo. Non c'era limite che i tre non avessero sentito di dover provare a valicare. Non c'era imprudenza che non avessero sentito di dover esibire platealmente.
Ma, a fare il resto e la differenza nelle loro vite e ad imprimere poi una svolta drammatica al loro sfrenato desiderio di vivere tutto e comunque, ci si era messo un paese, con tutto quel che di bene e di male questa parola può indicare. Perché certi drammi, così fuori misura da risultare per alcuni insopportabili da vivere, nonché le scelte auto-lesionistiche che li determinano, spesso si collegano ai luoghi dove ci si trova a nascere e a vivere, alla lentezza del quotidiano, che sembra scorrere con un'impassibilità insopportabile, soprattutto per chi nutre in sé il tarlo dell'irrequietezza.
In un paese più che altrove ti può nascere dentro quel senso di insofferenza, quella sensazione di mancanza d'aria che ti può far perdere qualunque strada. E forse, quando sei molto giovane e le realtà esistenziali con cui ti puoi confrontare sono troppo ridotte di numero, scegliere una via giusta e non sicuramente perdente è più difficile: viene facile, naturale direi, optare per l'opposto assoluto di tutto quanto hai quotidianamente davanti. La normalità della vita che ti vedi intorno finisce per coincidere con il male assoluto da evitare.

E' questo, è anche questo, quel che un paese può fare.





9 commenti:

  1. Ehi, ragazza, bada ben che questo è un vecchio trucco: ti dico e non ti dico così tu chissà cosa pensi eccetera eccetera. Bastava non postare niente, non trovi. La persona o le persone che potrebbero essere interessate a questo qualcosa misterioso che incombe su tutti noi, adesso staranno sulle spine, esattamente quello che volevi ottenere tu.
    Buona trama per un racconto, non trovi? Quasi quasi mi hai dato un'idea.
    Mi dai il coprhygt a prescindere o debbo chiederti l'imprimatur a testo ultimato?

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  2. Non è stato, non è un trucco, solo un senso di rimorso nell'aver raccontato una storia privata e non mia ma tanto drammatica.
    Bastava non postare niente, dici: è vero, ma ormai era fatta e non c'è stato modo per me di sanare tutto prima di stamane...così, ho visto che avevano visionato il post già quasi trenta persone e ho deciso di oscurare la storia
    Era difficilissimo riconoscere luoghi e protagonisti, ma io non riuscivo a stare tranquilla, mi sentivo in colpa.
    Poi, ho letto il tuo commento e aggiornato il post: penso ora possa dire qualcosa di più sul perché della mia scelta.
    Quanto al copyright...è tuo!

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  3. Incredibile... proprio qualche giorno fa leggevo di paesi da Remigio http://paroletrapagineingiallite.blogspot.it/2017/01/un-paese-ci-vuoleda-pavese-cardarelli.html
    ..ed ora tu torni con storie di paese che posso solo invidiare. Vissuto sempre in una enorme, dissipata e dissipante città, senza neanche mai il sollievo di una weekend da "paese", di una festa diversa, di un atmosfera sempre sognata nelle visite, nella ricerca spasmodica di borghi isolati, dove custodire una dimensione estraniante che forse può trasformarsi nel "male da evitare", a crescerci nel suo ventre, ma chi è ferito di città, ha ben altri squarci tra pelle e cuore, insanabili.

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  4. Ho letto quel post: mi ha portato a ripensare ad una storia che qui ho deciso di lasciare appena accennata.

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  5. le storie sono tutte interessanti , ogni storia è un pizzico di riflessione in più, di "conoscenza" in più. Jonuzza

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    1. Certo, ma quando non sono strettamente personali occorre essere rispettosi, usare cioè la prudenza della riservatezza.

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  6. Ammetti che il brevissimo stralcio che avevi postato prima, sul quale ho lasciato il mio commento, non dava nessuna idea, ma piuttosto l'aria di una trappola, come quelle che si mettono in montagna per azzannare le zampe dei lupi. Qui almeno è chiaro il concetto che ti ha ispirato il pezzo: una storia di paese, o meglio di gente giovane che aspira a conoscere tutte le novità possibili ed invece è costretta a confrontarsi col mondo stantio e odoroso di muffe indigeste di una piccola comunità, che inizia a giudicarti quando porti i calzoni corti e vai in asilo. L'abbiamo un po' passate tutti quelle suggestioni, quel senso del tempo che sta fermo sugli alberi della collina che occlude l'orizzonte, quel fiato sul collo di tutti gli abitanti, anche se ostentano indifferenza, a cominciare dal parroco impiccione che altro non sa fare che rimproverare la nostra incolpevole madre perché non vede il nostro muso a messa almeno alla domenica, che quella è una funzione cui si assiste solo se e quando la ragazzotta appena arpionata si piazza in una delle prime file e dice a tutti con lo sguardo sobrio della gatta," guardate come sono brava", e tu rimani cogli altri giovani rampanti in fondo alla chiesa, in piedi, occultato in un bel mucchio anonimo, che esce per fumarsi una cicca proprio -vedi caso- quando il parroco fa la predica, e rientra per il finale.
    L'idea che ho in testa però si aggancia più facilmente alla prima tua stesura, quella occulta. Grazie a priori per il copyright amabilmente concesso.

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    1. Ok, certo che ho "rimodellato" il post anche in base alle tue osservazioni: volevo chiarire che il mio intento non era quello della furbata, bensì un intento di protezione verso i protagonisti superstiti di una storia drammatica, che avevo reso con troppi particolari, possibili indizi per chi conosce il luogo in cui la vicenda si è svolta. Punto.
      Il mio pensiero è andato alle trenta persone che avevano già letto il post, pure se pubblicato nel fine settimana.
      Potrei anche riscriverlo, ma molto rimaneggiato e privato di tutti i particolari relativi all'ambientazione, così da "neutralizzare" eventuali possibilità di riconoscimento di luoghi e persone.
      E ho capito da come scrivi che non sei arrivato a leggerlo...vuol dire che leggerai la prossima versione, se ci sarà.
      E questo è quanto, non altro.
      Das ist alles, mein Freund.

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    2. No, no; ho letto tutto e molto attentamente, solo che son soggiaciuto ad un mio vecchio difetto (o pregio vallo a capire) che è sempre stato quello dai tempi della mia infanzia di lasciar libera la mia fantasia di svolazzare indietro nel "mio" tempo e in avanti nel "mio" futuro. Leggo quel che tu scrivi -oppure un'altra persona è chiaro- e mi avviluppo al vento della mia fantasia. Non è necessario che tu riscriva questo pezzo la terza volta: scrivici un breve raccontino, dai che ci riesci benissimo. La base sia la realtà poi lascia condizionare il finale dalla tua fantasia. E fidati del talento della tua fantasia.
      Das wäre alles endlich, meine liebe Freundin.

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