lunedì 13 febbraio 2017

Non è un luogo, è una sensazione

fotogramma-omaggio a Heimat di Edgar Reitz
Il termine tedesco Heimat è pressoché intraducibile, forse proprio per via della sua forte potenza evocativa: io lo userò in questo post per descrivere un luogo che considero un luogo dell’anima, la mia. Preferisco fare questa una precisazione introduttiva per chiarire che il ricorso al termine tedesco  nasce da una necessità di descrizione emotiva per la quale non potrei trovare mai un corrispettivo altrettanto sintetico in italiano. Heimat in tedesco sta per “casa", "piccola patria", "luogo natio" e indica il territorio in cui ci si sente a casa propria perché vi si è nati, vi si è trascorsa l'infanzia, o vi si parla la lingua degli affetti. “ (da wikipedia). 
Tempo fa azzardai un’ipotesi romanzata sull’origine del termine Heimat, che in italiano si traduce assai malamente con patria/casa e via discorrendo. La mia ipotesi si rifaceva al fatto che il tedesco è la lingua parlata dal popolo europeo  che più di ogni altro ha dovuto fare pesantemente i conti con la propria identità e con il proprio passato. L’idea-concetto di Heimat,  inteso come piccola patria degli affetti e dell'identità, potrebbe aver rappresentato una sorta di attracco emotivo per quanti, in un preciso  momento della storia del ‘900, potevano trovare pace solo “ricorrendo”  alla patria del cuore, degli affetti,  delle radici profonde, perché l’altra patria, quella ufficiale, era divenuta un ingombro e una fatica immane per la coscienza. Ovvio che questa mia spiegazione è del tutto inattendibile, priva di coerenza storica, visto che la parola Heimat è nata prima di certi orrori.
Chiusa questa precisazione, vorrei provare a descrivere una Heimat del cuore, del mio cuore. So che è un’impresa non semplice: si tratta di una valle piccola e sconosciuta, che, probabilmente, solo io e pochissimi altri percepiamo così  speciale e diversa da tutte. Mi affiderò alla sola forza di convinzione della narrazione, cercando di evitare il puramente descrittivo e tentando di riversare  nella scrittura le mie emozioni per poi  lasciarle andare: proverò cioè a metterle in piedi per poi lasciarle camminare e respirare di vita propria. E’ un’impresa da supponenti,  lo so bene, ma io in quella valle sento d'aver trovato la mia Heimat boschiva, nella quale trascorrere giornate scandite dall’alternanza di buio e di luce, da poche parole e da sorrisi silenziosi.
Nella mia Heimat possono trovare posto sogni e notti solitarie, fino a provare una specie di ricaduta nel guscio primario di sé.
Ma nella mia Heimat si possono trascorrere anche notti in cui godere del silenzio nella vicinanza dei corpi, che proprio nel silenzio e nella vicinanza perdono il senso della singolarità per  trasformarsi in un’unica impronta, barriera e difesa dal buio e da ogni altra cosa.
La mia Heimat non è famosa e non ci va quasi nessuno: non ci sono paesi, ma solo piccoli e fugaci abbracci tra poche case, luoghi abitati per lo più da gente che s’occupa di custodire il territorio o si dedica ai rari turisti nell’unica trattoria vivente.
La mia valle l’ho vista d’inverno, smarrita nella neve, e m’è parso di toccare il confine del mondo ed il mio: quel senso di pace che coincide con la sensazione di potersi dissolvere nell’intorno, senza il timore di non tornare più, la sensazione appagante di potersi consegnare ad un luogo, semplicemente.
La mia valle l’ho vista d’estate ed era un’isola scampata alle carte geografiche della moltitudine viaggiante, ché giusto ai tavoli dell’unica trattoria vivente c’era gente.
Lì, ogni volta, ho carezzato i tronchi e inseguito con gli occhi e con la fantasia i contorni e la forma degli alberi, dando loro i nomi e sentendoli fratelli, una cosa che faccio  sin da quando ero bambina.
Quella valle mi ha scavato dentro un senso di appartenenza ed una paradossale certezza: sono sicura che le sono stata  strappata in un qualche tempo remoto che non so e non posso ricordare, forse molte generazioni fa. La certezza di appartenerle è affiorata dalla prima volta come un filo dolcemente oscuro che ha origine e radici solo nella mia conoscenza emotiva.
la valle d'inverno
Heimat, questa è l’unica parola con cui la posso chiamare, perché Heimat non è un luogo, è una sensazione: Heimat ist kein Ort, Heimat ist ein Gefühl.
In chiusura, inserisco un brano un po’ datato, ma che riesce, a parer mio, a tradurre bene l’atmosfera e l’emozione, il passo attratto ed esitante assieme, mentre ti inoltri nel fondo della valle, là dove la strada finisce e il confine si fa invisibile, come ogni confine vero, destinato a separare e unire, ad essere prima temuto e poi valicato. La cadenza musicale esprime attesa, stupore, spavento, attrazione, sembrano passi irrimediabilmente tesi al confine e al suo superamento: tutto per scoprire che oltre quella linea la terra continua così come l'abbiamo già conosciuta.
Confine, parola che si lega a luogo, identità e scoperta e che solo apparentemente si oppone all'Heimat, perché Heimat ist kein Ort, Heimat ist ein Gefühl. .

10 commenti:

  1. ti ho letto più volte, sia per la bellezza della scrittura sia perchè volevo capire a fondo.
    e credo che almeno in parte la tua heimat coincida con il mio altrove, un non luogo dentro e fuori di me, fatto dei paesaggi attraversati e degli amori vissuti, un non luogo da cui attingere e in cui rifugiarmi, da condividere con pochi.
    ml

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    1. Vero, @Carlo, può essere definito anche "altrove", può coincidere con un luogo esteriore o con un luogo di dentro o con entrambi: territorio interiore lo chiamerei...

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  2. Heimat ist ein Gefühl, kein Ort. Genau. Heimat ist wo ich zurückkehre jedes Mal daß ich wieder Kind werde, und zwar jedes zweite Stunde.
    Heim. Hai fatto caso quanti nomi di città terminano con questo avverbio. Mi vengono in mente Rüsselsheim, Hoffenheim, Rüdesheim, ma ce n'è un'infinità, tante che nemmeno ci si fa più caso. Secondo me ha un significato ancora più ampio e complesso, casa del padre, ritorno quindi alle origini, a quando il calore e la sicurezza erano dati dalla stretta familiare più intima e dalle mura del primo edificio di cui avemmo coscienza, come entità di unione, come cultura ed educazione, come tutto se ci pensi bene, perché ognuno di noi si porta dietro la propria Kindheit come un tesoro unico, che guadagna valore col tempo, come le cose di assoluto valore.
    Se guardi bene dentro la tua Heimat, in mezzo ai prati e agli alberi ci troverai il sorriso di tua madre. Io lo vedo ogni volta -anche adesso- appena un post bellissimo come il tuo mi costringe a vedere mein Heim, meine Heimat.

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    1. Certo che c'è mia madre, come c'è tutto quanto appartiene alla mia esperienza affettiva, detta in senso ampio e complesso: meine Heimat.
      Un abbraccio, Vincenzo

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  3. Non ce l'ho. Non l'ho mai avuto quel posto.
    Provo rabbia o rancore o dolore, nel ripensare ai luoghi del passato, che mai mi hanno davvero abbracciata o "tenuta".
    Credo sia davvero questa, la mia ferita.

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    1. Non riesco a crederci, Gioia cara, non riesco a crederci soprattutto con te.
      Le Heimat possono essere tante, coincidere persino anche nella diversità. La nostra Heimat è dentro di noi, è la nostra storia. Poi, a volte, un'emozione e/o un luogo riescono a rappresentarla, ma ce ne saranno sempre altre, altre possibili, ancora da conoscere e incontrare.
      Una come te non può non averla, lo dico il cuore e ti abbraccio.

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  4. Conosco la sensazione di appartenenza ad un luogo. Quel luogo speciale da chiamare "casa", sempre e comunque.
    Quel posto dove sai di poter essere ciò che sei perché ti accoglie in grembo come fosse una madre affettuosa o una nonna benevola.
    Ho avuto la fortuna di conoscere più di un luogo che mi offrisse queste sensazioni ed ho saputo riconoscere i luoghi che invece non me ne davano.
    Trovare un luogo dove ci si possa sentire amati ed al sicuro è qualcosa che non scambierei per l'oro del continente occidentale.

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    1. ...e come si potrebbe non essere d'accordo con te?

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  5. non potrebbe chiamarsi altrimenti: sì, un capolavoro

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