lunedì 6 febbraio 2017

ogni cosa prima o poi riposa e si dà pace


Tu che conosci 

le  mie vecchie ferite                                             
accarezzi 

le mie cicatrici

e so che le ami


Come tutto passa e s'inverte, cambiando a volte quasi completamente di segno.
Queste parole le avevi scritte anni fa, in uno dei rari momenti in cui non eri fuggito davanti alla consapevolezza di te.
Le ho ritrovate e sono passati anni, abbastanza per non rimpiangere più nulla, esattamente come avrei dovuto fare da subito, se solo la consapevolezza fosse stata allora un traguardo più facile per me.
Ho ritrovate le tue parole e ho ripensato a quel libro che ti misi in mano per il tuo compleanno. Ti dissi "leggilo, e mi troverai lì dentro, nelle mie molte anime e facce contrastanti, a volte anche molto contrastanti. Vedrai, leggendolo ti sembreranno una faccia sola".
Penso al biglietto con cui accompagnai quel libro, mi rivedo mentre lo scrivo con difficoltà sul trenino urbano, stavo venendo da te e non c'erano altro che posti in piedi. Ricordo che avevo comprato due biglietti uguali, per il timore di sbagliare, forma o contenuto; sull'intenzione non avevo alcun timore, invece: ché m'era chiarissima.
Avrai mai letto almeno il biglietto? letto per davvero, intendo?
Chi può dirlo, quel biglietto è tornato comicamente nelle mie mani per sempre: non ti sei mai accorto d'avermelo restituito in mezzo ad altre carte...
Nei primi tempi, ogni tanto, ripensavo a quel libro chiuso e a te che non ci hai cercato mai dentro.
Che ridicola che sono stata, ricordi? te ne lessi la prima pagina, registrando la mia voce, e tu, dopo averla ascoltata,  commentasti: "mi chiedevo che testo fosse, perché, sai, è davvero interessante"
Ovvio che quel libro era rimasto sempre chiuso dalle tue parti.
Ovvio che il tuo interesse fosse durato giusto il tempo della mia voce registrata.

Sai, è persino grottesco pensare che neanche dopo quella pagina ad alta voce tu abbia mai deciso di aprirlo.
Oggi, che non saprei più che dirti, né dove venirtelo a dire, ritrovando le tue e le mie righe mi sono sentita sollevata e per nulla perdente. 
Oggi, con anni di ritardo e incontri decisamente migliori sulla mia strada, sento che con te mi è bastato averti vissuto sentendomi viva; e forse, chissà, mi sono sentita viva anche per tuo conto...in ogni caso va bene così: so che ho vissuto.
Ho trovato un'immagine di Villa Adriana, uno dei tanti posti dove non siamo mai andati insieme, uno dei tanti posti messi in coda a le cose che prima o poi faremo, così dicevi, almeno una volta al giorno, ma non la sceglierò per questo post: per questo post ho preso una canzone stravecchia, di Jacques Brel,  sia perché lui un po' ti somigliava fisicamente, sia perché ricordo che ti piaceva il francese.
Oggi, lo so per certo, non avrebbe avuto nessun senso  dirti "ne me quitte pas", come nella canzone, perché, in verità, forse non ci siamo mai incontrati.
Ma ogni cosa prima o poi riposa e si dà pace.

dedicato a R.



13 commenti:

  1. La consapevolezza è sempre una roba che affiora dopo, molto dopo.. anche quella di - e spesso accade - aver amato per due.

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  2. La consapevolezza viene con il tempo, sì,ed è crescita, evoluzione, ma non è mai scontato che la si conquisti, perché per giungere alla consapevolezza occorre ammettere che "le cosiddette falle" siamo noi per primi a crearle.
    Consapevolezza è un discorso su sé stessi, duro ma necessario.
    C'è tanta gente che muore come è nata: inconsapevole di sé.

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  3. Non sono tanto d'accordo con il tono distaccato-amaro (peraltro bellissimo da leggere) con cui prendi le distanze non solo da lui ma anche dalla te stessa di allora. Dovremmo usare più indulgenza guardando indietro. È giusto è bello essere ridicoli, fare gesti sbagliati, usare piccole iperboli di parole e desideri quando si ama. E le parole che hai messo all'inizio mi dicono che nemmeno lui è stato immune dall'esagerato e dal ridicolo. Dovremmo guardarci sempre da dentro le cose, mai da lontano con l'antipatico occhio dell'obbiettivita
    Però felicissimo di averti letto
    massimolegnani

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    1. @Carlo, dici di non sentire indulgenza verso me stessa nelle mie righe, eppure, te lo posso assicurare, io ho completamente superato, (rispetto a questa vecchia storia e non solo a questa), sia il senso di colpa- uso una parola Grossa, eh!- per non essere riuscita "ad entrare" in sintonia con lui, sia il classico senso di fallimento- anche qui uso una parola Grossa!- che spinge a recriminare su ogni cosa del passato.
      Fallire non è morire, è solo non aver (ancora) capito abbastanza di sé, non essere ancora capaci di volere bene a sé stessi nella giusta misura, smettendola con la tossica abitudine di aspettarsi "troppo" dalle persone sbagliate.
      Io sento che questa è già indulgenza verso di me, magari non nel senso più comune del termine, ma comunque lo è, perché, nel prendere consapevolezza di me stessa, ho preso anche consapevolezza dell'altro, tutto qui.
      Probabilmente il tono amaro, (io preferisco definirlo lucido fino all' amaro), può farlo sembrare più duro di quanto vuole dire.
      Del resto, se ci pensi, nelle righe finali è racchiuso il senso, anche molto indulgente, del mio discorso: io ho vissuto, io c'ero e questo mi basta. Non me la prendo a male con le mie energie sprecate, anzi: esse sono e rimarranno la prova del mio sentire profondo.
      Questa per me è indulgenza consapevole.

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  4. Ahi, ahi, ahi quanto sei amara quando vuoi esserlo. Dunque, lasciami fantasticare e costruira -al solito- il mio personale teatrino. Lo faccio per me, perché mi piace e perché mi interessi tu, con le tue leggerezze, le tue pesantezze, il tuo essere come sei e il tuo non nascondere nulla di te. Bello, bellissimo ma assai pericoloso.
    Dunque una ragazza tenera e he sogna con facilità incontra un uomo magari bello, perché no, magari intelligente -forse a modo suo- che gode nel vedersi amato desiderato, ma che non ha niente o quasi in comune con te. Non legge infatti un libro regalato DA TE, dove potrebbe ritrovarti in chiaro -ma gliene importa almeno un po?- non viene in tanti posti che stanno a cuore A TE ma non a lui perché ci andremo prima o poi, vecchio modo per dire MAI, che insomma trascura tutto quello che per te è essenziale, che però per lui non ha alcun valore.
    È dura convincersi di avere preso una cantonata, vero? La "consapevolezza" della verità viene regolarmente respinta uori dalla porta e si va avanti, per forza di inerzia, per disperazione fino a che l'acqua sgocciola giù dall'orlo della brocca. Allora te ne convinci, ma fa male, maledizione fa proprio tanto male.
    Io l'ho sentita così e mi ha fatto dispiacere adesso per quella nota di malinconia che traspare da ogni tua parola, che non sembra scritta, ma sussurrata.
    Certo che rimandare indietro quel biglietto è stato forse la cosa più crudele, se l'avesse fatto apposta. Il grave -per lui- è che nemmeno se ne è reso conto.

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  5. @Vincenzo, anche tu, come Carlo, spingi il piede su "l'amaritudine"...certo, le note amare non mi mancano, ma sono il frutto di quella che io chiamo e intendo come "coscienza e volontà del reale", una forma di pensiero e di sguardo verso le cose che mi impedisce di far finta di nulla, anche quando vorrei, anche quando la realtà si connota di un certo grado di spietatezza. E' questo un aspetto che si riconcilia molto bene con la mia passionalità caratteriale, anche se molti pensano che la passionalità e un certo senso spietatamente lucido del reale non possano assolutamente spartirsi lo stesso spazio d'anima, ma io non posso/voglio farci nulla...e qui, in questa chiusura di commento, mi sento un po' sull'onda del nach-Vinzenter-art...hai presente?...ridi! te lo ordino!

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    1. Non ho spinto un granché, trasuda amarezza il tuo post: l'avessi musicato ne sarebbe venuto fuori il valzer triste di Sibelius. Ho solo ascoltato l'onda che mi arrivava. Ma non devi vergognartene perché la vita è fatta anche di inciampi. Succede anche a me rammentando storie finite male di provare rabbia oppure un senso di sconfitta, ma non si può sempre vincere, a qualcosa si deve rinunciare. All fine la strada prcorsa sarà sempre liscia e ben asfaltata. "Coscienza e volontà del reale" l'hai chiamata. Sono d'accordo. E sorriderei elice e beato se capissi il senso del nach-Vinzenter-Art. perché non vorrei equivocare.

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    2. Te lo spiego subito: nell'ultimo passaggio della mia risposta mi sono un po' auto-celebrata alla tua maniera, ma non devi prendertela, era una battuta affettuosa: mi sono sentita un po' "Vincenzo" (hai presente chi?) quando scrive "sono fatto così, che vi piaccia o no!"
      Nun te 'ncazzà, l'ho detto proprio con amicizia,
      :))

      Quanto ai fallimenti, come ho scritto nella risposta a Carlo:
      "Fallire non è morire, è solo non aver (ancora) capito abbastanza di sé, non essere ancora capaci di volere bene a sé stessi nella giusta misura, smettendola con la tossica abitudine di aspettarsi "troppo" dalle persone sbagliate"

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    3. Bellissimo! Ho capito. E ciai ragionissima, così si dice. Sapessi quante volte -da mia madre a mia moglie e adesso pure mia figlia- vengo ammonito ad essere meno brusco. Rispondevo allora e adesso ancor di più che se lo facessi la gente non mi riconoscerebbe più e penserebbe che mi sto rimbambendo, ammosciando, sfilacciando. E no! Quando ce vo ce vo.
      Senza essere volgari ma decisi.
      Sai, mi fa piacere fare proseliti -tra le persone intelligenti, se capiss- lasciamo il politichese a chi sguazza nella mediocrità.

      La seconda frase è nitida come una carrozzeria d'auto lavata di freso e passata con la cera.

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    4. Mi fai letteralmente morire di divertimento per come dici le cose che ti riguardano, per la sana spregiudicatezza della tua sincerità, qualità che apprezzo moltissimo, soprattutto quando, come nel tuo caso, si accompagna stretta all'onestà intellettuale
      Grazie per:
      "la seconda frase è nitida come una carrozzeria d'auto lavata di fresco e passata con la cera"
      Grazie, soprattutto per il paragone scelto: svelto, preciso, giovane, per nulla retorico, anche stavolta come un tiro di fionda.

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  6. ancora per Vincenzo:
    stai tranquillo: il biglietto se l'è dimenticato, mi ci potrei giocare qualunque cosa, se lo avesse dimenticato apposta avrebbe avuto un'intenzione, un proposito, un sentimento, qualcosa di vivo, insomma...

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    1. Dimenticato? Peggio che annà de notte, si dice a Roma. Ma come ci si può dimenticare? Dimenticato apposta? Ma proprio no. Dimenticato perché non gliene fregava niente. Purtroppo.

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