lunedì 6 marzo 2017

il coraggio è un lavoro fisicamente gravoso

"...Me ne sono andato per troppo amore.
Ascolta: c'era così tanto amore che io ho avuto paura di morirne. Morirne davvero.
Abbiamo un cuore ipertrofico, così grande che ci esce dal costato e deborda come un gozzo. E' così pesante che ci tocca sostenerlo con le mani. E spesso le mani non bastano e ci vorrebbe una carriola. Ci fa andare in giro zoppicanti, il nostro cuore; zoppichiamo dalla parte sinistra, dalla sua parte, e temo che sarà così per tutta la vita, visto che non abbiamo ancora imparato a metterci una pezza, a farcene una ragione: non abbiamo mai saputo adattarci ad un bastone, una stampella, un sostegno qualunque. Noi non ci siamo mai voluti curare..."  
Maurizio Maggiani- "La buriana", dalla raccolta  di racconti "E' stata una vertigine"

Il coraggio della sincerità è una strana creatura. Che poi coraggio e sincerità sono la stessa cosa, quasi sempre.
Per esempio, ci vuole molto coraggio per dire a parole vive una sincerità difficile. Eppure, spesso, una sincerità difficile è migliore di una sincerità elusa, l'altra faccia della medaglia di un coraggio mancato.
E' una riflessione che m'è nata leggendo questo bellissimo racconto di Maggiani. Non si tratta di un racconto incentrato esclusivamente su di un amore, non nella maniera classica in cui siamo abituati a pensare e a leggere. E' la storia di un uomo giovane che prende con sé la vita della donna di cui si è innamorato e quella del suo bambino di pochi anni. La storia di una sfida coraggiosa che si ferma di fronte alla concretezza della quantità d'amore che l'uomo si trova a provare per i due. E' una presa di coscienza e  insieme una tragica resa di fronte a quella gigantesca potenza.  
L'uomo sceglierà di andarsene senza spiegazioni, almeno fino al momento in cui incontrerà di nuovo quel bambino, ormai adulto, che gli confesserà  di aver pensato per molti anni che fosse lui suo padre.
Il perché della fuga è riassunto così:
"...ti ho lasciato e ho lasciato la Mery per troppo amore. Perché avevo paura di morire d'amore.  Non per modo di dire, non per metafora. Per la cocente, fisica certezza che se fossi rimasto sarei morto per il troppo amore. E io non volevo, non ne ero capace..." ..."ero un ragazzo che non sa niente di niente, ma una cosa la sente, almeno nel suo cuore: che morire d'amore è quello che la vita pretenderebbe da lui. Fortunato di essere stato chiamato a farlo, scelto nel mazzo, preferito nella moltitudine..." "...Questo ho detto a tua madre. E lei non ha fatto una piega. Con lo stesso tono di voce noncurante con cui mi ha chiesto il perché, ha semplicemente commentato: io l'avrei fatto. Sì, lo so, lei avrebbe potuto morire d'amore..."

Mentre leggevo, ho ripensato a tante storie, vissute e ascoltate, che risultano incomprensibili per "la razionalità sentimentale": chiamo così la (mia) incapacità di costruire prospettive completamente stravolte rispetto a ciò che è stato, per lo meno in assenza di crolli di cornicioni e balconi o altre calamità evidenti e rumorose dei sentimenti. Una di queste situazioni, una delle più comuni, è quella che si crea in assenza/insufficienza di spiegazioni.
Perché, credetemi, se è vero che non si può dare mai nulla per scontato, è vero anche che a volte ci vogliono le parole per dirlo, ma devono essere parole pronunciate, parole il cui suono entri nelle orecchie, anche se è dura da reggere. E, d'altra parte, il malumore non condiviso può facilmente trasformarsi in un'arma da taglio delle più affilate.
Certo,  alla fine, qualcuno si sentirà come un vetro rigato in profondità, un vetro che dopo il graffio puoi solo sostituirlo, perché la rigatura si sentirà per sempre, appena ci si passa un dito sopra. Ma, d'altra parte, è sciocco illudersi di evitare danni al vetro del cuore evitando le spiegazioni, questa sì è proprio un'illusione da bambini.
Ecco, questo è quanto la lettura di Maggiani mi ha ispirato, buon inizio di settimana,
Sabina

10 commenti:

  1. incomprensibili per "la razionalità sentimentale"
    questo è il vero problema a mio avviso, riuscire a capire l'ottica altrui, smettere di valutare il mondo con il nostro metro... molto difficile!

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  2. Comprendo la difficoltà di spiegare appieno quel che intendo con "razionalità sentimentale", definizione riduttiva se presa alla lettera, tant'è che, a mio parere, non può essere citata senza quel seguito che la esplicita o, almeno, tenta di farlo:
    "incapacità di costruire prospettive completamente stravolte rispetto a ciò che è stato in assenza di crolli di cornicioni e balconi o altre calamità evidenti e rumorose dei sentimenti".
    Probabilmente, quel che volevo dire non è riassumibile in forma troppo sintetica, lo riconosco.

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  3. Non si muore di dolore, mai, e mai nessuno è morto per troppo amore. Bello raccontarlo in un romanzo, in un racconto, ma la realtà è altra cosa.
    Ho letto, mi sono tirato indietro a toccare con la schiena la spalliera della mia girevole, ho ricordato e mi veniva da ridere e da piangere. Buffa la vita che ti riporta indietro nel tempo come fossi un fuscelletto sull'onda di risacca.
    Mio padre e mia madre erano al loro primo amore, lui 17 e lei 13 all'inizio quando lui passava a spassava sotto le finestre di lei, che se ne stava "mezza" nascosta dietro le persiane. Ed avevano trascorso quattro anni così. Ogni tanto un paio di parole dentro un portone e poi via di corsa, lei su a casa e lui sgattaiolava lungo il muro, sicuro che non lo vedesse nessuno, e invece se ne erano accorti tutti. Un bacio solo di sfuggita, strappato appena dopo averle mostrato la cartolina di chiamata alle armi. Era il 1917. Poi alla stazione coi coscritti tutti sul treno era spuntata lei con una margherita e gliel'aveva messa in mano, scappando poi via. Lei era sicurissima: lo avrebbe aspettato e lui sapeva che avrebbe finalmente trovato il coraggio di presentarsi ai suoi genitori.
    Tre mesi dopo fu ferito e fatto prigioniero. La sua scheda andò perduta alla C.R. I. quella internazionale e fu dichiarato disperso. Mia madre pensò come tutti che fosse morto, perché quello significava "disperso". Sposò un nobile salernitano, amico intimo di due dei suoi fratelli. Mise al mondo un bambino bellissimo, Ippolito. Ma non sopportava le corna che il signorotto le metteva in abbondanza, per cui lo piantò e chiese ed ottenne la separazione.
    Tornata al lido d'origine, trovò mio padre che non era evidentemente morto, ma che rientrato dalla prigionia lavorava in Banca. Lei c'era andata per incassare un assegno e per po' non le veniva un colpo. Il bambino aveva due anni e mio padre si affezionò a lui come fosse suo figlio. Mia madre si fece tirare a lungo la calza poi si decise, con grande coraggio visti i tempi. Ma non voleva altri figli, temendo che se ne avesse avuto uno suo mio padre si sarebbe disinteressato di Ippolito. Cosa che non avvenne perché papà considerò di avere avuto due figli e tutto filò perfettamente, fino a quando oramai anziani si sposarono.
    Una storia fantastica. Quando papà morì lei mi chiese di starle vicino perché gli sarebbe andata dietro velocissimamente. L'unica volta che disse una bugia. Papà morì nel 1970 e lei nel 1988. Ma gliel'abbiamo sempre perdonata io e mio fratello.

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  4. Rispondo a te un po' sulla falsariga della risposta data a Pier: i romanzi ti fanno riflettere soprattutto se non li prendi alla lettera e, credimi, con Maggiani questo vale una volta in più.
    Morire d'amore è roba da melodramma, posso condividerlo, anche se poi conosco gente che si è amata così profondamente da contraddire certa razionalità senza sconti.
    Che io non abbia preso Maggiani alla lettera lo dimostra il fatto che la mia chiave di lettura va essenzialmente nella direzione del coraggio di vivere, della sincerità necessaria anche quand'è difficile da ammettere, della gravosità ineliminabile del mestiere di vivere (la stessa che Kundera ha chiamato insostenibile leggerezza).
    Ti dirò di più: dire che si teme di morire di troppo amore è un modo per sottrarsi al mestiere di vivere, un modo per sfuggire all'onerosità dell'amore, questo è il punto.
    Il racconto di Maggiani, se letto per intero, ridimensiona i passi che io ho riportato, li inserisce in una sorta di "rendiconto" finale di ciò che non si è avuto il coraggio di guardare in faccia.
    I tuoi genitori invece hanno avuto un coraggio immenso, soprattutto per i loro tempi.

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  5. le spiegazioni, alla fine di una storia, sono quasi inevitabilmente incomplete, da parte di uno/a c'è la riluttanza a dire di più, da parte dell'altra/o c'è il senso d'insufficienza qualunque spiegazione si riceva.
    ml

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  6. Penso tu abbia ragione, "realisticamente" ragione, @Carlo, ma, lo stesso, mi viene da aggiungere: piú alto è stato il livello di comunicazione, piú grande è la sconfitta nel non detto; vale per entrambi ovviamente e vale in ogni tipo di relazione, amicizia o amore o altro non fa differenza.

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  7. Io ho capito benissimo.
    Anzi, molto moltissimo.
    E voglio questo libro, accidenti.
    Che edizione è?

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  8. Lo sapevo che tu avresti capito...e mi viene da dire "perché sei una donna", un argomento che di solito non amo usare, non in generale, assolutamente mai per partito preso, e so che capirai anche questo, Gioia.
    Il libro è del 2002, ma ripubblicato più volte, io l'ho acquistato non tanto tempo fa, l'editore è Feltrinelli.

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  9. Concordo molto con Carlo Calati a meno che non sia un rapporto lungo e sincero che si è semplicemente sfibrato per problemi di varia natura. Grande stralcio di vita quello raccontato da Vincenzo.

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  10. Anche se mi ripeto: anche tu hai "realisticamente" ragione

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto il Mostro si mostri per quel che è...)