mercoledì 22 marzo 2017

l'Appennino è una storia e un sentimento a parte


Amo molto le montagne, tutte e in generale. E amo molto l’Appennino, perché, tra tutte le montagne, l’Appennino è una storia ed un sentimento a parte, non più forte, ma diverso. 
Forse sento così perché io stessa ho le mie radici in un Appennino arcaico, protetto e  cullato dalle sue ombre  spesse.

La gente dell’Appennino, e dunque anch'io, è fatta, almeno in parte, a immagine e somiglianza del territorio, delle sue asprezze, dei suoi colori e delle sue vicissitudini, e di questa appartenenza non si può mai liberare del tutto.
Tra le zone dell’Appennino che conosco meglio, c’è quella porzione centrale, che dalla Toscana entra in Romagna e arriva anche più su, in Emilia.
Sono paesi di anziani, di bar e di giochi di carte, di discorsi accesi e spesso incazzosi, di liti politiche anche, come altrove non accade più.
Il mondo dell’Appennino centrale ha una sua identità speciale, in gran  parte segnata da vicende- limite in termini di crudeltà: e qui penso soprattutto ai tanti stermini di civili nell’ultima guerra del‘900.  I ricordi della paura, del coraggio e della barbarie respirano ancora lassù, soprattutto tra i più anziani, e certe date non sono mai solo roba per commemorazioni.

In quella porzione di Appennino mi piace entrare nei bar, dove giovani e vecchi si sfottono su tutti gli argomenti del mondo,  e nelle vecchie botteghe, soprattutto in alcune, zeppe di oggetti in disuso, sopravvissuti al loro stesso ruolo d’utilizzo.
Fino ad una decina di anni fa, in una cittadina dell'entroterra di Romagna, c’era un bar nel quale potevi trovare ancora segni  dell’epopea dei Soviet: quadri alle pareti raffiguranti i padri  della  Rivoluzione negata, tavolette di  cioccolata di provenienza russa, mai più viste altrove, e via discorrendo.
Nella stessa cittadina, una volta, orecchiai per strada un discorso tra una giovane donna e un uomo di mezz’età: parlavano di una ragazza del posto che se n’era scesa in città, a Bologna o chissà dove,  per cercare lavoro. 
La ragazza, una volta sistemata in città, aveva incontrato un uomo e con lui aveva avuto un bambino e,fin qui, una storia come altre mille. Ma, dalle parole della donna capii che si trattava di una storia finita male, con la ragazza abbandonata assieme al bambino e in gravi difficoltà economiche. All’anziano, che si limitava a fare poche e precise domande, (domande il cui tono non sembrava proprio essere quello della curiosità fine a sé stessa, quanto, piuttosto, di interessamento paterno), la donna raccontava che la Luisa stava per tornarsene lassù, al suo paese.
Il tono del racconto era fiero, orgoglioso, di partecipazione convinta e, all’affettuosa preoccupazione che leggeva negli occhi dell’uomo, la donna continuava a ripetere “certo che la Luisa verrà qui con il suo bambino, che altro deve fare?!?”.
Si percepiva un risentimento verso l’autore dell’abbandono, ma anche un senso di solidarietà forte, che pareva corale, come se la donna, da sola, si fosse fatta portavoce dell’intera  comunità, pronta a dare una mano. C’era, in quel  “certo che la Luisa torna qui, al suo paese, con il suo bambino!” un senso di accoglienza e di sostegno, quasi che il paese si fosse fatto persona per un affido simbolico e della ragazza e del suo piccolo.

Mi venne da pensare che è proprio vero, che il tuo paese ti genera sempre almeno un po’ uguale a lui, e l’Appennino, anche lui, fa così: è raccolto e solido, è messo a barriera aspra tra due mari, sta nel mezzo come colonna dorsale portante  delle sue storie e della Storia tutta.
Ed è per questo che ho scritto che l'Appennino è una storia e un sentimento a parte.


6 commenti:

  1. Conosco queste realtà locali di cui parli, piccolissimi paesi in mezzo a boschi e colline dove tutti sanno tutto di tutti, senza invidie ma sollecite partecipazioni, dettate da sentimenti che nelle grandi città non si conoscono e non si allevano.
    Due su tutte mi vengono in mente: Roseto degli Abruzzi, dove mi recai ragazzo con mio padre che intendeva riallacciare l'amicizia della sua prima Guerra mondiale con un camerata con cui aveva condiviso il pericolo della morte. Sapevano tutti che saremmo arrivati noi. Sono certo che quella gente conoscesse mio padre solo perché il suo grande amico ne aveva sempre parlato. Ci accolsero come mandati dal cielo. Ne ebbi un'impressione unica, estremamente positiva.
    Nel secondo caso trattasi di un paese dove si andava ogni fine settimana se il tempo reggeva, col motorino, la Vespa 150 e anche in bicicletta chi ce la faceva perché dal mare di Civitavecchia si saliva in meno di 15 chilometri ai 700 metri di Allumiere. Quello che ricordo con più simpatia sono le ragazze in fiore che scappavano al nostro rumoroso arrivo a nascondersi dietro le persiane. Arrivano i cittadini. Come dire arrivano le cavallette. E poi le pagnotte del loro pane profumatissimo, tonde e piatte, di grano duro, dal color paglia e dal sapore inconfondibile. Oh Dio quanto mi manca: potrei dare il mio regno per una di quelle pagnotte, che non diventano mai dure e che si lasciano mangiare cogli occhi.
    Bel post, come sempre.

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  2. Ho conosciuto persone dell'Appennino ed ho riscontrato queste caratteristiche unite ad una riservatezza e profonda dignità. Bel post.

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  3. Carissimi, penso che sia proprio vero quando dicono che l'Appennino è il cuore del nostro Paese.
    E io aggiungerei "è anche il nostro"

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  4. Ho un debole per la gente del centro Italia...per gli idiomi e le espressioni colorite, per il modo lieve di stare nelle cose.

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  5. anch'io, per gli stessi motivi e per la loro concretezza, che non ha bisogno dell'intransigenza per essere credibile

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  6. è vero, nell'appennino ci son cresciuta, mi ci ritrovo, anche se è al mare che devo la felicità Jonuzza

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