mercoledì 1 marzo 2017

un indirizzo detto sottovoce


In quella storia c'era stato fin dall'inizio un luogo-non luogo, una casa di periferia, luogo e non-luogo della città, una porzione di ex campagna che non s'era mai trasformata veramente in un'altra cosa. Era un posto che, nel pieno dell'inverno di pianura, poteva sembrare triste, con il grigio che scendeva dal cielo fin sui palazzi, con i rari negozi dove era difficile sentire un'aria di quartiere, la stessa aria così facile da trovare nei piccoli centri.
A Laura  non importava un granché del grigio quando arrivava in città, ma quando ripartiva le pesava e, benché  sapesse di non poter rimanere oltre per motivi assolutamente concreti, il grigiore del quartiere le sembrava ogni volta una sottolineatura d'addio, un'estraneità che si ripristinava violentemente, il preludio della lontananza.
Vicino alla casa di periferia c'era un asilo e le voci infantili, le corse e i battibecchi dei bambini riempivano costantemente il tempo della sua permanenza e, in qualche momento, sembravano persino capaci di allentare la morsa della tristezza all'approssimarsi della partenza.
Laura ricordava bene la prima volta che era ripartita dal non-luogo, il pianto che le aveva interrotto ogni altra emozione, un pianto lento e profondo, lungo quanto tutto il percorso da casa alla stazione: sì, il primo distacco era stato il peggiore, decisamente. Poi si era abituata a quella sofferenza, così come ci si abitua ad una malattia cronica, dove sai da prima che ci saranno spesso giorni peggiori di altri. 
Passarono diversi anni e per tante volte Laura arrivò e ripartì, sempre con le stesse sensazioni, appena un po' più alleggerite dal trascorrere del tempo e dall'abitudine apparente a quel distacco, proprio come in una malattia cronica.
Per anni, andando via, evitò di attraversare a piedi il centro della città, anche se dalla casa di periferia il centro distava solo dieci, quindici  minuti a piedi; lo fece nella convinzione infantile di riuscire a risparmiarsi ulteriore inquietudini, inventandosi la storia della mancanza di tempo, del treno da non perdere. In realtà, quello era uno stratagemma puerile, di cui Laura aveva piena consapevolezza: andar via direttamente da casa verso la stazione era una specie di brusco salto di fotogramma, una necessità d’animo, se così si può dire, una specie di proponimento mai dichiarato. 
Così, ogni volta e per molto tempo, percorreva il tratto da casa alla stazione in taxi o con l'autobus, attraversando il cuore della città come se fosse un aeroporto di scambio e nulla più, ignorando volutamente la bellezza dei suoi palazzi monumentali che pure conosceva, privandosi insomma del senso stesso del luogo dove arrivava sempre e solo per ripartire.
Passando solo di sfuggita in quella città non vissuta, un non-luogo per eccellenza, attraversando il suo cuore antico soltanto con un mezzo veloce, pensava di riuscire a mantenere intatta la zona di confine tra le sue due vite. Percorrere il centro città a piedi, prendendo nota visivamente delle vie e degli spazi in cui non abitava, poteva costarle troppo  in termini di malinconia.
Con quella mossa strategica Laura credeva, e soprattutto sperava, di aver trovato una forma di pace o, per meglio dire, di tregua rispetto al dolore del distacco. 
Finché una volta, una più difficile delle altre, scelse di provare ad attraversare la città ad occhi chiusi, assecondando la natura del suo amore, che, di fatto, per gran parte del tempo abitava nella terra del sogno e del non-luogo.
Così, indossando le  lenti scure da sole, salì in taxi, chiuse gli occhi  e pronunciò il solito indirizzo, come se non la riguardasse.
Diversi anni dopo, ricordando l'episodio, si disse che quella era stata una delle poche volte in cui nella sua vita aveva cercato di proteggersi, ché per il resto del tempo non ne era stata granché capace.

"Però ci furono quelli
che ebbero per casa solo il cuore, 
sospeso tra abissi e buio,
di una vita tutta nell'invisibile,
il cuore, che lentamente si crepava
e null'altro."

G.Giudici

12 commenti:

  1. Tu sai descrivere la malinconia come pochi. Te la tiri addosso come una seconda pelle oppure un guanto di protezione. Da cosa? Da un sentimento che tieni nascosto dentro di te, quasi te ne vergognassi, quel quid che non vuoi riconoscere come la parte più tua della tua anima, più genuina. Sai che mi somigli? Forse per questo quando che io inizio a leggere un tuo racconto -perché di questo si tratta, non di un post- mi prende la fretta di controllare se il finale sia quello che mi è balenato in mente immediato come una revolverata. Che si tratti di questo o di quello non importa, ciò che importa è il senso di calore che irradia ad inizio di lettura per quel che mi riguarda, calore che non congela a conclusione del pezzo, ma mi si crogiola dentro come un micio che fa le fusa.
    Mi capita così. Ti dirò di più, voglio rovinarmi. Io, malgrado l'età ho da sempre cercato e cerco ancora un modo nuovo di narrare. Altri lo cerca negli autori contemporanei che vanno per la maggiore, io mai fatto. Lo cerco in coloro che non sono scrittori di professione, come te. Lo ammetto: ho imparato qualcosa da te e continuo ad impararlo, come la scelta di determinati vocaboli che sembrano buttati lì per caso, e forse lo sono come certe mie espressioni, ma sono vocaboli ed espressioni felici, colpi di culo a volte, ma che siano benedetti certi colpi, che non fanno male ma tanto bene.
    Spero di essermi spiegato esaurientemente questa volta.

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  2. Certo che ti sei spiegato. Grazie per ogni parola, carissimo, proprio per tutte.
    La malinconia non è la mia seconda pelle, bensì la prima o, come direbbe chi cerca di disegnare l'anima delle persone o, forse, cerca di aiutarle a disegnarsela, la mia Stimmung.
    p.s.: una volta pubblicherò la mia definizione di malinconia, quella che diedi una volta, diversi anni fa, ad una disegnatrice di anime per spiegarle la mia Stimmung.

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  3. Non potevo dire meglio di Vincenzo. La malinconia pervade ogni tua parola e momento del racconto sempre e comunque.

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  4. Non ho parlato casualmente di Stimmung, @Daniele...
    :-)

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  5. Il non luogo di fondamentale importanza, quello di cui la città è comunque solo grazioso orpello, che acquisisce importanza vitale solo in fase di attraversamento? O come protesi vitale di una felicità altrimenti senza casa, senza possibilità di definirla non luogo in contrapposizione al luogo città? Città strascico di malinconia da covare in silenzio. Un minuto o un'ora - per attraversarla - comunque doloroso strappo all'anima.

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    1. Scusami, @Franco, ma non riesco tanto a seguirti, non mi sono chiare le tue osservazioni

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  6. Caspita ragazza, che assonanze. Hanno dell'incredibile.
    Proprio l'altra sera pensavo, che ho sempre avuto di casa solo il cuore.
    E' tanto faticoso.

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  7. Non ce la possiamo prendere con nessuno, carissima: non sappiamo abitare altrove...

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  8. equilibrismi! hai scelto bene l'etichetta del brano.
    Incipit poderoso che al di là dell'evanescenza del luogo, lo caratterizza in modo visibile. E poi attorno ci cuci una storia sussurrata con eleganza.
    ml

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    1. Sono storie in punta di piedi, forse potrei chiamarle così, se non temessi di debordare sul quel certo romantico-che-non-mi-somiglia.
      Grazie, Carlo, un abbraccio.

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  9. ci sono poche persone capaci, come lo sei stata tu, di far emergere il dolore

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