giovedì 6 aprile 2017

l'ultima estate

Fu la tua ultima estate, ma nessuna di noi due lo poteva immaginare. 
Fu nell'ultima vacanza che passammo assieme, (e  dire che all'epoca fremevo, e dio solo sa come, affinché tu mi lasciassi andare da sola: avevo vent’anni!).
In quelle due settimane, durante le quali riuscimmo miracolosamente a non litigare quasi mai, avevamo preso l’abitudine di ingannare l’ultima ora prima della cena- servita con certezza teutonica sempre alle sette e mezza- soffermandoci davanti all’unico negozio del paese. C'era un'unica, benché grande vetrina, piena di ogni genere di cose e di sciocchezze, ovvero di oggetti che non servono a vivere e la cui esposizione commerciale in luoghi come quel paesetto di  montagna finisce sempre per stridere irrimediabilmente con il senso di assoluta e dignitosa "necessità" dei luoghi.
Tra le sciocchezze esposte c'era l’ultimo modello di bambola di una nota casa di giocattoli: era un bambolotto per l’esattezza, concepito con accattivanti sembianze bambinesche; era così ben fatto che aveva finito per attrarre persino te, che di bambini ne avevi avuti tre e delle bambole avevi perso il ricordo. Così, passando e ripassando là davanti, una sera accadde che io- nel paradosso dei miei vent’anni, tanto scontrosi e ribelli quanto punteggiati da strabilianti bambinerie fuori tempo massimo- ti chiesi di regalarmi quel bambolotto, perché mi piaceva e, argomentazione spudoratamente utilitaristica, perché mi ero accorta che piaceva anche a te. E pensare che L'ultima bambola della mia età infantile l'avevo voluta a nove anni e già allora ero stata un po' rimproverata in famiglia, per la mia bambineria giudicata ormai tardiva.
Ricordo ancora la tua prima risposta, così severa, di rimprovero: “un bambolotto alla tua età!”...e come darti torto?
Passò qualche giorno ancora, ma, ogni sera, ripassando là davanti, io non mancavo di rinnovare la mia assurda richiesta. Forse, chissà, avvertivo che da qualche parte del tuo cuore c’era un punto di fragilità ch’io avevo toccato; forse, da qualche parte nel tuo cuore, la mia richiesta veniva letta oltre la sua natura futile e un po’ tonta per una ragazza di vent'anni.
Così, dopo vari giorni e numerose insistenze, arrivò il giorno della tua resa ed entrammo insieme nel negozio con un po’ di vergogna addosso, ciascuna per motivi diversi: tu eri la madre che acconsentiva a comprare un oggetto inadatto alla figlia troppo grande e troppo sciocca, io ero la figlia che, pur sapendo d’essere sciocca, non sapeva frenarsi e non si vergognava di quei suoi inciampi infantili. 
Entrammo infine, e, come per una decisione tattica comune, confessammo subito tutta la verità all’anziana commessa, mostrandoci in tutta la nostra sconclusionatezza di coppia improbabile di madre e figlia, ma quella non ci derise affatto: tolse il bambolotto dalla vetrina, lo incartò, e, consegnandocelo, disse con dolcezza che anche a vent'anni si possono avere momenti infantili, soprattutto con la propria madre.
un mio scatto: un assemblaggio di oggetti e titoli non casuale
Sapessi quante volte ho ripensato a quel tuo cedimento, (proprio tu, ch'eri tutt’altro che incline ai cedimenti educativi), ma, ancora oggi, a distanza di tanti anni dalla tua ultima estate, continuo a spiegarmelo con quello speciale ed intuitivo affetto che talvolta asseconda anche ciò che non capisce, soprattutto quando scorge una domanda d’affetto dietro ad una richiesta improbabile .Parlo di  quella capacità speciale di comprensione che è prerogativa essenziale di madri speciali.
Sai, ancora oggi non riesco a leggere altro nel tuo gesto, che a me, allora e ancora oggi, sembrò una sorta di concessione in regalo della luna, perché, diciamocelo: non è roba comune, da madri del tutto a posto, comprare bambole alle figlie di vent’anni, a meno che non si sappia osare d’essere madri inusuali. E a te il coraggio dell'inusualità non era mai mancato. 

7 commenti:

  1. Bellissimo post di amore di una figlia per la sua mamma che non c'è più. Questo lo hai scritto col cuore stretto e ridotto piccolo piccolo, e si sente da ogni parola.
    A volte siamo veramente stronzi, noi uomini di più, io in particolare che mi vergognavo di mostrare a mia madre e agli altri quanto bene le volessi. Che stronzo sono stato! È giusto che adesso i miei due maschi non mi dicano mai una parola affettuosa, me lo sono meritato. La bambola. Sai cosa mi hai ricordato? Quando abbiamo dovuto sbaraccare in fretta e furia perché il nostro appartamento con balcoe enorme e giardino dove Anna Maria passava metà del suo tempo, è uscita fuori un sacco di roba che avevo dimenticata, come una splendida bambola, assai ben conservata, sebbene io l'avessi regalata oltre cinquanta anni prima ad Anna Maria. Me la ricordavo appena, con un cappellino di paglia e un gonnellino scozzese. Anna Maria non era mia figlia ma la mia fidanzata ed aveva 21 anni. Come la muovevi sta pupazza diceva "mam-ma". Non se n'era mai separata. La conservava come fosse stata un gioiello. Adesso di nuovo è sparita. Poco prima, appena letto il tuo post le ho chiesto dove fosse. Mi ha detto che la teneva in un posto sicuro ben protetta. Da chi la proteggi? Da te. E perché? Perché tu no le debba scrivere sulle mutandine qualche stupidaggine. Allora mi sono ricordato di avere scritto sulle braghette della pupa il mio nome ed il suo. Tutte le volte che la capovolgeva per farle dire "mam-ma" li leggeva. Lo trovavo un pensiero carino.

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    1. ...è evidente: tu e lei non leggete nello stesso modo questa storia dei nomi sulle braghette della bambola...

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  2. Fino a che non siete entrate in negozio ero convintissimo che tu stessi parlando di tuo padre e provavo una solidarietà genitoriale all'idea di sottostare al capriccio di una figlia ormai adulta.
    Trattandosi invece di tua madre mi chiedo quanto del gesto, l'acquisto della bambola, scaturisse dal voler soddisfare un proprio desiderio è quanto dall'intuire un analogo desiderio nell'altro.
    massimolegnani

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    1. Che strano, Carlo, che tu abbia pensato a mio padre, mi pare chiaro fin dalle prime righe...secondo me ti sei voluto identificare, così come, del resto, tu stesso hai scritto.
      Quanto al significato della richiesta e del gesto che l'accoglie, io ho una mia idea, che deriva soprattutto dalla conoscenza del carattere di mia madre: credo che il suo gesto abbia risposto ad una mia richiesta di momentaneo riconoscimento di uno stato di infanzia che, nei fatti, anagraficamente, non poteva esserci. Io e mia madre ci siamo sfidate sempre, in parte anche perché eravamo molto simili, l'acquisto della bambola ai miei occhi suona, ancora oggi, come una richiesta/accettazione di tregua. Lo dico senza evocare ombre, è una pura constatazione la mia, riguardo ad un rapporto tanto pieno di contrasti quanto di riconoscimenti reciproci sottintesi e mai veramente espressi.

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  3. Difficile commentare un post così personale, si rischia di darne una propria interpretazione che, non essendo nei tuoi panni e non conoscendo il rapporto che intercorre tra te e tua madre, rischia di essere priva di senso. Posso dire che nel leggere il tuo scritto ho avvertito quasi sempre una sensazione di disagio e di tensione sempre presente tra te e lei. ma ripeto sono solo sensazioni che possono benissimo non risultare suffragate dalla realtà.

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  4. Hai ragione, Daniele, forse ho spinto troppo sul personale...
    Quanto alle tensioni, certo che c'erano, ma io credo siano sempre "fisiologiche", per non dire necessarie, anche se tra noi le discussioni erano particolarmente accese, vista anche l'affinità dei caratteri.
    E, comunque, attraverso l'osservazione di altri rapporti genitori-figli, apparentemente molto/troppo tranquilli, posso dirti che mi sono convinta della necessità di scontrarsi per crescere, per diventare un adulto "altro" rispetto al genitore, com'è giusto che avvenga.

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  5. questi ricordi sono i doni della vita... preziosi, strani, con il mistero che si portano dietro. Jonuzza

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