mercoledì 3 maggio 2017

Mimì, ovvero: l'arte di non farsi sedurre

Nella Roma degli anni sessanta c’era via Veneto e c'era la dolce vita, (ma questo lo sapevano e lo sappiamo tutti), e poi c’erano i quartieri, più o meno di periferia che componevano un caleidoscopio infinito della città.
Erano tanti microcosmi, ognuno con le sue peculiarità e le sue comunità composite: lì potevi trovare  la maggioranza ricca, là la maggioranza povera, ancora più in là le non maggioranze, vale a dire le realtà costruite attorno alla mescolanza pressoché completa  di ceti sociali diversi e distanti, che si ritrovavano insieme a vivere la vita del quartiere, ch’era come dire la vita del paese.
Sì, perché Roma allora era così: era la città dei cento paesi.
Vincenzo, ragazzo di quegli anni, nuotava nel puzzle mobile di quella sua  strana ed irripetibile città, spesso  troppo provinciale per essere vera capitale, ma, altrettanto spesso, guscio fatato di risorse umane e culturali, capaci di guardare oltre oceano, specchio di un Paese e di una gioventù intellettuale assolutamente pronta a lasciare la sua impronta formativa nei decenni a venire.
E nei cento paesi di Roma potevi trovare di tutto: le baracche abitate dall’umanità selvatica e innocente narrata da Pasolini e, appena un chilometro più in là, il bar o la boutique che fungeva da riserva, ritrovo di un mondo dorato, sparso a briciole nelle periferie ancora verdissime e ancora inviolate, così diverse dalle periferie brutali di oggi.
C’erano  appunto allora, nella Roma-città dei cento paesi, diverse zone costituite da baracche ad alta concentrazione di meridionali disperati di fame e lavoro e di rappresentanti  di un sottoproletariato urbano che si sarebbe estinto di là a poco, cambiando faccia, nome e storia.
In uno di questi cento paesi, in un punto non troppo distante da una baraccopoli denominata “il fosso di Sant’Agnese” e corrispondente all’odierna Pietralata, stava un bar ch’era un’isola o, come dico io, una riserva per animali di lusso. Lì si incontravano, a consumare il tanto tempo libero delle loro esistenze agiate, donne di varie età, tutte assai ben sistemate, secondo la definizione dei tempi, grazie a matrimoni decisamente convenienti o a professioni speciali, come la modella, o, ancora, grazie ad entrambe le cose.
Tra queste signore ne spiccava una su tutte per classe e bellezza straordinarie, qualità entrambe sopravvissute alle intemperie dell’età e delle esperienze, anche perché appoggiate e nutrite da uno spirito vivace, che le permetteva di mantenersi viva nella riserva senza divenirne mai del tutto prigioniera e/o affiliata. Mimì si faceva chiamare la regina, unendo in quel nomignolo un’eco Pucciniana, un che di parigino e un pizzico nostrano di campagna, senza che nessuna di queste ispirazioni entrasse in conflitto con le altre.
Mimì, con i suoi occhi azzurri colorati di consapevole ironia, sapeva parlare e sparlare del suo mondo con il distacco della raggiunta saggezza, qualità non comune, allora come ora.  
Al Vincenzo di allora, preso dal fascino di una donna così, capace di dominare con l’intelligenza persino il mondo d’oro luccicante e falso che le stava d’intorno e  capace, altresì, di vedere la realtà del suo ambiente di appartenenza e quel che stava dietro l’ostentazione di certa morale da pidocchi meglio di un radiologo, Mimì pareva il mito in carne ed ossa della donna che usa il suo potere di seduzione senza rimanerne mai sedotta e/o dipendente.
A Vincenzo l’idea di fare l’amore con Mimì doveva sembrare la più luccicante delle chimere: insieme a lei, così pensava, si sarebbe portato via un po' di quell'esperienza e del fascino del saper  vivere senza farsi vivere.
Erano diventati amici,Vincenzo e Mimì, una formula che lui sperava fosse  solo il passi per un percorso più intimo, mentre a  lei, a Mimì, non interessava altro che godere di una compagnia giovane e attenta, evitando con cura di incappare in chiacchiere malevole per una passione tardiva.
Così, una sera, leggendo un evidente disappunto negli occhi del ragazzo, Mimì, diretta e ironica come solo lei sapeva essere, se ne uscì :
"Ma perché te la pigli? Perché non puoi portarti a letto una vecchia?"
Mimì sapeva di dire una verità piccola piccola, ché quella grande era ben altra e più complessa, alimentata dall'ammirazione per la sua capacità di leggere le lastre della vita meglio di un radiologo.
Di fatto, però, a quel punto della sua esistenza, Mimì aveva già deciso, e per il suo presente, e per il suo futuro: non avrebbe mai più ceduto neanche un grammo della sua esperienza e del suo fascino di seduttrice che non si fa sedurre.

dedicato a Vincenzo

4 commenti:

  1. Brava, è forse il racconto più bello che tu abbia scritto o almeno che io abbia letto da te.

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    1. ma grazie! si vede che quando mi regalano gli spunti riesco a dare il meglio!

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  2. Sabina mi hai fatto riempire gli occhi di lacrime. Innanzi tutto hai sfiorato la mia privacy senza invaderla; hai accarezzato la mia memoria con tale tatto che mi hai sorpreso, perché sapevo che avessi classe ma non così tanta e soprattutto hai capito Mimì. Lei era così: sembrava distaccata e lontana ma stava dentro le sua vita senza galleggiarci, ma sprofondandovici come in un magma profumato dell'odore della sua pelle appena bagnata di acqua e sapone. Hai indovinato -non so come tu abbia potuto- il suo stato d'animo nel momento del rifiuto: un misto di appagamento del suo stato, di esclusione di complicazioni eccessive e di rispetto di se stessa e anche di chi le stava davanti.
    Non lo ha fatto con nonchalance, te lo posso assicurare, me ne diede lei stessa la prova. Alcuni anni dopo la incontrai a Milano, dove vivevo con AnnaMaria e Monica aveva un anno. Pranzammo io e lei in un ristorante in Piazza Missori. Parlammo di tutto. Poi verso la fine le venne il magone.
    "Che stupida sono stata a dirti di no, Sarebbe stata di sicuro una gran bella storia" Fece una pausa guardando fuori delle ampie vetrate. "Ma non avrei certamente mai avuto di te lo splendido ricordo che mi hai lasciato, quello di un uomo giovanissimo che voleva tutto e si accontentò di niente".
    Sabì, sei grande. Io non lo avrei scritto meglio.

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    1. Grazie a te per lo spunto, felice d'averti capito.
      Te l'ho dedicata con tutto il cuore, perché l'ho letta e poi scritta con "sentimento di partecipazione" .
      I luoghi da te citati li conosco: ho abitato da quelle parti; la storia di quel periodo mi ha sempre affascinata; infine, il sentimento della giovinezza è sempre un sentimento grande, sia se vissuto direttamente, da giovani, sia se vissuto di riflesso, come è accaduto a Mimì.
      Un abbraccio.

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto il Mostro si mostri per quel che è...)