martedì 20 giugno 2017

come se ci fosse ancora Federico

la musica in apertura di post è  tutt'altro che casuale: racconta più delle parole 

Qualche anno fa, nella città dove la esse ancheggia, assapora sé stessa, si compiace e, infine, mollemente si sdraia; la città dove la vita sembra tuttora ancorata ad un humus pagano, che resiste sotto all'asfalto della modernità; la città dove il principio dominante del piacere, della gioia di vivere e  del realismo contadino del tempo e delle stagioni si esprime in un dialetto incalzante e ritmato, fitto di punte di enfasi tronche e velocissime: proprio lì, in un bar del  centro, ho assistito ad un inaspettato corto felliniano, istintivamente messo in scena da quattro maschi adolescenti.
Nel bar, uno dei più eleganti della città e traboccante di ogni ben di dio, stavano quel giorno diverse bariste, tutte giovani: un paio più spigolose, puntute come lancette d’orologio, di una magrezza acerba e sospettosa, ma ugualmente attraversata da rotondità femminili piccoline; un altro paio dalle forme più morbide, strizzate nella divisa da banco.
dal film "i vitelloni"
Erano tutte sorprendenti per la loro velocità: andavano e venivano, senza mai intrecciarsi l’una con l’altra nei movimenti di gambe, braccia e mani, incrociando tazze e piattini, zucchero e cucchiaini, togliendo e mettendo, passando l'ordine e correggendolo. Sembravano prestigiatrici di rango, che mettevano la loro arte circense a disposizione dei desideri di caffè e di latte e di tante altre cose dei clienti. Tutte si producevano in  torsioni rapidissime, a tratti impercettibili, senza mai uno scatto di troppo, come in una coreografia  curata da un esperto di danza.
Io ero lì a consumare il mio caffè e ad osservarle, stupefatta, in quel loro procedere di ballo liscio applicato alla caffetteria.
Poi, uscendo dal bar, mentre mi attardavo a cercare il cellulare in borsa, colsi uno scambio tra quattro maschi adolescenti piazzati tra l'ingresso del locale e la vetrina:
Titta di Amarcord

“ma, soccia! guarda te che tettine a punta quella là!" 

“ mò, sì! si vedon proprio beene da sotto la malietta…”

Dal mio angolo di osservazione non potevo vedere l'espressione delle loro facce, ma era chiaro che i quattro stavano  "osservando accuratamente" le bariste-giocoliere, impegnate a torcersi eleganti, fluide e rapidissime, nel servizio.
Ed ecco che, come in un miracolo cinematografico, le voci dei quattro diventarono quelle  di Titta e dei suoi compagni e Fellini sembrò risorgere per qualche secondo, con una scena di Amarcord   riaffiorata da non so dove.
Furono due  minuti appena di un sogno ad occhi aperti, su di un set che s’era acceso e spento nello spazio un brevissimo ciak, mentre il resto, tutto il resto intorno, viaggiava spedito nel nuovo secolo.

7 commenti:

  1. Che genio che era Fellini, quella scenetta di vita reale che ci hai raccontato dimostra la fresca attualità di ciò che ci raccontava oltre la capacità di avere un occhio dolce verso i difetti e le manie del suo tempo. Un tocco di celestiale grazia che ci manca tantissimo.

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    1. Oh, ecco, la grazia, sì, hai detto proprio la parola giusta, @Daniele!
      La grazia nel narrare la vita e la vitalità, toccando ogni argomento, senza togliere mai dignità a nessuno e a nessuna cosa.
      Io credo che Fellini sia riuscito a mantenere fino alla fine lo sguardo di un adolescente, con tutta la sua istintiva poesia.

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  2. Io so, per avere letto più di una recensione, che Fecerico in tutti i suoi film riproponeva sempre quel suo mondo rurale dove era cresciuto prima di arrivare a Roma e lo aveva mantenuto non solo nelle sue esse. A proposito: complimenti per questa esse che "ancheggia, assapora se stessa, si compiace e, infine, mollemente si sdraia". Ce la fai vedere.
    Io posso dirti che la Roma, Via Veneto in particolare, ma tutta la romanità che allora si respirava in giro, lui l'abbia capita e interpretata meglio di chi romano era per nascita da sette generazioni. La sua arte condita dalla sua sempre presente ironia te la faceva apparire come un miracolo meraviglia della natura.
    Grande stagione quella, irripetibile. E che interpreti! Albertone nostro, er mejo; poi Mastrojanni e Gassman e Anitona.
    Lui alto e grosso con quel sorcetto accanto, una Giulietta Masina minuta e gigantesca.
    Sì, Amarcord.

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  3. Grazie per la esse e grazie anche da parte sua (della esse intendo!).
    Bello, sì, il mondo contadino, realista, concreto e poetico allo stesso tempo, che Fellini ha saputo illustrare. E bella la sua stagione, irripetibile, proprio irripetibile, come hai scritto tu.
    Ich danke dir, danke von Herzen!

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  4. deliziosa la tua descrizione dell'ambiente "pagano" del bar e della bella efficienza delle giovani vestali ("puntute come lancette d'orologio"). i quattro ragazzotti fanno da corollario con i loro commenti che mirano al sodo (!) e all'irraggiungibile. Un brano alla Fellini in salsa sabina (il minuscolo per aggettivarti)
    massimolegnani

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  5. In salsa sabina è una specialità del Lazio...ci vedrei bene della verdura con capperi e acciughe...non chiedermi perché!
    ;-))

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    1. tentato di condirci la pasta di stasera :)
      ml

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