giovedì 8 giugno 2017

Narcissus Narcisseae

(sottotitolo: l'uomo che visse nell'uovo mai schiuso)

Soffrire di (s)manie di protagonismo.
Sentirsi al centro dell'interesse del pianeta.
Sentirsi sempre vittima del malanimo e di ogni sorta di invidia e gelosia altrui.
Agire, parlare e scrivere come se si sapesse sempre qualcosa in più di chiunque altro.
Presentarsi adoranti ammiratori per ottenere consensi senza se e senza ma.
Ostentare un perenne senso di dignità e sensibilità ferite, a prescindere da uomini, donne e fatti reali.
Trovare sempre per sé una giustificazione in più rispetto alle difficoltà, anche quando si ha di fronte un altro in vera ed enorme difficoltà.
Non riuscire mai a relativizzare il proprio ego, anzi, lasciarsene divorare.
Vivere in un eterno melodramma.
Banchettare quotidianamente a pane e dolori da perfetto giovane Werther.
Sentirsi sempre in credito di stima e credibilità, indipendentemente da come ci si muove nel mondo e da come ci si relaziona con gli altri.
Sentirsi, per dirla in breve: figlio/a unico/a dell'intero pianeta.
Sono sindromi diffuse, facili da osservare nel pianeta, ma anche nel condominio e talvolta persino sul pianerottolo di casa. 

Ero ragazzetta adolescente, poco più di sedici anni, quando mi feci catturare da un tipo così, in una storia che non durò neanche poco. La scempiaggine e l'inesperienza, da parte mia, la capacità seduttiva e la spiccata bellezza dalla parte di lui fecero groviglio: lui era ragno ed io mosca bambina. 
Nel tempo che passammo insieme ho potuto leggere e rimandare a memoria tutto il copione del figlio unico del mondo intero, tutto il copione del maschio cronicamente perso in sé stesso.
Di fatto, lui era davvero figlio unico e di una madre così tanto adorante, che i due parevano essersi fidanzati tra loro.
Sembrerà strano a dirsi, eppure lei stravedeva per me, che avevo dalla mia anche il fatto di apparire esteticamente qualificante per lui: un bell'oggetto da farsi invidiare.
Di certo, quella donna non era un'aquila e non sapeva leggere più in là di un centimetro dal proprio naso materno, figuriamoci!
Lui l'appellava spesso mater dulcissima e lei rispondeva- pensando d'essere spiritosa- dimmi, figlio amarissimo!  Insieme mettevano in scena una messa cantata in salsa barocca, una vera caricatura familiare.
Come spesso accade, l'insieme delle qualità nere di lui era frutto proprio dell'opera diseducativa costante ed instancabile della mater dulcissima, una che si affannò fino all'ultimo dei suoi giorni per trovare un'altra donna, giovane, che le sopravvivesse e  che fosse dotata delle caratteristiche giuste per ricevere quel suo tesoro "maschio ed unico" in eredità. 
Inutile dire che le andò male, anzi malissimo, sia perché nessuna donna mentalmente abile rimase catturata a lungo nella rete, (e questo nonostante bellezza e ricchezza non mancassero a quel suo diletto figlio amarissimo), sia perché lui, quando la vide invecchiare e aver bisogno di cure, la affidò subito e completamente ad altri.
L'uomo-Ego non reggeva il dolore di vedere sua madre malata...così diceva per giustificarsi. 
A parer mio, invece, tanto per essere chiara e netta, lui non sopportava di doversi occupare di colei che gli aveva fatto credere d'essere unico, sì, ma soprattutto unico figlio  dell'intero universo. Era lei che lo aveva reso inabile a vivere, chiudendolo in una corazza di egoismo. 
Il maschio unico non sarebbe stato mai capace di smettere i panni del principe regnante  e  passare alla sponda adulta della vita.
Una riflessione breve, sintetica e amara, in chiusura: spesso sono le madri, quel tipo di madri, a creare figli inabili a vivere; lo scrivo "sapendo" per esperienza diretta, io stessa provengo da una cultura meridionale che, su questo versante, ha generato molti frutti negativi.

p.s.: c'è un nesso tra la prima e la seconda parte del post, fidatevi.
Per esempio, il tipo citato nel mio racconto mi confidò una volta, con grande sofferenza (!), che negli anni della scuola lo avevano preso spesso in giro per certe sue esternazioni da melodramma fuori tempo massimo. La lucidità di qualche compagno, più acuto e sincero degli altri, gli aveva affibbiato proprio il titolo del libro di Goethe come sua personale cornice esistenziale...ovviamente l'intento era satirico, ma lui, il maschio-senza-regno definiva tutto ciò solo incomprensione e schiaffo crudele alla sua sensibilità...quante volte ho sentito questa frase in bocca a gente così...
p.p.s.: lo scrivo e lo sottolineo dopo aver letto il commento di Daniele, non ho nulla contro i figli unici come categoria, c'è gente corredata di fratelli e sorelle che, lo stesso, si sente protagonista del Mondo, della Storia e dei pensieri di tutti...


8 commenti:

  1. Forse e mi scuso sto andando leggermente off topic vorrei spezzare una lancia per i figli unici che non sono tutti mammoni e narcisi e fessi. Per il resto bel post, molto sentito ma scritto con leggerezza senza acrimonia o residui di dolore.

    RispondiElimina
  2. Ci mancherebbe, @Daniele!
    La figura-mito del figlio unico non è necessariamente legata al fatto di essere per davvero figli unici, così come l'essere figlio unico non condanna di certo ad un destino di egoista senza ritorno!
    Ho visto tanti figli/e-non-unici comportarsi come l'esemplare da me descritto e, ahimé, conosciuto e frequentato nell'adolescenza.
    No, la mia non voleva essere un'invettiva verso chi non ha fratelli, proprio no, credimi.
    Vero quel che scrivi, ho raccontato la mia esperienza "senza acrimonia o residui di dolore", perché so che la vita, prima o poi, ristabilisce gli equilibri, lasciando andare in malora e solitudine chi pretende senza mai dare.
    Un saluto e un sorriso.

    RispondiElimina
  3. Mmmm...non tollero mai la relazione insana/edipica. Ma la vedi sorgere da subito, quando sono ancora piccoli.
    Orticaria.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Fai bene, @Gioia, a me mi fregò l'inesperienza e l'educazione (troppa...).
      Dopo quell'esperienza fu orticaria anche per me!

      Elimina
  4. Un piccolo distinguo, ma essenziale. Figli unici si nasce anche con dieci fratelli, si è figli unici dentro, a prescindere. Questo dipende certamente dal tipo di madre, la più comune madre di figli unici è quella possessiva ed estremamente protettiva, quella che non capisce di stare massacrando il proprio figlio unico. Molto spesso poco intelligente, ovvero un'aquila in cento sfaccettature del quotidiano, ma un'asina nel rapportarsi al proprio figlio unico. Io e mio fratello siamo stati due figli unici, perché nostra madre, pur essendo una donna estremamente intelligente e strasensibile, andava in apnea quando la cosa riguardava uno di noi. La differenza tra me e mio fratello: lui si beava della situazione facendosi coccolare e proteggere, io invece ero il ribelle -la pecora nera- che non ci stava e sgomitava per uscire da lá sotto. Il vero guaio era che ai miei beati tempi si diventava maggiorenni a 21 anni. Un'eternità. Ti fregava la libera scelta dei tuoi studi universitari, ti pare poco? Ti fregava la frequentazione con amici non graditi in famiglia, con ragazze che erano immancabilmente delle sciacquette "se vengono con te a quell'ora". Dunque mamma io sarei un puttaniere a tuo giudizio? Ma che dici! Tu sei un ragazzo privo di esperienza in balia di una poco di buono. Peggio che andar di notte. Quindi io per te sono uno stronzo? E via col tango mentre la discussione degenerava in lite con lei che pretendeva di potermi "anche" prendermi a sganassoni dimenticando che il figliolino oramai -20 anni- la sovrastava e gli bastavano due dita per immobilizzarla. Mi faceva ridere e mi faceva rabbia. Ma questo è stato. Il guaio è che mio padre si asteneva -mi aiutava in incognito- e che quando arrivai a 21 anni oramai era già troppo tardi per fare quel percorso che volevo fare io.
    Questo succede anche oggi più sottilmente e nocivamente. La madre presentona non aggredisce più, ma si insinua lentissimamente nella tua intimità e lì ti annienta.
    A sto punto però la parola decisiva. Il figliolino unico che dice madre dolcissima per una vita salvo poi scaricare la vecchietta in un ospizio, è un sacrosanto citrullo buono a niente, uno sfruttatore incallito, un potenziale fallito e farabutto. Non trova mai nessuna perché NESSUNA è disposta a pulirgli il sederino e ad imboccarlo come fa la madre dolcissima.
    Tutto qui. Ne ho conosciuti, belli e delinquenti. Un paio sono finiti alcolizzati di brutto -uno era una meraviglia d'uomo quando dormiva- un'amico di mio fratello si buttò del terrazzo del settimo piano.
    Mio fratello ebbe il culo di incontrare Lidia C. bellissima e bravissimissima ragazza che lo fece maturare in quattro anni, facendone quell'uomo che poi tutti conobbero.
    Io pure, ma non ne avevo bisogno. Io sono stato un figlio unico assai reticente.

    RispondiElimina
  5. @Vincenzo, vedi che il distinguo- essenziale- io l'ho segnalato anche a Daniele: non potrei mai ragionare per categorie così nette e, consequenzialmente, superficiali.
    Condivido la tua descrizione: "Questo succede anche oggi più sottilmente e nocivamente. La madre presentona non aggredisce più, ma si insinua lentissimamente nella tua intimità e lì ti annienta".
    La verità è che tocca combattere e che, come disse quel francese sapientone e un po' spocchioso: "ribellarsi è giusto"...
    E mo' ti saluto in tedesco, sperando di non ferire la sensibilità di nessuno...
    Tschüss!

    RispondiElimina
  6. trovo la tua espressione "figlio unico dell'universo intero" particolarmente felice perchè in brevi parole racchiude l'essenza dell'uomo-narciso.
    massimolegnani

    RispondiElimina
  7. Sì, Carlo, il figlio unico dell'intero universo attende sempre che l'intero universo si pieghi ai suoi desideri.

    RispondiElimina

Commenti volgari, pretestuosi, completamente fuori tema, o dettati da malumori strettamente personali e/o fantasiosi e, di conseguenza, di nessun interesse né per me, né per gli altri, verranno elegantemente decapitati da me personalmente.