lunedì 26 giugno 2017

partendo dalla comunicazione e arrivando fino a Goethe (e vogliate scusare la modestia...)


Prendo spunto dai commenti al post precedente per rispondere più esaurientemente sul tema della comunicazione virtuale e per rispondere in particolare  a Gioia, che ha sollevato un aspetto fondamentale del problema .

Scrive Gioia, a proposito di blog e scambi virtuali:

Ero su anobii...stessa intensità di scambi. Belli, profondi.
Ecco, adesso non so perchè, ma non riuscirei più.
Ho bisogno di mani da toccare e voci da sentire.

Secondo me, carissima Gioia, adesso è diventato più difficile "incontrarsi", perché il momento cui ci riferiamo nei nostri ricordi di blogger di vecchia data era "un momento storico" più vicino a quello della corrispondenza, cartacea e non; intendo riferirmi al formato della lettera/mail, ch’era, di fatto, una  più estesa e completa forma di comunicazione rispetto all’odierno e spesso troppo veloce scambio di battuta e contro-battuta.
Io credo di essere ancora adesso assolutamente capace di intessere quella profondità di scambio, lo affermo perché, sia pure raramente, mi accade ancora. Epperò, devo  ammettere che siamo diventati tutti più distratti, e, ovviamente, non mi riferisco alla distrazione che ti fa perdere gli oggetti...
Tuttavia, sono convinta che sia ancora possibile comunicare profondamente, solo ci vuole  la combinazione giusta, le persone giuste, capaci cioè di "rallentare" quanto basta per entrare in un livello di comunicazione meno superficiale, più concettuale, senza che questo si trasformi in una sorta di terapia para-psicologica, dove cioè uno straparla e l'altro lo ascolta, uno mette in mezzo solo le sue paranoie e l'altro cerca di aiutarlo, arrivando prima o poi ad un punto di indicibile scassamento.
E, del resto,  questo modo di rapportarsi “ego-contro-EGONE”, per quel che mi risulta, non va mai bene e prima o poi va incontro a fratture insanabili: e questo non solo sul web!
Ecco, Gioia, io credo che  bisognerebbe partire da una posizione diversa: occorrerebbe convincersi del fatto che uno scambio attraverso il web non è sempre e solo virtuale, ma, piuttosto, può rappresentare una possibilità/modalità di scambio valida, a patto che ci si creda. 
L’importante è che questa modalità non divenga un'alternativa alla vita vissuta con “mani da toccare e voci da sentire” come tu, giustamente, scrivi.
A volte, comunicare a distanza può essere gratificante tanto quanto comunicare da vicino (a me è capitato), perché sono le intenzioni profonde quelle che contano, l’onestà intellettuale, la capacità di tener conto dell’altro, senza mettere in scena sempre e solo un monologo, magari ricco solo di lamentazioni fini a loro stesse.
E poi, concludendo, quando accade che la distanza non sia solo virtuale, ma proprio geografica, ingentemente chilometrica direi, (fattore tutt'altro che trascurabile), perché negarsi una possibilità attraverso la comunicazione “virtuale”?


Da "Le affinità elettive" di Goethe:
« Mi perdoni » fece Carlotta « ma qui io non vedrei tanto una scelta, quanto piuttosto una necessità naturale e forse neppure: giacché, in definitiva, probabilmente è solo questione di occasioni. È l’occasione che fa le relazioni»

12 commenti:

  1. Letto e riletto. Sottoscrivo, dopo lunga e personale ravanatura del mio fondale.
    Ho capito che in quel periodo, la rete ha rappresentato per me il luogo in cui respirare, in cui rifugiarmi. E tutto quell'incontrare virtualmente mi riporta ad una fase poco edificante e bella della mia vita...
    Ergo, è legato al vissuto.

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    1. Ho compreso, credo tutto,
      Un abbraccio,
      S.

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  2. Io credo che la lettera/mail sia la forma migliore di comunicazione, anche virtuale. Quella che consente uno scambio più profondo, addirittura foriera di una possibile conoscenza reale tra due persone. E’ l’unico momento che permette di avvicinarsi alla tradizionale lettera cartacea, originario e ormai scomparso strumento di comunicazione. E se tu fai riferimento a Goethe, io mi permetto di ricordare Abelardo ed Eloisa, i due amanti di qualche secolo fa, i quali utilizzarono la pagina scritta per le loro prime esperienze amorose. E così, rivolgendosi ad Eloisa, il monaco Abelardo scriveva: ”....pensavo anche che se pure fossimo stati lontano avremmo potuto scriverci e che anzi molte cose avremmo osato più facilmente scriverle che dirle, e così saremmo stati sempre vicini attraverso questo dolce modo di conversare..” Insomma sapevano stare vicini, scrivendosi. Quindi, la potenza della lettera, che univa e accorciava le distanze. E permetteva di dire cose ardite, senza arrossire.

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    1. Sai che c'è, @Remigio? c'è la maggior parte delle persone ha perso l'abitudine "a mettersi per iscritto", rileggendosi e correggendosi per farsi capire meglio, guardando al proprio scritto con quel po' di sana estraneità che una volta, quando non era abusata, si chiamava auto-ironia...una parola abusata a suon di parole, pensa un po'!

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  3. A me questa storia del virtuale incomincia a rompere. "È l'occasione che fa le relazioni" ai tempi di Goethe come adesso ed in futuro, dico io. E poi come postilli tu come avremmo mai potuto incontrarci io e te data la distanza e non solo, ma come facevo io a sapere che in un angolo di mondo stava una come te, o come Mariella, o come Cristiana o come tutte le persone con cui ho avuto ed ho il piacere di corrispondere?
    E poi, anche guardandoci negli occhi e toccandoci col dorso della mano come scambi le idee, le sensazioni, a tasto? A fiuto? A guardata? Non si instaura un feeling? E che diavolo è sto feeling se non un rapporto virtuale come se le due persone si penetrassero spiritualmente? Si chiamano o non si chiamano affinità elettive? E cosa sono? Noccioline americane o i biscottini della nonna?
    Io nei miei commenti ci metto me stesso e la mia anima non solo la faccia.
    Ich denke, wir haben uns verstanden, nicht war?
    Tschüß, meine liebe Freundin, bis nächste Mal.

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  4. Credo che il virtuale permetta di conoscere persone che altrimenti di persona, salvo casualità fortuite, mai incontreresti. Poi se c'+ un feeling di amicizia o altro, le persone possono anche incontrarsi e conoscersi dal vivo e guardarsi e toccarsi come dice Gioia. Credo che il problema sia nell'abusare del mezzo virtuale non esponendosi più nel reale.

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  5. Rispondo insieme a Vincenzo e a Daniele, poiché, secondo me, hanno toccato lo stesso tasto del problema, sia pure da punti di osservazione diversi.
    In particolare, a Daniele, che scrive "Credo che il problema sia nell'abusare del mezzo virtuale non esponendosi più nel reale" mi sento di rispondere: perché continuare a separare i due piani, come se non fossero comunicanti? perché attestarsi su di un'idea di inevitabile dicotomia tra reale e virtuale, che arriva a toccare/coinvolgere/assorbire l'individualità di ciascuno?
    Faccio una premessa necessaria: io non credo nella dicotomia della personalità, tranne che nei casi di significativa deriva psichiatrica, credo piuttosto nell’unità dell’individuo, nel filo conduttore della sua storia personale, filo che riconduce alle esperienze ed alle emozioni vissute. Anche certe apparenti incongruenze del carattere possono trovare spiegazione nella storia individuale di ognuno, come meccanismi di compensazione che, senza scomodare gli analisti, rappresentano degli stratagemmi, più o meno indovinati, di cui ci dotiamo per sopravvivere meglio.
    Ovviamente, questo è il mio parere e ci tengo a sottolinearlo, prima d’essere confusa con uno dei tribuni del web!
    In conclusione, carissimi, io non mi porrei il problema di attraversare con equilibrio il virtuale così come il reale, piuttosto li attraverserei e basta, cogliendo le occasioni/relazioni che incontro e, soprattutto, GESTENDOLE, ossia mettendoci del mio.
    Ognuno di noi “certifica” sé stesso, la propria esistenza, attraverso le relazioni, nel bene come nel male. Una solitudine o un distacco all’insegna della superbia, perseguiti per dimostrare non si sa cosa, dimostrano, alla resa dei conti, che non siamo al mondo, bensì da qualche altra parte, in una zona d’ombra che nessuno vede e di cui nessuno si cura… a quel punto, però, sono banditi i lamenti e le giustificazioni.
    Un saluto e un grazie di cuore per i vostri interventi,
    Sabina

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  6. PER SABINA: "perché continuare a separare i due piani, come se non fossero comunicanti? perché attestarsi su di un'idea di inevitabile dicotomia tra reale e virtuale,..?" Perché per molti questa dicotomia esiste, la realizzano e vivono con il virtuale e nel virtuale perché è lì che pongono in essere la vita che vorrebbero avere (riconoscimento, stima anche attraverso la finzione dei like di fb). E poi perché molti anche tra i giovani non comunicano più faccia a faccia ma con whats'app. Poi generalizzare è sbagliato, ma molti soggetti entrano in questa categoria. Per chi non è così il problema non esiste,è un falso problema perché sa gestire le sue relazioni sia sul virtuale che sul reale sapendo anche capire quali vuole approfondire e quali no.

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    1. Nulla da eccepire sulle tue osservazioni, @Daniele: le comprendo e le acquisisco come un dato di fatto che appartiene anche alla mia esperienza personale, davvero.
      Però, vedi, il mio spirito è un altro, spinge in una direzione di unità, di consequenzialità da volgere al positivo.
      Del resto, la consequenzialità, o coerenza, o filo conduttore esistenziale, sta anche in quel tuo passaggio"...per molti questa dicotomia esiste, la realizzano e vivono con il virtuale e nel virtuale perché è lì che pongono in essere la vita che vorrebbero avere...": non a caso io ho scritto che un filo condutore c'è sempre e si può riconoscere, nel bene e nel male, dove male sta per "non-vita, ripiegamento su sé stessi, ricerca di espedienti sostitutivi per una comunicazione che non si riesce ad avere".
      Sai che c'è, carissimo?
      C'è che nella mia storia personale ho attraversato un po' di tempeste niente male, cosette impegnative insomma, anche sotto il profilo della salute, e ho capito che il coraggio di vivere non lo poteva avere nessuno al mio posto.
      C'è che nella mia esperienza personale mi sono imbattuta in un sacco di gente che non fa altro che parlare del proprio ombelico, mettendosi al centro di un dramma senz'uscita, solo perché non riesce a mettersi il mondo sotto i piedi, senz'accorgersi che questo è il destino di tutti: la fragilità e, talvolta, l'impotenza.
      Ma non ci si può vestire di lamenti, quella è solo un'esibizione di narcisismo, di rifiuto dei propri limiti, che poi sono i limiti di tutti, o quasi.
      Ecco, con questo spirito ho scritto la mia risposta al tuo commento e, forse, adesso ho chiarito un tassello fondamentale del mio approccio alle cose (spero).
      Comunque, ti ringrazio molto del tuo contributo e ti saluto con un sorriso e un arrivederci a presto,
      S.

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  7. sono d'accordo con te, virtuale e reale non sono (o non dovrebbero essere) in contrapposizione, ma costituiscono due aspetti differenti della comunicazione.
    Ecco, mi viene da pensare a un parallelismo con la comunicazione gestuale e quella verbale, entrambe necessarie per uno scambio proficuo tra le persone.
    massimolegnani

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  8. Bel parallelismo hai scovato!
    ;-)

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