mercoledì 13 settembre 2017

Giacomo Leopardi è morto nel 1837 e non ne sono nati altri...


Leopardi è morto da tempo, e della sua malinconica visione della vita non se ne possono fregiare altri, perché di Leopardi ne nascono raramente e, forse, dopo Giacomo, non ce n'è stato più nessuno.  
Perché, allora mi chiedo, ci sono in giro tanti esempi di cantori della supremazia intellettuale, della malinconia indicibile fatta in casa, del destino avverso in versione last minute?
Quale alchimia chimica tiene accesa in questi soggetti l'over-dosico e deviato senso di autostima, che tanto somiglia ad un delirio alcolico?
Perché in tanti spendono la loro vita abbaiando alla luna e credendo, invece, di cantare alla luna, manco fossero sul set de la voce della luna di felliniana memoria?
Cos'è tutto questo spreco di benzina in ogni giorno della loro vita, utile solo a far rombare un motore che non partirà mai, neanche per prova? Se avessero uno stemma nobiliare, potrebbero scriverci sopra questo motto: 
rombare&esagerare, semper
Li osservo, perché sono tanti, mentre consumano cose e persone a denti stretti, ed è come se avessero un tarlo congenito che li divora dentro, o forse un'intera famiglia di tarli: la rabbia contro il resto del mondo, truccata e vestita da alterigia...ma dov'è la Grandezza, dov'è?

Il leit-motiv, poi, è sempre lo stesso: l'amaro vivere, toccato loro in sorte come condizione insuperabile. Anche qui, se avessero uno stemma nobiliare potrebbero scriverci sopra quest'altro motto:
genio e sregolatezza, 
eccezionalità e solitudine

Di fronte a questi abbaianti del tempo perso, mi torna in mente una scena, che ho trovato molto divertente, tratta da uno sceneggiato del genere commedia-musical, tornato in televisione varie volte in replica, anche di recente: si tratta di "Tutti pazzi per amore".
Emanuele, uno dei protagonisti, è un ragazzo adolescente inquieto e pieno di sé fino alla dannazione, (uno che ama  sentirsi eroe letterario e non solo, genio isolato in un mondo di gente di poco valore), che arriva a descrivere la sua malattia d'amore con tutta la comica eccitazione enfatica di cui è capace (ché la comicità e la surrealtà sono la chiave di guida di gran parte della storia); infatti,  Emanuele, rivolgendosi ad un'amica,  descrive così il suo stato di innamoramento:
Vorrei dirti che a confronto di quello che provo io, 
l'Infinito di Leopardi è un graffito nei bagni.

il personaggio di Emanuele
Poco dopo, Emanuele, così pieno di sé da sentirsi superiore a Giacomo Leopardi, viene intercettato davanti al suo liceo, mentre, a cavallo del motorino, è in procinto di tornare a casa, proprio dal recanatese redivivo; Leopardi, dimostrando d'aver capito la lezione, gli si avvicina e,  con una forte impronta dialettale marchigiana, gli sussurra all'orecchio,
   
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E' come un giorno d'allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.  

E' questa, a mio parere, una scena riuscitissima, sia sotto il profilo dell'ironia, sia sotto il profilo del messaggio che Leopardi manda al ragazzetto sapientone e sbruffoncello...peccato però che i casi clinici di cui sopra siano solo raramente frutto dell'adolescenza anagrafica, quanto, piuttosto, di quella ridicola vena istrionica che trasforma ogni adulto in una caricatura senza pari.

8 commenti:

  1. Ho una sorella egittologa quarantenne invasata di Leopardi sin dalle medie. Andavamo sempre in vacanza a Pesaro e tutte le volte gita a Recanati e sguardo alla siepe.
    Anche a me piace tanto Leopardi anche se una delle ragioni per cui mollai l'università statale di Milano quasi vent'anni fa fuun corso dedicato a Paralipomeni della Batracomiomachia tenuto da un professore che avrebbe fatto dormire chiunque.

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    1. Condivido, @Andrea, del resto sono innumerevoli le cose che la scuola non ci ha insegnato ad amare come avrebbe dovuto.
      Tuttavia, nel mio post Leopardi era un pretesto per mettere in ridicolo i suoi imitatori, per lo più persone fuori tempo massimo (anche anagrafico e di esperienza) per farsi cantori del male di vivere.

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  2. La sofferenza è un tema universale certo c'era poi chi lo sapeva mettere in poesia e chi no…. A me piace Leopardi anche se devo ammettere di essere attratto di più dai poeti del novecento.

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    1. @Daniele, non si tratta di saperlo mettere in versi o no, non solo, si tratta di accorgersi della patina spessa di ridicolo che ci si addossa facendo, come alcuni, anche in età non proprio verdissima, "l'imitazione esistenziale" di Leopardi.
      Un saluto.

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  3. Scusa Sabina ma a me è capitato un fatto strano e ci sarà pure una ragione, chisà quale. Leopardi mi lasciava indifferente durante il mio lungo sodalizio liceale e non riuscivo a capire perché tutti si affannassero a dedicare a Leopardi tutte le loro energie.
    Gli preferivo il Foscolo dei Sepolcri. Secondo me gli dava due giri di pista.
    Poi adoravo Ungaretti e Montale.
    L'infinito: bella poesia, ma come si può paragonare versi come

    e tu onore di pianti, Ettore avrai,
    ove fia santo e lacrimato il sangue
    per la patria versato finché il sole
    risplenderà sulle sciagure umane.

    a quell'orribile invocazione retoricissima

    io sol combatterò, procomberò sol io,
    dammi o ciel che sia foco
    nell'italici petti il sangue mio.

    Come si può, pensavo.
    Poi è successo qualcosa. Nell'ottantotto, alla morte di mamma, c'era la sua biblioteca da saccheggiare, cosa che impegnò me, mio fratello e mia nipote Barbara.
    C'era l'Opera Omnia del Leopardi foderata in pelle in una preziosa edizione del
    1933, anno in cui mamma aspettava me. Strano, c'era un segnalibro con su scritto con la splendida calligrafia di mamma alcune note di appunti. Uno diceva, lo cito a memoria: "Oggi alle tre e un quarto LEI si è mossa per la prima volta". Mamma voleva disperatamente una bambina, che si sarebbe chiamata Ofelia. Invece ero me, palluto e imbronciato forse già dentro il mio sacco amniotico.
    Mi sono intenerito ed ho incominciato a leggere tutto Leopardi, che mia madre adorava. Perfino i "Paralipomeni della Batracomiomachia".
    Ora lo so: aveva ragione mamma. Leopardi è forse al secondo posto dopo Dante, anche se molto diverso e meno complesso. Non lo scambierei più con nessuno.
    Di sicuro ho fatto contenta mamma, dovunque lei si trovi.

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    1. Accade spesso che tu peschi nella dolcezza di certi ricordi personali, @Vincenzo, e poi ce li regali.
      Grazie di questo.

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