giovedì 9 novembre 2017

il pane del naufrago


La solitudine è una roba spessa.
Strato vischioso ed invisibile ai più, si fa forma, prendendo le misure d’ogni tuo angolo.
La solitudine è un dolore sordo, dall’apparenza quieta; a volte somiglia ad un’apatia fatta di spilli, che ti si conficcano ovunque e in te prendono definitiva dimora e riposo.
La solitudine è continuare ad esserci in mezzo a tanti, ma passeggiando sul pianeta Altrove, precluso d’ingresso e di visibilità a tutti gli altri, o quasi.
Ricordo tante solitudini, le mie passate, tante altre ascoltate, confessate e piante con lacrime che faticavano a uscire; le solitudini soltanto intuite, malcelate dietro un senso di  rifiuto testardo della speranza: quest'ultime sono quelle che fanno più male, (a chi le indossa e a chi le avverte), e qualche volta fanno anche tanta rabbia, accade quando le vedi diventare un abito-corazza e prendere il posto di tutto, persino dell'identità di chi dice di sentirsi solo.
Ma ci sono anche solitudini improvvise, che incontri per caso,  di cui avverti la tonalità discreta, a volte poetica: sono quelle che si disarmano anche solo con un sorriso dato con il cuore.
Ricordo un uomo che mi chiese un’informazione in un giorno di primavera, l’indicazione di una strada a pochi passi da quella del mio posto di lavoro.
Aveva occhi stanchi come se avesse pianto, o avesse perso il sonno, o covasse un'irreversibile disillusione. Mi guardava come un naufrago e con occhi da naufrago veniva a chiedermi una strada come se mi chiedesse una scialuppa.
Gli spiegai il percorso senza mai smettere di guardarlo e notai che anche lui mi attraversava lo sguardo ininterrottamente, come se, assieme alla notizia, dovesse succhiarmi via l'attenzione, il pane di cui aveva bisogno, la carità che gli potevo dare.
La tristezza non uscì mai dai suoi occhi mentre gli parlavo, ma qualcosa di simile ad un sorriso prese a galleggiargli piano piano nello sguardo, affiorando nella mia direzione, una specie di assenso e di riconoscenza, di gratitudine per la mia gentilezza, così penso. 
Fu così profondo il viaggio tra i suoi occhi ed i miei che era come ci conoscessimo da tempo.
Era bello e ancora giovane quel naufrago, d’un bello ch'era stato appena attraversato da una tempesta senza scampo. Mentre mi ascoltava, ebbi l'impressione che attraverso la malinconica quiete della sua stanchezza, una stanchezza che  pareva giungergli addosso da diecimila chilometri percorsi a piedi, la bellezza se lo stesse riprendendo.
E' passato parecchio tempo dai pochi minuti di quell'incontro, ma non ho mai dimenticato il naufrago e ieri, attraversando in treno l'Appennino immerso nella nebbia, ho scritto su di un taccuino di lui e del suo andare da solo nel dolore quieto e costante della solitudine.
Ho immaginato che, nella sua tristezza, avesse espresso con me una richiesta di pane, e ho pensato al fatto che oggi quasi  nessuno  ha più il coraggio e l'umile onestà di chiedere né il Pane né la Vicinanza.

p.s.:dedico questo post al Naufrago del racconto e ad un'amica che mi ha scritto "a volte, per le cose che racconti, sembri vivere senza pelle"; la dedico infine a tutte le solitudini, comprese le mie, che ci vivono dentro, addosso e nonostante. 


19 commenti:

  1. "La solitudine è continuare ad esserci in mezzo a tanti, ma passeggiando sul pianeta Altrove, precluso d’ingresso e di visibilità a tutti gli altri, o quasi". Mi piace molto questa immagine, che poi è l'essenza della tua sentita e profonda riflessione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È comunque solo una delle definizioni possibili: tante sono le solitudini, tante sono le definizioni possibili.
      Un saluto,caro Remigio

      Elimina
  2. Ho visto anch'io qualche anno fa negli occhi di un immigrato una immensa solitudine. Mi ricordo ancora il suo volto e il posto preciso dove l'ho incontrato.
    Io però ogni tanto la ricerco la solitudine. Ma forse non è solitudine, e un voler essere da solo, appartato.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La solitudine cercata è spesso una necessità, quella inflitta è un dolore, quella frutto della superbia è spesso una cazzata, così io la vedo.
      Un abbraccio

      Elimina
    2. Aggiungo: il desiderio di "appartarsi" ogni tanto è sano, sanissimo e non deve preoccupare.
      Ciao, Alberto

      Elimina
  3. La solitudine è sentirsi solo, non essere solo, che a volte è una scelta per rimanere tranquillo. Nel mio studio sono da solo, nel mio atelier ero da solo; in entrambi i casi non SONO MAI SOLO, ma DA solo. Diverso e lo sai.
    Questa volta hai usato parole fortissime, che mi sono piaciute assai, come l'incipit, che è una martellata sopra un marmo. "La solitudine è una roba spessa". Te ne sei accorta di cosa hai scritto? No? Allora girati da un'altra parte che te lo rubo. E poi l'uomo che ti chiede di una strada, che sta dalle tue parti e tu cerchi i suoi occhi e attraverso lo sguardo gli scalpelli l'anima. Eri particolarmente ispirata stavolta. Si vede che ti fa bene girare in treno per gli Appennini immersi nella nebbia. Ogni tanto ritornaci; piazzaci una bella tenda e lasciati penetrare da quelle atmosfere...ma non dimenticare il tuo taccuino e una penna nuova, che scriva tutto da brava.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bella la distinzione tra SOLO e DA SOLO.
      Azzeccatissima.
      Grazie mille per l'apprezzamento, so che è sincero.
      Un abbraccio

      Elimina
    2. Aggiungo: anch'io​ cerco spesso la solitudine, lo considero fisiologico.
      La solitudine insegna anche a stare con gli altri.
      Un abbraccio di rinforzo

      Elimina
  4. Volere momenti di solitudine e sentire la solitudine è diverso: la prima è una tua scelta, la seconda diventa una triste imposizione del destino. E nel caso di quel "naufrago" qualunque fosse la ragione di quella tristezza certamente lo scavava dentro senza pietà.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Azzeccatissima anche la tua di definizione, @ALberto!

      Elimina
  5. Bel post molto bello complimenti
    Sabina Buon fine settimana
    Maurizio

    RispondiElimina
  6. Fatico ad affiancare le solitudini, forse proprio per la mia natura prossimale. E mi riferisco a chi a solitudine la subisce, ovviamente.
    Pensavo proprio stamattina a una donna sola, sola e vuota, nella cui casa bevvi un caffè qualche anno fa. Ricordo la sensazione claustrofobica, il desiderio di scappare al più presto.
    Sicuramente toccava in me qualche nervo scoperto...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sai, cara, io non credo ci si debba sentire in colpa per quel che non riusciamo a fare, non quando è un nostro nodo di dentro, troppo stretto da sciogliere, ad impedircelo.
      E neanche quando la solitudine di un altro è avvertita come scostante, o, peggio, come esibizione di distanza a prescindere, che poi talvolta bisognerebbe chiamarla superbia, esibizionismo...
      Ognuno di noi dà quel che può, conta la disposizione d'animo, non la singola occasione.
      Non farti troppi problemi, non tu

      Elimina
  7. ci può essere empatia anche in un incontro di pochi istanti tra due sconosciuti, uno bisognoso, naufrago di vita, l'altro che sa leggere gli occhi e spezzare il pane.
    piaciuto come hai raccontato l'episodio
    massimolegnani

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È verissimo, bastano pochi minuti. A te, caro Carlo, dico come ho detto a Gioia: è la disposizione d'animo che fa la differenza

      Elimina
  8. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
  9. negli anni si impara ad essere soli.... o almeno a soffrirne di meno. chissà se è frutto solo del diventare più duri.... Jonuzza

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Essere solo soli (scusa il gioco di parole) non è mai una condizione "salutare".
      Stare da soli, riuscire a stare anche da soli senza troppe paranoie è un segnale di equilibrio, così io credo, ed ha un riflesso positivo anche sulle relazioni con gli altri, perché evita che le relazioni si trasformino in dipendenze, determinate dalla paura di rimanere da soli con sé stessi.
      C'è poi la solitudine determinata dalla superbia, dal senso di superiorità (anche disprezzo, volendo...) verso gli altri, e quella è la forma peggiore di solitudine, perché si vuole contemporaneamente essere soli ed essere considerati da tutti.
      La durezza è un'altra cosa, @Jonuzza, tutt'al più è un effetto secondario, connesso soprattutto alle solitudini boriose. Certo che la durezza peggiora con l'età, ma né più, né meno di tutto il resto.
      Un abbraccio

      Elimina

Commenti volgari, pretestuosi, completamente fuori tema, o dettati da malumori strettamente personali e/o fantasiosi e, di conseguenza, di nessun interesse né per me, né per gli altri, verranno elegantemente soppressi da me personalmente con un semplice clic!
(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto Quel Mostro si mostri pubblicamente per quel .......che è)