lunedì 12 marzo 2018

varcare la soglia

Praga:particolare dell' Obecní dům
La chiamano sindrome di Stendhal.
Credo d'esserne stata colpita più volte, ma una volta, nell'episodio che vado a raccontare, mi accadde anche di presentirne l’avvento.
Mi capitò la prima volta che arrivai a Praga, il cui nome in ceco, Praha, significa soglia, un significato tutt’altro che casuale: per questo ho intitolato il post varcare la soglia.
Avevo già rimandato più di una volta quella visita,  nel frattempo leggevo di Praga, della storia, del suo mito e della letteratura cui aveva dato l'impulso.
Avevo un desiderio di intensità speciale di visitarla e, insieme, un timore, altrettanto speciale, di non so di cosa. 
Poi, in un luglio qualunque, partii per un lungo viaggio in macchina, costruito tappa per tappa sul momento: un avvicinamento lento, forse solo uno stratagemma per diluire l'emozione che sentivo avvicinarsi.
A poche centinaia di chilometri dalla meta arrivò il maltempo, una pioggia cattiva senza tregua, e arrivò anche il freddo, sebbene fosse pieno luglio.
Eravamo già in terra ceca e avevamo visitato alcune cittadine minori, tutte bellissime, ma un vago senso di allarme all’avvicinarsi della meta principale si faceva sempre più grande e più concreto, come se stessi per sfidare un pericolo o l’ignoto in una misura a me non adatta. Ad un certo punto pensai persino di deviare il viaggio e convincere chi era con me a desistere, adducendo la scusa del maltempo: c'ero quasi riuscita quando tornò prepotente il sole.
Mi arresi. Stavamo arrivando a Praga e non avevamo neanche una prenotazione, nulla di nulla. Il gran daffare per trovare una sistemazione entro l'ora di cena mi impedì di prendere un vero contatto con il cuore della città; era già l’ora del tramonto quando mi avviai verso la piazza-cuore di Praga.
Per caso- e perché da lì mi trovai ad arrivare- entrai in Staroměstské náměstí  da una piccola traversa attorcigliata tra le  case antiche, per lo più alte e strette; fu per questo che motivo che solo all'ultimo istante mi si aprì la visione completa della piazza e non potei evitare di precipitarci dentro. Fu un colpo duro, durissimo, come uno schiaffo in piena faccia, mi ferì la vista e ogni altro senso: un’emozione ottenebrante.

Eppure all'inizio fu quasi come se non vedessi nulla: tutto era troppo, la mia vista si era disconnessa dal cervello, impazzito per l'afflusso di dati emotivi: Sentii che gli occhi cercavano una barriera, un rifugio dove riversare le immagini senza "intasare" gli altri sensi, un’onda gigantesca di segnali emotivi.
Mi sembrava di riuscire a vedere solo ad ondate intermittenti e ogni volta mi pareva di guardare da un angolo diverso della piazza, come se la stessi percorrendo circolarmente, su di un tapis roulant, eppure ero ferma.
Quando mi sembrò di iniziare a  riassorbire il tonfo interno e di riuscire a rincollare ogni cosa al suo posto, quasi svenni per come mi sentii mancare le forze. L'emozione mi aveva preso cuore, stomaco, gambe e tutto il resto: in quel momento, forse, avrei desiderato svanire, farmi pietra tra le pietre sul pavimento della piazza.
Il cielo mi pareva diventato convesso, come se lo vedessi da dentro la prigione di una palla di vetro, di quelle da scuotere per far scendere la neve: l'intera piazza era racchiusa dentro una bolla di cristallo e io ci ero rimasta chiusa dentro
Provai il desiderio fortissimo di sdraiarmi sul selciato della piazza per riprendere fiato e per capitolare,  come a dire "mi arrendo, mi consegno a te, sono qui  senza più un senso mio che non sia il guardarti".
Tuttavia non feci nulla, non mi sdraiai sul selciato di Staroměstské náměstí, solo raccolsi le forze e mi riavviai verso casa, mentr'iniziavo a sentirmi sempre peggio.
Mi misi a letto con  la febbre, mentre lo stomaco e l’intestino mi si annodavano, aggrappandosi uno all’altro. Pensai "è influenza...ma che disdetta, proprio ora! arrivare fin qui e mettersi a letto malata!". Non era così, anche se l’ho capito molto tempo dopo: Praga mi aveva dissolto perché io avevo oltrepassato la soglia e Praha in ceco significa soglia.
Dopo lessi che era stata la principressa Libuše, mitico personaggio della dinastia dei Premyslidi,  a dare alla città quel nome quando indicò il punto in cui doveva sorgere. 
Il segno tracciato da Libuše divenne la soglia di Praga-Praha, la stessa che avevo varcata con tutta me stessa.
p.s.: tutte le immagini sono opere di A. Mucha

16 commenti:

  1. mi accade una cosa simile a Firenze, spesso vado a scrivere o semplicemente a leggere ai Lanzi, c'è un sedile tra il Perseo e gli Uffizzi di una comodità estrema... cmq mi metto lì mi guardo attorno e provo una curiosa sensazione di benessere, di protezione, una piacevolezza indescrivibile... e succede ogni volta ed io sapendolo, quando vado a Firenze non perdo occasione per passare un paio di ore lì...

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  2. Non sono ancora mai stato a Praha. Il primo film a colori che arrivò in Italia nel 1941 era un pellicola tedesca: si chiamava "La città d'oro" ed era una storia che riguardava Praga, appunto. Entrammo io e mamma al cinema Traiano alle due e mezza per la prima e ne uscimmo alle otto perché a casa ci stavno sicuramente aspettando in preda all'ansia.Era una favola meravigliosa, interpretata dai migliori attori tedeschi.
    Questo tuo delizioso racconto del tuo abbraccio con Praha mi fa pensare che io mi sia perso qualcosa di fantastico. Era anche l'opinione del mio papà, che c'era stato più di una volta.
    Ci andrò, te lo prometto e ME lo prometto.

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  3. lo potremmo ribattezzare effetto Carpi all'ennesima potenza
    :)
    massimolegnani

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    1. effetto Carpi, sì, volendo, ma qui, nel caso di Praga, secondo me ha giocato la fascinazione storico-letteraria, (leggi Kafka, gli alchimisti, il Golem, e così via...)

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  4. E comunque....son inquitanti.

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    1. certo che è inquietante, come tutte le emozioni potenti!
      :-)

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  5. Ho viaggiato molto, sono stata a Praga, la seconda volta con un amico americano la cui madre era fuggita da Praga durante la tragica 'primavera. Senza dubbio una citta affascinante come tante altre, ma mai ho provato un'emozione così intensa nel visitarle e ti dirò che non capisco la tua reazione.
    Ho provato forti emozioni, ad esempio in India, ma per via della gente e della loro storia. Scusami.
    Cristiana
    Cristiana

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    1. Non c'è da capire, ma neanche da spiegare o da scusarsi, cara Cristiana.
      Un'emozione che sfugge di mano si può legare a mille fattori: carattere/temperamento, passionalità, fascinazione letteraria e via discorrendo. Ognuno di noi ha la sua chiave di lettura delle cose e delle emozioni.
      In più, tanto per rendere completo il discorso, posso aggiungerti che tutte le emozioni hanno per me pari dignità ed attendibilità.
      Mi spiego meglio: l'emozione da te citata (quella sull'India) trova sicuramente spiegazioni razionalmente più meditate (ti cito: "per via della gente e della loro storia"), ma non per questo è più o meno valida, più o meno attendibile, più o meno "sensata" di altre, perché il senso delle emozioni, inteso come loro significato intrinseco, appartiene all'individualità di ognuno.

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    2. Assolutamente d'accordo, diciamo che le tue emozioni sono dettate da quella che chiami "fascinazione letteraria" , infatti sei molto brava a scrivere. Volevo solo dire che io sceglierei altri soggetti.
      Cri



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    3. cara Cristiana, non so trovare una risposta diversa da questa: io scelgo quello che mi viene di scegliere, quello che sento di più, perché sono io a scrivere qui.
      L'espressione "fascinazione letteraria" non l'ho usata (e neanche mai intesa) come una diminutio, semplicemente perché non mi piace dividere le emozioni in categorie e "gerarchizzarle".
      Un'emozione di impronta più "sociale" (uso questo termine per sinteticità, pur rendendomi conto di quanto sia approssimativo) come può essere quella data da un viaggio in India (per le problematiche di quel Paese e via discorrendo) non è più nobile o più ricca di valore, è solo un altro tipo di emozione e ti assicuro che anch'io sono in grado di provare forti emozioni "sociali" (ti chiedo ancora scusa per l'aggettivo "sociale" usato in modo così semplificativo); del resto, in questi anni ho scritto su tanti argomenti diversi, anche e spesso di tipo "sociale", senza sentirmi mai legata o costretta o prigioniera in un genere, un'ipotesi che, fra l'altro, fa a cazzotti con il mio modo di vedere.
      In ogni caso, lo scegliere un tema anziché un altro non dipende mai soltanto dall'assoluta diversità di ogni individuo rispetto ad un altro (fattore peraltro determinante), ma anche da riflessioni relative "al contesto e al tempo" della scrittura: tutte valutazioni di cui non saprei fare mai una colpa a nessuno, credimi.

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  6. Quando la sera piove
    di te mi sovviene
    organetto di Praga
    e della tua rauca
    mazurca sul fiume

    ...
    raffaele carrieri

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  7. Ma grazie, Jonuzza, grazie davvero!

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  8. l'ho finalmente trovata (tra i miei scartafacci, in internet non esiste) tutta intera la poesia di Carrieri che ricordavo a memoria, ora te la trascrivo qui:

    Mazurca sul fiume.

    Quando la sera piove
    di te mi sovviene
    organetto di Praga
    e della tua rauca
    mazurca sul fiume.
    Ballavano i diavoli
    e si inchinavano
    simili a minuscoli
    tristi Don Giovanni.
    Erano un poco tristi
    quella sera i diavoli
    sull'organetto di Praga.

    (rientra nei misteri insondabili delle cose che accadono che anche io, di sera a Praga abbia sentito un girovago suonare un organetto sul ponte Carlo!)

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    1. E' bellissima, rende l'atmosfera della città e della sua Storia.
      Grazie infinite, carissima!

      p.s.: il girovago con l'organetto...poteva esserci stato davvero o anche no, non ha importanza, vero? Sorrido

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