mercoledì 5 dicembre 2018

Cecilia e l'idea del romanzo collettivo

(sottotitolo: appendice  imprevista al racconto dell'isola)
"lo lasciò perché non voleva rischiare di ricadere ancora in quel loro infinito e maldestro romanzo giovanile e collettivo, con  troppi personaggi a litigarsi la parte...voleva essere, semplicemente e definitivamente essere"
n.b.: da questo post è nata l'idea di Carlo per una storia il cui link è anche il titolo del post, eccolo:
 " I lampi di Lillo"

Foto di Fulvio Bugani
Cecilia ci pensava da anni: le sarebbe piaciuto scrivere un libro e sapeva che, qualora lo avesse deciso, il suo sarebbe stato un romanzo collettivo sugli anni dall'adolescenza fino alla prima, più giovane, maturità.
Aveva ormai oltrepassato gli anni dell'incertezza, incrociando alcuni ostacoli imprevisti, di quelli che non avrebbe voluto conoscere mai. Aveva preso il suo passato e lo aveva steso al sole, per farlo asciugare bene. Aveva trovato il coraggio di chiudere una storia che dagli anni dell'adolescenza s'era riaffacciata con tutti i fantasmi del caso. Aveva un desiderio forte di riprendersi tutto, passato e presente e di guardare in faccia tutte le possibilità.
Aveva.
Si ricordava molto bene del gruppo di ragazzi in mezzo ai quali era cresciuta nell'adolescenza e, ripensando agli incastri affettivi, a volte dichiaratamente sentimentali, che avevano connotato i rapporti del gruppo,  Cecilia si era accorta di quanto tutto quel tempo le navigasse ancora nella memoria come una sorta di indefinita, bruciante e vischiosa onda di ritorno. Di sicuro, non era la sola ad avvertire la presenza di quella zona d'ombra, che per alcuni di quei ragazzi aveva lasciato in piedi domande decisamente moleste, ma Cecilia non voleva più riportarsi indietro gli strascichi amari e inquieti di quella fase della vita: ormai, rispetto alla zona d'ombra, Cecilia aveva scelto la linea d'ombra e, come nel romanzo di Conrad, aveva scelto di oltrepassarla.
Ne era sicura, quei ragazzi di allora avevano avuto tante cose in comune: erano tanto aperti alla curiosità di vivere, quanto chiusi sul fronte di una folla di paure indistinte e, per difendersi, ognuno di loro s'era costruito una specie di piccolo sistema planetario; avevano vissuto come tanti piccoli Giove e,  nascosti nella parte più remota dell'universo conosciuto, avevano impegnato la maggior parte del tempo a covare inconfessate attrazioni e  ambiguità di sentimento quasi sempre fallimentari. Giravano tutti per lo più a vuoto, rimirando i loro anelli luminosi e immaginando di poter costruire un disegno, un destino comune, quando, nei fatti, un destino davvero comune non poteva esistere.
Con ferrea presunzione giovanile si erano convinti di poter decidere il percorso delle loro singole esistenze, tutte inserite in un grande romanzo collettivo, che, come tutti i romanzi collettivi, era destinato a durare pochissimo. Non erano e non sarebbero stati mai padroni assoluti né del tempo, né delle esperienze, ma questo non lo volevano neanche immaginare, figuriamoci ammetterlo..

Mentre il primo germoglio del suo romanzo le cresceva dentro, Cecilia si ritrovò inaspettatamente davanti una folla infinita di personaggi esaltati, tutti tesi a reclamare un ruolo: c'erano gli amici più stretti, gli amori grandi e piccoli e una fila infinita di comparse. Queste ultime, risalendo il fiume della memoria in flash brevissimi ma scolpiti con precisione, si vestivano improvvisamente di un tocco di personalità impensabile, accaparrandosi i primi posti della narrazione.
Sembrava che il redde rationem di quegli anni feroci e appassionati si stesse concretizzando in un ribaltamento di ruoli, che restituiva alle comparse lo spessore e l'onore di un tempo immaginario, una riabilitazione fuori tempo massimo. Nella fantasia di Cecilia si andava formando il disegno di un futuro immaginario, la storia del tempo che sarebbe potuto essere,  un tempo che, oggi, poteva finalmente regalare alle comparse potenzialità impreviste.
Tra tanti ricordi era emerso, per esempio, quello del guizzo geniale che abitava negli occhi tondi, larghi e chiarissimi di Lillo, uno dei ragazzi abitualmente più pacati, uno che si accendeva solo nelle discussioni "alte", con una passione ed un'energia fantastiche. Solo lui era capace di proporre in ogni discussione una specie di "verità ecumenica", così efficace da indurti a prestare attenzione a lui più che a chiunque altro. Chissà, pensava Cecilia, cosa ne era stato di Lillo: sarebbe potuto diventare sia un ottimo venditore, sia un libero e affascinante pensatore o, per dirla ora, con un po' di ironia, un affascinante opinionista.
Per pura coincidenza, nella stessa mattina in cui aveva iniziato a fantasticare su questa roba del romanzo collettivo, sbirciando dal finestrino dell'autobus, Cecilia aveva intravisto, dopo anni,   Lillo: stava uscendo svelto-svelto e giovanilmente dinoccolato da un portone. Era rimasto " intatto": conservava lo stesso sguardo acceso di curiosità e nella luce celeste chiara degli occhi ancora gli galleggiava intonsa un'espressione da bambino perennemente predisposto allo stupore. Lillo, col suo sguardo chiarissimo e rotondo, le aveva suggerito una nuova possibile riscrittura di quegli anni: il suo poteva essere sì un romanzo collettivo, ma non più costruito solo sul passato per com'era stato, ma anche per come avrebbe potuto essere, se le comparse avessero preso il sopravvento sui protagonisti. Ad esempio, un tratto della narrazione poteva diventare "il tempo di Lillo", uno ch'era rimasto uguale nello sguardo e, forse, vallo a sapere, era diventato per davvero un libero e affascinante pensatore.
Perciò, guardandosi indietro, non le accadde più di desiderare il tempo che era stato e le sue apparenti possibilità mancate, ora avrebbe sicuramente preferito fantasticare sulla "parte minore" dell'universo in cui era cresciuta, costruendo la sua storia sulle comparse. Ora si sentiva libera di scrivere, pescando le storie dal passato, sì, ma attraversandole per la prima volta con la giusta distanza.
Ci avrebbe messo tutta la passione, sì, nello scrivere, ma senza perdersi dietro ai vecchi fantasmi, perché il rimpianto, a pensarci bene, non le era stato mai troppo congeniale e l'unico che ammetteva era quello legato agli affetti scomparsi. Di tutto il resto, fantasmi, recriminazioni e nodi irrisolti, avrebbe fatto materia di narrazione, ma senza sviscerarci dentro l'anima, senza perdere cioè il tempo a parlare del suo ombelico, ché ne aveva conosciuta troppo di gente così, gente che aveva scambiato il proprio ombelico per un'apparizione celeste e si incamminava ad invecchiare inutilmente, continuando a dialogare in solitaria con lui, l'ombelico.

p.s.: non so come mi è nata l'ispirazione di questo testo, germogliato sulla traccia del racconto precedente. Forse volevo che tutto si concludesse nel modo migliore, con uno sguardo libero, perché la libertà ha davvero infinite sembianze e possibilità...

9 commenti:

  1. Cecilia si ritrova con un problema di abbondanza nell'ideazione del suo romanzo: troppi personaggi che pretenderebbero il ruolo di protagonista, troppe comparse, come Lillo, su cui lei stessa vorrebbe accendere i riflettori, troppe ipotesi possibili, dal personale al corale, dalla rievocazione veritiera al ribaltamento dei ruoli, dall'immaginare i singoli passati a ipotizzare presenti sconosciuti. Dovrà farsi chiarezza sulle intenzioni e allora chissà, ne verrà fuori un bell'affresco :)
    massimolegnani

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    1. Tanta roba, è vero, forse troppa, ma, così credo, non è sempre meglio avere tanta roba per scegliere che averne poca?
      E poi la scrittura può essere un ottimo esercizio di catarsi, perché permette di decidere sulla storia e sulle storie come se si fosse padroni del disegno iniziale...

      :-)

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  2. Mi hai costretto a riflettere e a cercare le splendide coordinate e assai creative del MIO passato di glorie e onori e smerdature che non mancano mai. Anche io come tanti ho immaginato di scriverci un libro, avendone anche capacità e tempo. e tramutando qua e là l'accaduto in quel che sarebbe potuto accadere sol che.....ma invece nulla era cambiato ed avrei dovuto inventare tutto coi rischi connessi, cioè legati alle mie antiche ed originali simpatie ed antipatie adolescenziali.
    Sarei sicuramente caduto in errore e non una volta sola, così non ne ho fatto nulla.

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    1. Bisogna rivisitare il passato con disincanto letterario, questo penso, carissimo

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  3. Accattivante prosa degna di destini più alti di quelli di un blog.

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  4. ogni tanto torno qui a rileggere le tue parole belle e incompiute (incompiute perchè rimandano a un romanzo che è ancora solo pensiero) e a guardarmi la foto di questo teatrante mezzo uomo e mezzo cavallo che sprigiona una sicurezza aldilà del ruolo di difficile comparsa. Avrei voglia di scriverne una breve storia arbitraria, immaginando che sia lui il Lillo di cui dici. Insomma vorrei rubarti la foto, le parole di contorno e la fantasia, posso?
    :)
    massimolegnani

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  5. Certo che puoi!
    Il mio è un SÌ tutto maiuscolo!
    È bellissimo accendere la miccia della fantasia in un altro! È una gratificazione immensa!
    Avvisami quando avrai scritto, mi raccomando!
    Un abbraccio

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  6. grazie Sabina, contavo sulla tua generosità.
    penso che domani lo troverai sul blog :)
    ml

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