venerdì 23 ottobre 2015

il regno della fisiognomica


Una giornata passata ad ascoltare discorsi senza aggettivi, prodotti da menti dalle dinamiche improprie, stimolate e messe in moto dalla vicenda di Vario d'Adda.
E' già pieno pomeriggio e la testa mi rimbomba di argomentazioni senza forma ascoltate ovunque.
Poi, la sera, in frutteria, mentre sto affidando la mia spesa al ragazzo alla cassa,  entra un individuo sub-umano, stadio mentale ultra-primordiale, glielo si legge in faccia.
Inizia a parlare e delira anche lui, mentr'io non posso fare a meno di notare che è bruttissimo, tutto storto e con una sorta di ghigno, anch'esso storto, che gli devasta in modo osceno l'espressione: sembra un ammasso di pasta di pane mal lavorata.
Entra e si rivolge ridendo (ma, che ride lo capisco dopo un bel po', ché il ghigno assomma e annulla tutte le espressioni del suo volto) al venditore alla cassa, un mite ragazzo indiano :

Uomo-ghigno: "ahò, vedi che te faccio fà la fine de quello de Milano"
io, ormai in overdose di discorsi- letamaio: " non lo dica neanche per scherzo"
Uomo-ghigno: ma io co' lui ce scherzo, ce posso scherzà, e poi pur'io j'avrei sparato a quello de Milano"

Nel frattempo il ragazzo indiano ride come si può ridere davanti ad un poveraccio, senza cogliere (così credo) l'offesa del sub-umano, che, proprio in quanto sub-umano, non coglie l'inopportunità della sua frase volgare in quel contesto: l'inopportunità e la volgarità date dal rivolgere quella frase ad uno straniero, estraneo-mal-tollerato a prescindere, per dirla alla De Curtis.
Esasperata, ripeto con tono secco, quasi da voce fuori campo: "queste cose non si dicono neanche per scherzare "
Uomo-ghigno: "ma pecché, signò, che nun je doveva sparà? io je sparo a chi entra 'n casa mia, io pure so' stato rapinato! ar prossimo je sparo!"

Intanto il ragazzo mi ha messo le cose in busta e consegnato il resto, io lo guardo per capire cosa prova e lui abbassa gli occhi, anche se vedo che ridacchia ancora, come si ride davanti all'ultimo scemo del paese.
Il sub-umano insiste nelle sue esternazioni, cercando invano il mio sguardo, che rimane rivolto solo alle cose inanimate: il resto, la borsa, la busta, i cachi che sono delicati da trasportare, ecc.
Sto per imboccare l'uscita e devo per forza passargli a fianco, mentre lui continua a parlare senza fermarsi mai, incessantemente rivolto a me che lo sto ignorando alla perfezione.
E più io lo ignoro, più lui ripete ossessivamente: "io je sparo ar prossimo, signò!".
E' solo quando gli arrivo veramente vicino che alzo gli occhi e per una frazione di secondo lo considero con lo sguardo, giusto il tempo di conficcargli sulla faccia un terribile, spietato, quasi contundente: "bravo!". 
Ovvio che nella successiva frazione di secondo l'ho già cancellato e non lo considero più, neanche con la coda dell'occhio, per dire.
Ovvio che lui cerchi di inseguirmi con i suoi latrati, persino mentre sono già fuori e lontana, dopo aver ingranato la marcia della più spedita delle indifferenze.

E' sera, rientro stanca, nauseata, con in testa un carosello di facce ripugnanti per la miseria morale che esprimono, corpi deformati da posture  meschine, contorti in  una sorta di scoliosi cerebrale, e mi ritrovo a pensare come non vorrei mai: brutti, sporchi e cattivi dentro e fuori, ed è giusto così.

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto Quel Mostro si mostri pubblicamente per quel .......che è)