mercoledì 27 gennaio 2016

come un soldato ferito


L'uomo la tirò per le braccia e lei lo seguì, assecondando movimento e comando.
Fu come scendere in acqua o distendersi su di un prato.
Il corpo di lui era il mare, e il prato anche.
Perciò gli si appoggiò addosso senza sforzo e senza peso, come un neonato sulla pancia della madre subito dopo il parto.
Sentì il braccio di lui mettersi a sostegno della sua schiena.
Sentì l’altro braccio che le prendeva la mano, per portarsela sotto il mento e appoggiarla, 
quasi serrandola tra mento e collo, .
Il mento e il collo di lui le chiusero la mano senza ammettere repliche, in una morsa dolce, paterna, come un covare dell’infanzia, un comandare affettuoso di persuasione e di forza.
Lo lasciò fare.
Gli lasciò decidere ogni gesto e la sua durata.
Immersa in quel dolore disordinato che le stava addosso e dentro, capì che quelli di lui erano gesti per la sua vita, per cullarla e portarla oltre: oltre il male, oltre la paura che le stava venendo addosso per quella guerra così spietata.
Si lasciò perciò andare completamente a lui che la cullava: lo rese padre e gli affidò il buio dell’angoscia e la guida della lotta per sedare la  notte. 

Si lasciò andare nel suo dolore notturno, poggiandoglielo dentro le mani e, finalmente, si addormentò.



3 commenti:

  1. bello questo frammento che dal dettaglio di pochi gesti delinea con sfumata precisione un storia.
    massimolegnani

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  2. bello... respiro quella bellissima sensazione che si prova quando ci si affida e si lasciano agire le emozioni. Bello leggerti Sabina

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  3. Grazie, grazie davvero ad entrambi.

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto Quel Mostro si mostri pubblicamente per quel .......che è)