lunedì 13 giugno 2016

di città, di pianura e di boschi infiniti


Una volta mi hai chiesto perché ti ho definito un uomo di pianura e di città, proprio tu che ti senti altro da questo.
Ti ho risposto, dicendoti: perché sei aperto come la pianura che ti ha visto nascere, accogli e ascolti, ti piace la compagnia e il riso, fosse anche solo per dimenticare l’adolescente solitario che ti porti dentro da allora. E poi, lo sai, la pianura  è una figura materna e per questo ti si confà: nel tuo essere uomo e padre con dolcezza di madre.
A me, che vengo e torno continuamente dal bosco e dai rovi, la tua pianura aperta piace, perché mi fa sentire a casa, libera.
Ma tu appartieni anche alla città, in particolare alla tua, ai suoi mattoni che virano al rosso e al ruggine, al suo calore e all’eleganza dei suoi palazzi, belli senza toccare mai le vette della superbia e del cinismo architettonico, placidi a modo loro e mai respingenti.
Eppure tu mi hai detto che no, che sono le colline il tuo vero paese, con una casa al limitare del bosco.
Ma, sai,  le colline sono fatte proprio per voi della pianura, perché possiate ritrovare e assaporare il movimento e le storie, il bosco e le favole, che lì trovano riparo.
Per voi che siete così vicini e figli-fratelli della grande pianura, con i suoi filari di pioppi a simulare boschi improvvisi ad un passo dal grande  fiume, è normale desiderare il bosco e l’infittirsi dell’ombra, il riparo dalla dittatura del sole impietoso sulla terra piatta.
A me, invece,  che vengo da un appennino selvatico e da una terra tanto aspra, forse perché troppo stretta e strizzata tra due mari, dove anche le volpi e i lupi nei giorni di perfetto sereno 

possono facilmente immaginare la profondità del mare, a me, appunto,  il bosco fa l’effetto di un quadro d’anima: sì, il bosco rappresenta l’anima in tutta la sua irrisolta segretezza, nelle asperità e nei passaggi ruvidi della passione, che all’ombra dei pini attende il momento propizio per rappresentarsi in tutta la sua volontà vitale.
La donna che prendeva appunti su di me mi chiese una volta di indicare il luogo per me simbolo dell’anima, il mio posto delle fragole, e io scelsi subito il bosco:  le raccontai di un mio viaggio nell‘Europa del muro caduto, di quando  incontrai una strada che precipitava d’improvviso in un bosco di cui non si vedevano i confini, un bosco così fitto da cancellare la luce del giorno. Capivo che quel luogo avrebbe potuto rappresentare per alcuni la paura dell’ignoto, ma non per me: io mi sentivo tranquilla a passare tra quelle due ali immense di alberi, felice anche. Mi pareva che quella strada e quel che d’alberi fittissimi le stava ai fianchi mi tirasse giù dolcemente dentro un mare verde scuro, mi immergesse in me stessa, nel ventre d’albero della mia anima.
Sai, quella volta capii che in me sta l’anima di un bosco fitto ed è per questo, soprattutto per questo, che quando ho letto che vorresti una casa sul limitare del bosco ti ho sentito improvvisamente vicino, anzi, di più: ti ho toccato l‘anima con la punta delle dita. 

10 commenti:

  1. Bello sto post, diverso. Pianura, boschi, città, percorsi preferenziali dell'anima, adolescenza intrappolata. Gli argomenti per un romanzo di formazione li hai messi quasi tutti. Manca una passione giovanile bruscamente interrotta e un amore maturo, anche se vi fai cenno.
    Mi pare di ricordare quella strada che precipita in un bosco in quella che fu la West-Berlin. Io ci andai due volte, quando era ancora la Hauptstadt della DDR. L'ultim volta invitato con un collega da parte delle Stadtlichen Bühnen della Stadtsopern Berlin. Sbagliammo strada e ci corsero dietro i Vopos. Ricordo sta strada che non portava a nessun posto e le due vetture civili dei Vopos e le due ore passate nel Polizei Presidium a cercare di spiegare come e perché avessimo sbagliato strada, io italiano e il mio collega francese, entrambi membri dell'Ensemble dello Stadts Badischer Teather di Karlsruhe, non in missione segreta ma laggiù per adattare un Prospekt alle loro Bühne stranamente più piccole e anguste delle nostre. Due ore di interrogatorio e poi l'espulsione più o meno a calci in culo.
    Il ne pas possible oublier.

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    1. ...duri i tempi del muro, eh?
      Conosco persone che hanno sfidato la cosiddetta cortina di ferro per curiosità turistica, se così si può dire. I loro racconti hanno dell'incredibile.
      Tschüss

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    2. Pensa che la prima delle due volte in possesso di una lettera di invito e di altre scartoffie del General Intendent delle Städlichen Bühnen del teatro dell'Opera di West Berlin, dove veniva chiaramente spiegato il motivo della nostra visita, con una lettera del Kultur Ministerium della DDR, insomma tutto a posto, fummo tenuti fermi ai confini della DDR, che distavano circa 60 chilometri dal Jack point, per oltre un'ora.
      Poi ci fu consegnato il nostro pacchetto ed un foglio illustrativo che chiaramente evidenziava che MAI E POI MAI avremmo potuto uscire dalla macchina in quel tratto di autostrada, nemmeno se bucavamo una gomma o avevamo una panne. Avremmo in ogni caso dovuto aspettare l'arrivo di una macchina della Polizei. MAI scendere dalla macchina. MAI sostare. MAI fotografare alcunché. Avemmo l'impressione di essere seguiti, solo un'impressione.
      Al Jack point altra sosta di mezzora. Poi nuova consegna, questa volta una carta di West Berlin, con il percorso sottolineato in rosso che avremmo dovuto percorrere per arrivare al nostro Ziel, che era il Teatro. Partiamo. "Devi andare sempre dritto fino al terzo incrocio" mi dice Robert, il collega francese, "poi a destra".
      C'era un semaforo rosso. Aspetto. Poi riparto andando a destra e subito lo vedo sulla mia sinistra il Teatro. C'è una strada grandissima a sinistra e io mi accingo ad imboccarla. "Aspetta, mi fa Robert, qui sta segnato che devi andare dritto e poi svoltare a sinistra tra tre traverse". "Cavolo, gli dico, eccolo lì il Teatro, dove diavolo devo andare?" E giro a sinistra. Neanche mezzo secondo e le due macchine che mi stavano dietro mi saltano letteralmente addosso. Ne scendono una quantità di Vopos, tutti col mitra.
      Un graduato mi apre la portiera e mi fa con tono brusco: "Mi faccia vedere la carta che le hanno dato". Gliela mostro. "Non vede che doveva andare dritto? Perché ha girato a sinistra?"
      "Ho riconosciuto il teatro da una foto che conoscevo e allora ho pensato...."
      "Sie müssen nicht denken, verstanden? Sie müssen fahren so wie die Karte zeigt" Doveva essere la sua giornata buona perché non mi ha arrestato. Ha richiuso la portiera sbattendola e mi ha detto: "Sie fahren jetzt zurück mit uns, dann links, dann gerade aus, dann wieder links wie in der Karte steht. Alles verstanden? Probleme?"
      "Nein nein, sagte ich, alles kapiert"
      Dieci minuti dopo avevamo raggiunto il teatro insieme alla nostra scorta. Mi avevano già detto qualcosa del genere, ma non ci avrei mai creduto se non fosse capitato proprio a me.

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    3. Sembra un film, ma so che è verissimo, sigh!

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  2. brano lieve e solido, perfetti, visivi e vivaci, i parallelismi tra natura e carattere. il bosco, la collina, la pianura sono tocchi esatti, pennellate, che mi fanno capire le due persone che ho davanti.
    e poi il coraggio di attribuire all'uomo, il tuo, il fare materno come sua dote precipua, il sussurrarglielo senza ombra d'ironia, con un affetto spavaldo che non teme il ridicolo o l'incomprensione.
    molto bello, hai toccato l'anima con la punta delle parole.
    massimolegnani

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    1. Sai, Carlo, io credo molto nell'idea per cui la terra d'origine forgia l'indole dei suoi nativi, imprime una traccia speciale, non più cancellabile: ecco perché mi viene facile parlare dell'anima dei territori e dei "territoriali".
      Quanto alla spavalderia dell'affetto, (e questa tua espressione mi piace moltissimo), trovo che sia possibile solo là dove due persone, avendo un patrimonio/vocabolario sentimentale comune, si parlano senza paura, sapendo di non suscitare fraintendimenti inguaribili.
      Per vocabolario sentimentale non intendo solo quello dell'amore, bensì quello dell'intera esistenza, frutto della storia personale oltre che dell'indole innata. Se ci si riconosce in un vocabolario sentimentale comune, non c'è più bisogno di tradurre e spiegare le motivazioni e gli intenti delle parole e delle definizioni.
      So di essere molto fortunata nell'aver incrociato questa capacità di comprensione-senza-traduzione, poteva non accadere mai.
      Grazie, soprattutto per"hai toccato l'anima con la punta delle parole":
      c'è una delicatezza immensa in questa frase.

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    2. Con affetto spavaldo intendevo proprio quella condizione, che tu descrivi, di totale confidenza con l'altro, confidi nell'altro, nella sua capacità di comprenderti ( il vocabolario sentimentale comune!)
      ti abbraccio
      ml

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    3. Siamo in perfetta sintonia, Carlo.
      Ricambio l'abbraccio,
      Sabina

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  3. Bella e intensa riflessione. Io sono un uomo che si ritrova a vivere in città, ma la città non mi appartiene e mai potrebbe essere il mio luogo dell’anima. Se io dovessi indicare, per me, il simbolo geografico dell'anima - che poi coincide con il luogo che più ho amato e più si avvicina alla mia indole solitaria - non avrei dubbi nel dire che quel simbolo dovrei cercarlo in un paesello con le sue case in pietra sulle falde di una collina affacciata sul mare. Perché “un paese ci vuole”, diceva Pavese ne La luna e i falò “non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

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    1. Grande la frase di Pavese: "un paese ci vuole", dice tutto, dice la necessità delle radici per amarle, per rinnegarle, per riconoscerle e infine riabbracciarle.
      E più la tua terra "ti è stata difficile", più ne avrai bisogno per ritrovarti.
      Ciao, Remigio.

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