lunedì 21 novembre 2016

similia cum similibus comparantur


Ogni tanto  mi faccio un giro nel web, rispolverando la lettura di alcuni blog che conosco da vecchia data. Sono blog che ho seguito nel loro nascere e, in parte, nel loro progressivo ma inesorabile decadimento. Ci ricapito nella speranza di trovarvi un accenno di ritrovata vitalità intellettuale, ma, purtroppo, quasi sempre, mi ritrovo di fronte a nulla di nuovo e, per la verità, neanche di antico,(tanto per parafrasare l'aquilone pascoliano), anzi. I blog cui mi riferisco sono abitati da storie tanto contorte quanto infinite, da lamentazioni degne della miglior compagnia di prefiche, da comizi sull'universo tutto, da proclami auto-distruttivi e così via.
Probabilmente l'errore è in me, che mi ostino a tornare sul luogo del delitto, illudendomi di poter trovare un alito di rinnovamento  là dove l'Ego sconfinato celebra esclusivamente la messa del proprio ombelico; il mio spirito infantile  se ne va alla ricerca di una fiammella vitale proprio là dove l'unico fuoco possibile è quello prodotto dall'auto-combustione per solipsismo acuto.
Perché, per questi seguaci dell'Ego-senza-Eros i temi di riferimento rimangono gli stessi nei secoli e si riassumono fondamentalmente nella recriminazione e nel rimpianto; il tono prescelto per la lamentazione e/o l'auto-arringa può percorrere una discreta scala di tonalità, passando da accenti più o meno lamentosi ad accenti più o meno aggressivi, a seconda dei casi e dei caratteri.
E' un viaggio ogni volta, un viaggio attraverso le parole di un universo sospeso, a parte, popolato di tromboni senz'orchestra, ché il controcanto potrebbe rivelarsi una minaccia devastante. I tromboni e le trombone di primissima fila amano in particolare spalmare sul loro corpaccione una miscela di auto-ossequio e auto-venerazione, che non sempre si disvela ad una prima lettura.
In quest'universo parallelo, abitato dai senza-pace, dai senza-guerra e dai senza-e-basta, si ritrovano soprattutto alcune categorie caratteriali: c'è  l'indefesso cacciatore di consenso, quello del non mi apprezzano quanto meriterei, c'è l'insoddisfatto cronico, che lamenta lo scarso numero di genuflessioni al suo io, c'è il bastian contrario a prescindere, quello che teorizza e sproloquia sulla grandezza e raffinatezza intellettuale  del suo disaccordo compulsivo, e così via. Tutte queste figure, (a volte addirittura conviventi nella stessa persona senza alcun patto preventivo di unione civile, ma,
anzi, in una combinazione condominiale da inferno dantesco), incappano, prima o poi, in un loro simile e lì son dolori davvero.
Gli incontri si dipanano secondo un percorso da commedia: nel primo atto i tromboni si piacciono come nessuno mai, si adorano anzi, con il corpo e con la mente; poi, di solito a metà del secondo atto, si lanciano le prime invettive, vere e proprie asce verbali affilate d'odio; infine, giunti al terzo atto, si gettano nella pugna propriamente detta. E son sempre guerre senza scampo le loro, simili a quella dei cent'anni o a quella dei Roses, a seconda dei gusti. Del resto, si sa, è inevitabile che, tra "strumenti" simili, dopo un primo approccio fatto di scambievole venerazione, di riti e parole esaltanti, scoppi prima o poi la guerra. Ed è sempre guerra senza quartiere, dichiarata nel tempo di un giro di un valzer, ed è guerra feroce, anche se riesce a prendere il posto, in quattro e quattr' otto, di scambi romantici che manco Abelardo ed Eloisa!
A me è capitato di rimanere impigliata come il più coglione dei conigli  in un paio di questi tremendi conflitti, anche se il massimo del mio delinquere era rappresentato da un commento qua e là, per di più tragicamente neutro, (tanto neutro che dalla Svizzera mi scrissero incazzati, ché quasi quasi gli stavo togliendo il primato di neutralità!).
Da fiduciosa svampitella, come talvolta sono rispetto a queste dinamiche psichiche stratosferiche, ci ho messo un po' per capire che dove si pratica l'auto-doping non c'è trippa per gatti, e neanche spazio per esprimersi: ogni parola del malcapitato passante o commentatore di turno potrà essere interpretata dai contendenti come un giuramento di sangue fatto davanti al capo mandamento di questa o quella fazione.
Certo, nel tempo, ho imparato a prendere le mie misure e le mie circonferenze, a mettere tanti bei pietroni sopra a certe incendiarie prese di posizione, a non chiamare più fagiani i polli da pollaio, ecc. ecc., ma, soprattutto, schiamazzi e sguaiatezze varie a parte, mi sono ricordata che la commedia nasce come un genere teatrale di tutto rispetto...la Commedia, ho detto.

4 commenti:

  1. Mi è venuto tanto da ridere a leggere questo tuo post. Guarda che è un complimento, non fraintendere. Mi ritengo fortunato perché io nemmeno ricordo bene perché ho aperto il mio blog originale (credo fosse dietro consiglio della mia Casa editrice per parlare del mio romanzo, ma non ci giuro), poi perché il fato e la mia incapacità mi hanno costretto ad iniziare un nuovo blog, ristrutturandomi per necessità.
    Quello che tu scrivi è mortalmente vero. Eppure i blogger non fanno altro che trasferire sul web la loro anima con tutte le sue indecisioni e contraddizioni, per lo più tentano di esaltare il proprio ego. Credo sia in tutti questa esaltazione, anche in me. Ma io scrivo per me stesso e per la diecina di miei lettori, che spero mi seguano con l'interesse dovuto a chi dice esattamente quello che pensa, senza fronzoli e preamboli. Ho scoperto nel web un esercito di gente che scrive per far credere di essere quello che non è, a volte esattamente il contrario delle sue proposte, come se ognuno volesse mascherarsi e mimetizzarsi nei panni di un asceta, di un predicatore nel deserto. E allora? Che razza di mondo è quello dei blogger? Un mondo di mistificatori, di egoisti, di narcisi? In un certo senso è proprio così, ciome tu assai bene -direi magistralmente- hai messo in mostra.
    Non conviene rileggere il vecchiume, credimi. Qualora ci fosse stata solo curiosità nella tua ricerca a posteriori, ora che te ne sei resa conto potrai respirare più liberamente.

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    1. ...che dire, carissimo? che vorrei applaudirti con gran fracasso per esprimere pienamente quanto ho apprezzato il tuo commento!
      Tu hai capito lo spirito del mio post, che non voleva essere "tribunalizio" sic et simpliciter, semplicemente perché, come tu hai de-scritto, "...Eppure i blogger non fanno altro che trasferire sul web la loro anima con tutte le sue indecisioni e contraddizioni, per lo più tentano di esaltare il proprio ego. Credo sia in tutti questa esaltazione, anche in me..."
      Perfetto, Enzo, meglio di così non potevi! anch'io, per il semplice fatto di scrivere in uno spazio pubblico, mi devo, e sottolineo "devo", mettere dentro alla categoria, ma non me ne preoccupo, perché il problema, si sa, non è il vino in sé, ma quanto ne bevi!
      La linea di confine tra certa fisiologica tendenza all’auto-esaltazione e alla deriva istrionica, (caratteristiche comuni a quasi tutti i bipedi umani) e il delirio di onnipotenza mascherato da tendenza auto-distruttiva e conflittualità perenne con il resto del mondo “crudele”, sta nella quantità di Ego-ismo che ci si sente in diritto di manifestare.
      A mio avviso, il principio che dovrebbe ispirarci, (tanto per garantire una convivenza “possibile&sostenibile” con il resto del genere umano), è quello di interrogarci prima di tutto su noi stessi; un sano e costante esercizio di auto-critica può riuscire a contenere l’istinto selvaggio al primato senza se e senza e guidarci verso una “civile” oggettività di pensiero.
      In altre parole, benché superata da questi tempi beceri, un po’ di auto-educazione civica non sarebbe un’idea da buttar via, neanche sul web…
      Bis zum nächsten Mal, mein lieber Brieffreund!
      (riferiscimi se ci sono errori di tetesco, mi rakkomanto...)

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    2. A volte ho postato mie poesie e racconti personali per cui ho dovuto subire i rimbrotti di mia moglie, che non apprezzava questa mia "ottusa sincerità", parole sue. Mi sono allora chiesto se parlare della mia appagata vita matrimoniale fosse un vezzo, un'esibizione, ma ho concluso che non ci fosse niente di male a parlare di me stesso nei modi dissacranti in cui sono solito farlo. Che per le poesie forse un certo narcisismo ci possa essere comincio a pensarlo. È una forma di egoismo, ma tutti gli artisti lo sono, anzi io lo sono troppo poco. Ricordo ad un mio Kunstaustellung a Kassel, dove dopo due ore erano andati venduti tutti i miei quadri, ad un collega che mi faceva notare che tra i compratori c'erano collezionisti assai noti, volendomi significare che puntavano su di me, risposi che era come puntare su un cavallo scarso sperando che vincesse per prendere un sacco di soldi. A casa riflettendoci mi diedi del cretino, pensando a Picasso che sosteneva che chi comprava un quadro per guadagnarci sopra era solo uno sprovveduto mercante. Mi devo essere un po' incartato, ma volevo dire che a volte bisogna essere egoisti per essere valutati un po' meglio.
      Lo hai espresso benissimo tu.
      Per quanto riguarda il tedesco lo hai perfettamente scritto, es kommt darauf wie Du es aussprichst, in particolare come pronunci il tuo "lieber". Io dico liba, allungando la i -ma non troppo- e arrotando nel palato la a. L'ho imparato qui. La erre deve essere come un fruscio tra denti e lingua. All'inizio dicevo "er, der" poi col tempo e l'uso quotidiano sono arrivato al giusto "ea und dea". Ciao. cioè tschüss.

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  2. Ho imparato così anch'io, orecchiando i teteschi.
    Devo dire che la prima parola con la quali mi si chiarì quest'effetto di pronuncia è stata immer.
    Comunque, certe cose le impari solo sul posto.
    A me, per esempio, piace molto girare per mercati, fare la spesa, insomma, perché scopri un sacco di aspetti inediti della lingua viva, oltreché degli usi.
    E poi, vuoi mettere lo stupore di due turisti a cui ho spiegato, sia pure in modo mooooolto elementare, come arrivare alla (per loro di genere maschile) berühmte Trevi-Brunnen?

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto Quel Mostro si mostri pubblicamente per quel .......che è)