lunedì 9 gennaio 2017

oggetti sparsi e narrazioni infinite


Per molto tempo, nei miei blog precedenti, ho avuto l'abitudine di inserire foto scattate da me: cosette all'impronta, scatti di cellulare, robetta assai artigianale e di nessun valore.
Così facendo, ho scoperto il fascino degli oggetti in fotografia, oggetti che nascevano dal quotidiano più comune, per lo più finalizzati ad usi diversi, senza cioè un apparente e immediato legame di prossimità e/o di utilizzo.
Eppure, quegli scatti, che ancora conservo e che proverò a ripubblicare, erano ogni volta, almeno ai miei occhi, qualcosa di inaspettato...provo a spiegarmi meglio: quando componevo l'immagine da fotografare, inserendo questo e quell'oggetto, mi sembrava di farlo con un intuito di assemblaggio puramente estetico, giocato sui colori e sulla posizione dei singoli pezzi; poi però, quando riguardavo la foto, mi pareva sempre (e mi appare così ancor oggi) che l'immagine corrispondesse ad un passaggio narrativo, che ci fosse insomma nel complesso della foto qualcosa di embrionale, una sorta di storia in nuce. 
Questa strana e inaspettata sensazione mi ha ricordato di quando mi capitava di intrattenere un mio nipotino di pochi anni con storie inventate sul momento, favole che avevano per protagonista quasi sempre un oggetto. Erano favole che lui stesso mi chiedeva, attratto dalle mie storie surreali e spesso un po' sconclusionate, portandomi gli oggetti più disparati e chiedendomi di costruir loro attorno una storia. 
Quelle che io inventavo erano favole di vita breve, anzi brevissima: creavo le mie storie là per là, arrampicandomi sugli specchi della fantasia, costruendo trame che era impossibile ricordare da un giorno all'altro. Ricordo ancora il dispiacere di quel bimbetto quando, a distanza anche di poco tempo, mi richiedeva la favola della tazzina e del piattino o quella dell'arancia e della mela e io dovevo sempre rispondere: "non me la ricordo più, ma non ti preoccupare, ne inventeremo una nuova".  
p.s.: quella qui sopra è una delle mie immagini/storie

7 commenti:

  1. Due considerazioni altrettanto importanti che il tuo pezzo mi ha ispirato.
    Le foto.
    Devi sapere che mio padre era un artista, anche se in effetti fosse un tecnocrate bancario, ma la sua anima sognava e inventava in continuo realtà che immaginava solamente lui traducendole in reali con la sua macchina fotografica. Dovrei dire le sue: ne aveva diverse. Senza sbagliare una Ferrania a soffietto, una Westinghaus, Una Rolleyflex di quelle che puntavi sul soggetto che fotografavi guardando dentro il quadrato di testa e poi la favolosa Leika del 1938, che dopo morto passò a me e da me regalata a mio nipote . Foto surreali a volte ma sempre che ti davano la possibilità di sognare, come sognava lui.
    Le favole inventate da mia nonna.
    Certamente se le inventava per tenermi buono, perché io la incalzavo da presso -allora non c'era TV tantomeno tutte le schifezze che hanno oggi a disposizione i miei nipoti per dirne una- io avevo mia nonna e la sfruttavo, la tenevo accesa e a tutto volume più a lungo che potevo.
    Capitava che io le chiedessi la favola del ciliegio o della caramella al miele e lei poverina non se la ricordasse più. E io ci rimanevo malissimo. Ma come è possibile, se me l'hai raccontata tu? E allora la raccontavo io a lei, perché i bambini hanno una memoria di ferro -come la vista: vieni qui che nonna si è persa un ago, guarda se me lo trovi qui in terra. Un occhiata e via. Eccolo qui- Che bellezza trovare senza occhiali e quasi senza luce un ago nelle fessure delle mattonelle. Vallo a fare adesso!
    Passata troppo presto quella fantastica età, troppo presto.

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    1. Quell'età finisce sempre troppo presto per tutti, ma conservarne così come fai tu i ricordi è una vera ricchezza.

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  2. Da aspirante cacciatrice di immagini capisco perfettamente quello che intendi.
    Il miracolo dello scatto per me è tutto lì. Qualcosa di statico che esiste, attraverso l'obiettivo si trasforma e prende fiato, vita.
    Sono storie, dici bene.

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    1. Spesso sono storie ancora da scrivere, sfuggite in uno scatto.

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  3. sicuramente c'è un legame "narrativo" tra la foto che scattiamo e le parole che vi assembliamo sotto.
    per quel che mi riguarda il legame è diretto, semplice, intuitivo, per dire racconto di uno scultore del legno e fotografo piccole sculture dello stesso materiale.
    per quel che riguarda te, a giudicare dalla foto che hai postato qui, il nesso è più complesso, meno esplicito. nell'assemblaggio della foto vedo la mano femminile, un certo autocompiacimento nella scelta dei dettagli, la rivista inglese, la sciarpa, che "lego" più a te che alle parole scritte sotto (ma, da quel che ho capito la foto non era nata per queste parole)
    ml

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    1. No, la foto era nata per un post su Thomas Mann, di cui si vede l'immagine assieme a quella dei suoi familiari sulla copertina del libriccino,che avevo trovato e comprato a Lubecca, al museo dedicato allo scrittore e lì non avevo avuto scelta: o in tedesco o in inglese.
      L'intenzione dell'assemblaggio era quella di mettere insieme elementi espliciti di lettura (il libriccino appunto), elementi si riflessione (evidenziatori ed appunti) ed elementi di alleggerimento e di quotidianità (come la sciarpa, "poggiata in posa estetica" e il barattolino di rossetto piuttosto consumato).
      Ovvio che c'è stato un ragionamento rapido ed intuitivo nel comporre l'assemblaggio, ma, tuttavia, a foto scattata, ho colto più di quanto mi aspettassi.
      Certo, qualcuno potrebbe dire, e a ragione, che io me la canto e io me la suono...e io ammiccherei ridendo, ché quando faccio così finisco sempre per sentirmi un po' fanatica e un po' scema...
      E ora ridi con me, mi raccomando!

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  4. Ma noi dobbiamo cantarcela e suonarcela che anche al più acuto dei commentatori sfugge la maggior parte dei dettagli che faticosamente abbiamo messo insieme secondo una simbologia che sappiamo solo noi :)
    (e rido con te)
    ml

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