giovedì 9 marzo 2017

nove volte febbraio


Nove volte febbraio.
Nel primo febbraio dei nove, Irene aveva messo in valigia due conchiglie, acquistate un paio d'anni prima all'isola di Rügen.
L'uomo che le aveva ricevute in dono aveva scritto compiaciuto che la conchiglia è simbolo femminile per eccellenza, ma per Irene era un altro il significato, il significato prevalente: le due conchiglie venivano da un mare lontano e freddo e avevano viaggiato tanto, fino ad approdare su di una costa del mediterraneo.
Da lì, navigando in mezzo agli abiti in valigia, erano arrivate sulla costa opposta dello stesso mare, facendo finta che l'appennino non fosse un ostacolo.
Perché, in realtà, Irene, lasciandogli in dono le conchiglie,  aveva voluto dirgli che l'acqua gira quanto e dove vuole, perché è leggera e si adatta ad ogni forma, perché sa penetrare ovunque, facendosi sottile quanto serve, fino a scomparire quasi, senza perdere mai la sua natura di acqua. Era un modo per affermare che il mare viaggia e sa arrivare dove serve, facendo finta, da gran spavaldo qual'è, di non vedere l'appennino in mezzo alle sue due sponde.
Irene si voleva credere invincibile e andava ripetendosi che la volontà d'amore somiglia al mare, e come lui è capace di superare tutte le barriere: riesce a farsi, secondo necessità, ora forma compiuta ed ora indistinta; riesce a smontare i tempi e i luoghi; riesce persino a creare binari paralleli in una vita sola, senza che nessuno possa dire con certezza quale sia il binario principale o essere sicuro che il binario reale sia quello sul quale  sta correndo fisicamente.
Nove volte febbraio, e c'erano state tante cose, non tutte di febbraio.
Un terremoto, per esempio, in aprile. Una città non troppo lontana completamente distrutta. Era stato di notte, alle 3.36, e l'uomo che dormiva con lei le aveva preso la mano dicendo: "ci sono qua io".
Irene aveva pensato sottovoce: "né tu, né io possiamo far nulla, ché il terremoto è come il mare e se vuole ci travolge". 
Tante volte si era pentita poi di quel pensiero, di quel sussulto razionale che sembrava voler ignorare l'offerta di aiuto e di amore. Ma la paura del terremoto non la puoi ragionare e neanche il senso di colpa per essere stata troppo razionale, anche se, con il senno di poi, Irene avrebbe detto che una scorta di razionalità in dispensa sarebbe il caso di tenerla sempre.
C'erano state tante cose, e c'era stata una volta, di giugno, ch'era scesa una domenica nera nera, la luna e le stelle a testa in giù, che ad Irene sembravano tante tele nere sul soffitto. Erano entrate in casa senza preavviso, di quelle lune e di quelle stelle che te le devi tenere e basta, e vallo a capire perché a testa in giù: te le devi tenere e basta, come fossero chicchi di grandine. Ci volle un mese intero, forse di più, perché lune e stelle trovassero una spiegazione, ma l'impressione di quelle tele nere piazzate sul soffitto in un giorno di pieno sole le rimase dentro per  sempre, come una rigatura su di un vetro.


C'erano state tante cose, e non tutte di febbraio.
Capitò anche il male, quello vero e cattivo, quello che nessuno può dirti se la scamperai davvero. Venne di ottobre e squassò la vita di Irene, esondò crudele e coprì ogni cosa.
Testarda per sempre, Irene si rialzò e cominciò a recuperare tutto il possibile: qualcosa s'era rovinato per sempre, qualcos'altro impiegò parecchio tempo ad asciugarsi e rimase un po' acciaccato, ma lei non dimenticò di prendersi cura di ogni cosa, non ne dimenticò nessuna, nessuna delle più care. Certo, il suo senso di sfida aveva iniziato a zoppicare un po', ma era una faccenda impercettibile, si poteva mascherare anche senza essere prestigiatori provetti.
Nove volte febbraio.
L'ultimo dei nove finì come un oggetto piccolino, che scivola via nello scarico del lavandino e siccome è piccolo, non farai mai in tempo a riacchiapparlo e neanche a vederlo sparire.
Quando finalmente Irene alzò lo sguardo dallo scarico, ancora imbambolata per la velocità con cui l'oggetto s'era dileguato, per reggere l'urto andò a controllare la logica che le era rimasta di scorta e vide che aveva una data abbondantemente scaduta.
Purtroppo, però, non poteva prendersela che con sé stessa, perché una volta di più s'era fidata dell'acqua, dimenticando quanto questa sappia essere veloce nel portarti via le cose.

6 commenti:

  1. Mi hai fatto venire in mente una persona che è viva che ha subito col marito il terremoto Aquilano e finirono sotto le macerie ma si salvarono. Momenti che non si dimenticano, e paure che ti trascini dietro. Quanto ad esondazioni e danni e morti, io sono di Genova e pur non essendo mai stato toccato direttamente so e ho visto realtà davvero drammatiche. Un racconto scritto con dolcezza ma che non lascia spazio ad un respiro sereno. Certe sensazioni che provi leggendolo ti attanagliano e non ti lasciano più. Brava.

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  2. Scusa il mio dubbio, carissimo, hai compreso che i fatti dell'Aquila e l'esondazione in particolare sono "pretesti di narrazione"?
    Certo, il terremoto dell'Aquila è verissimo, ma l'esondazione qui è esclusivamente una metafora, e scusami tu, in quanto genovese, per averla usata.
    Grazie, come sempre, per l'apprezzamento, a presto.

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    1. Vero erano pretesti ma forse proprio per ricordi personali hanno preso il sopravvento sul racconto nel suo insieme. Mi scuso per questo.

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    2. Figurati, @Daniele!
      :-))

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  3. Hai scritto una bella parabola, Sabi, di quelle che il mio amico Daniele Rockpoeta chiama "ibride" (me lo ha detto lui) dove elementi reali si mescolano ad elementi immaginari, dove elementi pensati si associano a momenti di vita vissuta.
    Ben calibrata, con ampio respiro, come tuo solito, che poi è quello che piace a me: la tua capacità di arrampicarti su per un'erta senza farti venire il fiatone.
    Se è vero che la dispensa del raziocinio non dovrebbe essere lasciata mai vuota, qualche volta lasciarsi andare a coltivazioni esotiche e di fantasia nel proprio orto è uno stimolo appagante. E far fare riflessioni su cose realmente accadute è un pregio non da poco, credimi.

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    1. Sorrido e ti ringrazio, senza aggiungere nulla, così ogni "interpretazione" troverà la porta aperta

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(tranne che in qualche rara occasione, perché occorre lasciare che ogni tanto Quel Mostro si mostri pubblicamente per quel .......che è)