mercoledì 28 giugno 2017

la verità è un sogno

Sa, ho sognato di abbracciare mia figlia.
Era una ragazzina di dodici anni, all’incirca. 
Magrolina e pallida, vestita di blu, incatenata dentro abitucci formali, come fosse una scolara di qualche collegio di fama. Sembrava impaurita, meglio sarebbe  dire“ferita”, restia a fidarsi. Era mia figlia ma non mi somigliava per nulla, né nell’aspetto né nell’espressione.  Eravamo in mezzo ad altre persone e c'era l’impressione di un collegio, di una sala d’attesa, di un’ora di ricevimento dei professori.
Attiravo a me la ragazzina per abbracciarla, per scacciare via la sua scarsa convinzione, i suoi timori evidenti:  occhi dispersi e movimenti legnosi, era recalcitrante come chi, riluttante a mostrarsi, teme di sentirsi  addebitare poco amore, freddezza o un riprovevole istinto di animale selvatico.
Eravamo buffe, buffe davvero: io sembravo una madre degli anni ’50, una madre un po’ francese,un po’ raffinata e un po’ elegante, davvero un po' troppo di tutto  per quella ragazzina imperfetta, ancora troppo imperfetta nel suo legnoso negarsi.
Ero una madre inadatta per lei, era evidente, eppure l’attiravo a me con solenne certezza d’amore e l’abbracciavo lentamente, trattenendola attaccata a me, senza premerle addosso più del necessario.
In realtà, il mio abbraccio, l’ho capito solo alla fine del sogno,  apparteneva ad un altro, ad un uomo di cui ad un certo punto mi ricordavo e che, inconsapevolmente, imitavo, ma non poi tanto. Forse sarebbe meglio dire che l’imitavo istintivamente, perché sapevo che lui era uno che mi poteva amare davvero e che sapeva abbracciare come una madre.
La ragazzina, intanto, manteneva testarda la sua espressione riluttante e solo dopo diversi minuti  alzava gli occhi verso di me, verso sua madre: Dio com’era piccola, pensare che io a dodici anni sembravo già un’adolescente fatta…
La ragazzina alzava finalmente il viso verso di me e io le vedevo cambiare lo sguardo: nei suoi occhi prendevano a camminare l’ attesa e una fiducia che sembrava smarrita per sempre.
L’ho guardata e ho pensato: ecco, ci siamo ritrovate, riconosciute, salvate, questo ho pensato.
Alcune intorno a noi, donne odiose e saccenti, madri a pieno e formale titolo, mormoravano che il mio era esibizionismo affettivo, ma io sapevo che non c’era niente di più lontano da quell’abbraccio composto, ma profondo come un secolo d’alleanza. 
E poi, se pure fosse stato anche esibizionismo? 
Sarebbe bastato l'esibizionismo ad annullare tutta la volontà amore che c’era in quel ritrovarsi, ad annullare un secolo di alleanza?

Certo che no, si ripeteva l’elegante donna francese, dentro al suo cappottino tre quarti, modellato a trapezio, e dentro i suoi guanti, lunghi e sottili come le sue mani lievi, che sapevano però essere così piene di intenzioni e, insieme, così leggere, se solo decidevano di mettersi a parlare.
Perché mai dovrei aver paura di mostrarmi con mia figlia nell’affetto e nell’alleanza? 
Questo pensavo da madre.
Non era forse come quella volta, con quella giovanissima studentessa, che mi era sembrato naturale proteggere? Ripensavo proprio al suo broncio e alla sua ritrosia, naturale e selvatica. Sì, con Valentina era andata proprio come nel sogno: avevo cercato di proteggerla nelle sue doti, di insegnarle a fare e a difendersi, anche e soprattutto dalle donne odiose e saccenti, cui l’invidia per la sua giovanissima bellezza accendeva in corpo sentimenti impronunciabili: erano le stesse, odiose e saccenti, che vantavano ad ogni istante i loro cuori preziosi di mamma.
Ecco cos’era l’amore, ragionava tra sé e sé quella che nel sogno interpretava la francese elegante: è il coraggio di essere e mostrarsi, è la maternità di sé stessi attraverso gli altri.
In un sogno come nella vita.
In un sogno  come nella vita: io ero mia figlia ed ero anche sua madre.

Allora, a voce alta, dissi
"Lo vede? Amarsi è guarirsi"
Rispose:
"Sì, amarsi è guarirsi"
E io, ancora:
"Aggiungerei: amare è riuscire a colmare la distanza.
Mettere insieme tutte le tessere, tutti i colori.
Amarsi è ritrovare i propri pezzi dispersi, farsi famiglia di sé stessi e andare incontro al mondo, con la capacità di condividerlo per davvero.
Ne ho sparate di massime stasera, eh?"

Non la vedevo mentre parlavo, ma ho intuito o, forse, mi è piaciuto immaginare che fosse comparso un sorriso.

dedicato a G.

11 commenti:

  1. Vorrei essere G.
    Scusa, mi è scappata.
    Bel sogno, un po' troppo preciso, a me solo raramente capita, piuttosto i colori che vedo nitidamnete sempre più spesso.
    Ad un certo punto ho sognato anch'io, in particolare nel finale: ho sognato ad occhi aperti che tu, leggendo la mia "poesia cotta e mangiata" o schioppettata n.1 ti fossi sentita ispirata a questo tuo amore per te, per lei, per tutti e per un G. magari per Valentina che appena nomini pudicamente ma intensissimamente.
    Bellissimo sogno anche il mio, ammettilo. Destinato all'estinzione quando un tuo no appena sussurrato mi riporterà alla realtà.
    Bellissimo post, quasi una poesia.

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    1. Il sogno c'è stato, non così preciso, non così letterario: ho unito frammenti di sogno e frammenti di realtà.
      G. esiste e, per la prima volta, ha voluto inserire un commento.
      Valentina esiste, anche se l'ho persa di vista.
      La seduta psicoanalitica è immaginaria, ma, secondo me, confeziona e contiene bene il tutto.
      Quanto all'amore, sai cosa penso, carissimo? che se è forte e sano si irradia anche sugli altri, oltre che sull'oggetto d'amore (oggetto qui sta anche per soggetto....)
      Posso mandarti un bacio e un abbraccio?
      Buona notte,
      S.

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    2. Figurati, fai pure, ma concedi lo stesso a me.
      Ho letto il commento di G. e lo condivido. Visto che ci avevo istintivamente azzeccato? Lui parla di certe cose come ne parlo io, che sono un impasto di epoche diverse, ma che sto vivendo gerade jetzt mein Leben und wem mich fragt welche meine Zeit wäre antworte ich dass gerade diese meine Zeit ist. Se puoi capire bene cosa intendo. Tu non mi sentirai MAI dire ai miei tempi, perché questi sono I MIEI TEMPI.
      G. esprime allegramente e con brio gli stessi concetti. Viva i vecchi fanciulli immortali, viva i giovanissimi vecchietti birbaccioni, viva le donne di qualsiasi età, viva noi viva voi viva tutti.

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  2. Francoise Hardy, profondamente donna e ragazza per sempre, e questa canzone si sposano perfettamente con i ricordi della mia prima giovinezza.
    Leggendo il tuo post mi sono chiesto: cosa ne è della vita se non siamo contemporaneamente mamma e figlia, oppure adulti e adolescenti (senza diventare patetici laudatores temporis acti)?
    Quale povertà umana nelle persone tutte d'un pezzo, che non riescono a giocare e a tenere seriamente insieme tutte le parti di sé!
    Chi l'ha detto che da bambini si è solo bambini, da adolescenti solo adolescenti, da adulti solo adulti e da vecchi solo vecchi?
    E che tristezza non godere della relazione danzante e sorridente tra le tante parti di noi!
    Credo che la vita si celi proprio lì, nelle fessure che abbiamo dentro, quelle che fanno tanta paura a chi non riesce a impastarle insieme.
    E i colori poi, i colori, necessari e bellissimi.
    Evviva i vecchi stolti, oltre a quelli saggi!
    Evviva i bambini irrequieti e gli adolescenti pensierosi!
    Vorrei che fossimo sempre capaci di portarci dentro tutte le età e tutte le possibilità di quella meravigliosa scatola di pastelli colorati che è la vita.
    Mi sono trovato, ti ho ritrovata ancora una volta in questo racconto,
    G.

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    1. Totale sintonia, null'altro da aggiungere,
      S.

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    2. Voglio anch'io un amico come G.
      :))
      p.s. bellissimo

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    3. Sorrido, Gioia, sorrido pensando all'assoluta concentrazione di impensabili coincidenze che hanno fatto incontrare me e G..
      Secondo me, detto a quattro occhi, tutta quest'approvazione lo farà gongolare come un dodicenne!
      ;-)

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  3. Difficile aggiungere qualcosa dopo il commento molto incisivo ed assolutamente condivisibile di G, rischierei di dire sciocchezze; posso solo dire che ho apprezzato molto il tuo racconto.

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    1. Grazie, Daniele, doppio grazie,anche da parte di G.

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  4. "io ero mia figlia ed ero anche sua madre." il fascino dei sogni consiste proprio in questo, se ne fottono della logica spicciola per comunicarci verità più profonde.
    ml

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    1. Logica spicciola contrapposta a verità profonda...mi piace molto, molto, molto!

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