lunedì 3 luglio 2017

Ada, un viaggio da nord a sud, storie di guerra (1

Sai, pensavo alla magia delle storie: raccontare le storie è un atto d'amore dal potenziale creativo immenso, uno dà il la e invita l'altro a continuare, ci si scambia energia fantastica e si ride, felici delle proprie invenzioni, e più sono assurde più ci si appaga, ci si sente  superiori alla comica maniera dei bambini che a tre anni son capaci di ridere di uno più piccolo che barcolla sulle gambette incerte. 
Ma anche le storie vere sono piene di energia, l'energia dei sentimenti, e rimandano fino a noi le passioni e le mancate verità che troppa gente si tiene dentro per un'intera esistenza.
Perciò oggi ti racconterò la storia di Ada, figlia di contadini e artigiani della marca trevigiana, che non aveva studiato un granché ed era andata a lavorare giovanissima.

fotogramma da "la ragazza di Bube"
Erano gli anni '40, in un paese della campagna trevigiana, e Ada, una ragazzona giovane e prestante, davvero tanto alta, di capelli biondi e occhi verdi, andò a lavorare in filanda per contribuire a mantenere la sua famiglia, impoverita oltre misura dalla guerra e con due figli maschi su tre al fronte. 
Nel suo lavoro Ada divenne presto una delle tessitrici più esperte e per questo si trovò con altre compagne a seguire il padrone in un paese di montagna dell’appennino bruzio per avviare una nuova filanda e insegnare  il lavoro alle apprendiste-operaie del posto.
Lì, tra i pini e i lupi, che di notte dai boschi arrivavano fin quasi in paese, conobbe e sposò Antonino, figlio di gente ch’era stata benestante ma aveva perso molta ricchezza per strada.
Erano anni durissimi ovunque, e Ada, che proprio a causa della guerra aveva già perso quattro tra fratelli e sorelle, si ritrovò a vivere da straniera in quell’angolo di terra aspra,  dove l’eco della guerra arrivava attutito, ma la povertà era un necessario modo di vivere.
Ada e Antonino ebbero una bambina, Caterina, detta Catì, destinata a rimanere orfana di padre prestissimo; infatti, quando la bimba aveva due anni, per una di quelle malattie banali che in tempo di guerra, con le medicine che scarseggiavano, uccidevano come mosche anche uomini forti, Antonino se ne andò in poche settimane. Ada, la ragazzona venuta da lontano, rimasta vedova, si ritrovò di nuovo estranea, sradicata, guardata con sospetto, nonostante la bambina; in più, ora era lei, lei sola a lavorare per crescere Catì. 
Così, Ada decise di tornarsene al suo paese, affidando la bambina ad una cognata nubile che, non avendo altri affetti sui quali spartirsi, le fece da madre in modo esagerato. 
Alla fine della guerra tutta l'Italia era stremata e Ada, forte e decisa com'era, prese su una valigia davvero di cartone e partì per andare a lavorare in Svizzera, dove rimase per molti anni. Con il suo lavoro, benché modesto, fece studiare Catì, sistemò sua madre divenuta anziana e riuscì anche a restaurare la grande casa di campagna della sua famiglia, una famiglia ormai ridotta a sua madre e alla famiglia di Giacomo, l'unico altro figlio di Marietta sopravvissuto.
Quando tornò definitivamente in Italia, Ada continuò a lavorare in casa per le prime fabbriche di confezioni di quello che sarebbe divenuto qualche decennio dopo il ricco nord-est;  Ada non si fermava mai, si adattava ad ogni tipo di lavoro: la vedevi nell'orto, oppure a ridipingere casa, a tagliare la legna, oppure a girare la polenta, sempre al lavoro per coprire, insomma, ogni necessità con le sue sole braccia. 
Catì crebbe e diventò una ragazzona e si poteva dire che in un solo aspetto era evidentemente figlia di Ada: era venuta su alta e possente come sua madre, solo i colori erano diversi, erano quelli scuri e profondi di suo padre Antonino.
Catì, grazie ai sacrifici di Ada, studiò e diventò maestra, ma non si legò mai d'affetto vero con sua madre, anche perché Ada era, per tanti aspetti e soprattutto per quei tempi, una donna un po' ruvida.
Di fatto, Catì le preferiva decisamente Mena, la zia nubile, anche perché, nei lunghi anni di lontananza da sua madre, la zia l'aveva cresciuta in un contesto familiare molto tradizionale, lo stesso che aveva sempre guardato con diffidenza Ada, la ragazzona dai modi spicci.
Per questo, e per tanti altri motivi, troppo complicati da raccontare in breve, Catì crebbe come la figlia di Mena e, quando d'estate andava a trovare sua madre all'altro capo d'Italia, mostrava chiaramente di non volerle bene più di tanto e  le preferiva  la nonna Marietta, un donnino sempre sorridente, così diversa, anche fisicamente da quella figlia grande e forte che era Ada. 
Marietta era di una dolcezza accogliente e sconfinata con tutti e, forse perché aveva perso quattro figli su sei in tempo guerra, mostrava un talento materno più evidente della ruvida e sbrigativa Ada. 
Insomma, Catì era diventata, di fatto, la figlia della zia Mena, nel bene così come nel male, la zia che, lucrando affettivamente sulla distanza geografica ed affettiva tra madre e figlia, si era costruito un ruolo imperiale di madre a tutti gli effetti.
Occorre dire che nessuna delle tre protagoniste di questa storia ci mise mai del suo per ricostruire un legame, spezzato dalle circostanze e dai tempi, entrambi drammatici, anzi. 
Accadde così che, in un'estate di fuoco, quando Catì era ormai grande e stava per sposarsi, tutto il malumore covato dalle tre donne, in un impasto micidiale di gelosia e di rabbia esagerate, venne allo scoperto e si condensò in liti terribili, in drammatici sfoghi di urla e di pianto, senza che nessuna delle tre volesse o sapesse mai riconoscere in quegli scontri furibondi il seme dei propri errori. 
Mia madre, ospite in quell'estate nella casa di campagna di Ada,  mi raccontava di certe sere in cui si accendevano scontri drammatici tra le tre donne, con Ada che rimproverava la figlia, e indirettamente Mena, per l'aggressività rabbiosa e le crisi di pianto e di gelosia, cui Catì si lasciava andare senza porre alcun freno alla sua indole passionale e, così raccontava mia madre, alla sua ansia di riscatto affettivo. Durante quelle tremende discussioni, Catì, nella rabbia che  la divorava, si faceva di brace, singhiozzando fino a rimanere senza respiro, cosa che doveva risultare anche un po' comica, vista l'altezza e la possenza fisica ereditata da Ada. 
Mai, mai a  nessuna delle tre donne venne in mente di parlare, di dire senza reticenze il male e l'illusione del bene che nella lontananza avevano covato, i loro sentimenti rimasero sempre allo stadio di una guerra guerreggiata e senza vincitori, fino alla fine delle loro esistenze.



8 commenti:

  1. Una bella storia. Conoscendola da vicino avresti potuto metterci su un eccellente romanzo di formazione che inizia con lo sfascio finale di una guerra omicida che provoca una sorta di rivoluzione in una famiglia, dove quel che conta è l'egoismo.
    Che i tre personaggi principali -vedi caso tre donne così diverse nella loro similitudine- siano alla fine in una totale situazione di conflittualità aumenterebbe a dismisura il pathos di una situazione che non si riuscirebbe mai a comporre. Fossi in te ci farei un pensiero. È un eccellente fondo su cui costruire una buona storia, senza tentare giudizi, ma solo esponendo fatti e situazioni.
    Pensaci.

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    1. Di questa storia conosco i racconti di mia madre, che dal ricordo di quelle liti era sempre sconvolta. A suo onore, debbo dire che, pur essendo legata per parentela alla famiglia di Mena, non prese mai le parti di quest'ultima, criticandone anzi l'invadenza e la subdola modalità di sottrazione di una figlia a sua madre.
      Sai, mia madre era una persona singolare: aveva respirato tutti i retaggi e i pregiudizi della sua terra e aveva anche pagato parecchio lo scotto di nascere donna in un paese del sud Italia, ma possedeva naturalmente uno sguardo critico, che le permetteva di cogliere i diversi aspetti della realtà, anche quelli di una vita così diversa com'era stata quella di Ada, vissuta comunque all'insegna del coraggio e della fatica.
      Quanto allo scrivere un romanzo...boh...di sicuro hai ragione in merito alla forza di questa storia, ma non so se sarei capace di dilatarla fino al romanzo.
      p.s.: ho altre storie su Ada, personaggio ben più complesso di come appariva.
      Ti/le rimando ad un altro post.

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  2. mi torna in mente "l'arminuta" che ho appena letto. c'è una somiglianza di situazioni, la parziale adozione e le profonde ferite che questa provoca nell'adottata (l'abbandono, anche a fin di bene come qui, è qualcosa di difficilmente perdonabile, anche quando in apparenza tutto va bene)
    massimolegnani

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    1. Sai, Carlo, io credo che quella sia stata più una sottrazione che un'adozione.
      La zia di Catì lavorò ogni giorno per logorare il legame madre-figlia, che comunque c'era, sia pure contrastato dalla lontananza e dalla diversa cultura del vivere. Mi spiego meglio: Ada era ruvida soprattutto per la sua famiglia d'adozione, quella del marito; Ada era sentita come estranea e diversa, abituata a lavorare, a partire e lasciare la casa quando c'era la necessità di farlo. Beh, tutto questo, in una cultura meridionale profonda ed arcaica, poteva produrre solo sospetto e diffidenza, perché non contava la sostanza del sacrificio (lavorare per mantenere la famiglia e la figlia), bensì il modo dell'apparenza (una donna sola che va a lavorare lontano da casa).
      Non nacque mai un'alleanza tra quelle due donne, neanche per il bene di Catì, ci fu solo una lotta, combattuta molto di più e più subdolamente da Mena, fino alla fine.
      E Catì pagò il prezzo più alto.

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  3. Quanta amarezza nel constatare che il dialogo sembra essere un'idea oramai obsoleta e che la rabbia divora tutto e tutti.

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    1. Quello però,@Daniele, non è stato solo un dialogo mancato, ma una guerra condotta secondo pregiudizi e stereotipi di una donna contro l'altra.
      Se la sono giocata sula testa di Catì.

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  4. Le tue storie "tengono" a lungo ragazza...

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  5. Se tengono nel cuore delle persone, allora sì che sono contenta, carissima Gioia...

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