lunedì 18 settembre 2017

la paura d'essere felici

Qualche giorno fa al bar, inizio giornata: c'era una madre, che chiamerò madre-ragazza, perché così appariva per età e per aspetto; era magra, di una magrezza nervosa e complicata, gravata da un’espressione di tensione, di allarme silenzioso e costante, un'espressione che mi verrebbe da definire "di allarme pacato", benché, e lo so bene, questa sia una definizione e un'aggettivazione  contraddittoria, per non dire addirittura paradossale.
La madre ragazza, però, pareva davvero covare dentro un pacato e continuativo allarme, steso nello sguardo come un bucato che non arriva mai ad asciugare, un sottilissimo tratto di fatica e di dolore sulle labbra,  quasi un tratto di matita da trucco.
Erano le otto del mattino, la madre ragazza stava seduta ad un tavolino, davanti a lei un cappuccino e un bicchiere di latte, quello di suo figlio, un bimbo di sette, otto anni, così pareva a guardarlo.
Il bambino, biondissimo, con una spazzoletta di capelli da finlandese, non stava mai fermo: ora beveva un sorso di latte, ora tornava sulla soglia del bar ad osservare qualsiasi cosa: uomini, donne, animali, spazzini e spazzatura, macchine e motorini. Gli bastava veder cambiare un po’ più di nulla lo scenario in strada per correre a vedere e capire e chissà cos’altro. Un bambino veloce e curioso, che ad ogni ritorno al tavolino aveva una domanda da porre insieme al sorso di latte da bere.
La madre ragazza lo richiamava spesso per esortarlo a finire il latte, si stava facendo tardi, ma lui tornava solo per un attimo, beveva un sorso e fuggiva di nuovo, in preda ad un bisogno esagerato di non perdersi nulla di quanto accadeva in strada.
La barista ragazza, che lo osservava ridendo, chiese ad un certo punto l’età e la classe di scuola alla madre ragazza e fu così che tutti noi, caffettisti della prim’ora, siamo venuti a sapere che il piccolo finlandese ha appena sei anni. Sono fioccati inevitabili i commenti, mentre il piccolo di Finlandia proseguiva nel suo moto perpetuo, dando prova anche con le parole e le domande d’essere sveglio come pochi: per questo, e per la simpatia che il bimbo scatenava in tutti, noi caffettisti ci siamo messi a fare il coro e a dire:
 ma è sveglissimo, ma è grande, sembra molto più grande... e via discorrendo.
La madre ragazza annuiva, ringraziando, ma senza perder mai quella traccia di tensione negli occhi e in tutto il viso, senza allentarsi mai in un gesto più ampio e descrittivo delle mani, come se volesse castigare la sua stessa mimica, come avesse paura di farsi scoprire contenta di qualcosa.
Mi ero intromessa anch’io in quei discorsi, anche se non lo faccio spesso, soprattutto se noto che dall’altra parte c’è ritrosia, ma sentivo di dover partecipare di qualcosa, forse anche di quella sottile linea di dolore che si accompagnava alla rassegnata pacatezza della donna: una reazione mai vista in una madre cui rivolgono tanti complimenti per  suo figlio.
Così, quando ho detto alla madre ragazza:
"è un bambino bellissimo, più grande della sua età, non solo per l’altezza, ma anche per quello che dice"
ho visto sbriciolarsi un po’ dell’incantesimo negativo del suo sguardo e poi, ascoltandola, ho capito. Perché, per qualche insondabile motivo, solo allora la madre ragazza si è sciolta e ha permesso al suo dolore di farsi guardare:
"lo so, sembra grande, eppure mio figlio è nato davvero molto prematuro, mio figlio è un miracolo, nessuno pensava potesse sopravvivere…pesava seicento grammi" 
poi, guardando lontano, ha ripetuto
"mio figlio è un miracolo"
Mentre lo diceva un’incrinatura lievissima le aveva storto il disegno preciso, la sottolineatura dolorosa che portava sulle labbra, una sorta di matita da trucco, visibile ed invisibile allo stesso tempo, un tratto fin lì inspiegabile per noi che non sapevamo.
Ho avuto la sensazione che tutto mi diventasse chiaro in un attimo: la magrezza nervosa e il senso di allarme pacato e la linea di matita amara sulle labbra. Perché la madre ragazza, rispondendomi, dopo un timido grazie e un tentativo di sorriso, aveva ripreso a guardare il figlio irrequieto, ripetendo:
"mio figlio è un miracolo"
E’ proprio vero: ciò che ci tocca più da vicino, ciò che ci fa avvertire la morte come una soglia reale, ad un passo di possibilità da noi o da chi ci è più caro, non ci restituisce alla vita uguali a prima.
Ci sono alcuni che di questi passaggi  fanno tesoro  e se ne risvegliano con occhi più grandi; altri ne sopportano  il ricordo come un bruciore sottile ma ininterrotto; altri ancora imparano, vanno avanti e si costruiscono un futuro più forte sulle nuove consapevolezze; tutti, quasi tutti, rinascono per la seconda volta alla vita. 
Quelli che invece rimangono asciutti, pur immergendosi nel mare, beh...quelli è meglio perderli, per sempre.


16 commenti:

  1. Bel post, complimenti.
    Maurizio

    RispondiElimina
  2. ...lo so solo io quanto sono fanatica dei miracoli...
    forse perché mi piacerebbe diventare la protagonista di qualcosa che potesse avere quel nome!

    un post profondamente tenero

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non solo tenerezza, @Patalice, anche senso di condivisione, che è poi quella che dà senso alla vita di tutti.
      Grazie davvero,
      S.

      Elimina
  3. Un racconto pregevole, che fa riflettere, soprattutto per l'aspetto psicologico che hai interpretato con grande intuizione.
    Cristiana

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sai, @Cristiana, conservare la capacità di tenere lo sguardo aperto sul resto del mondo è un esercizio cui mi sento portata, istintivamente, ma è anche un aiuto, quotidiano e necessario, per distrarsi/mi quanto basta per mantenere il senso della realtà.
      Un saluto affettuoso,
      S.

      Elimina
  4. Quando avevo sei anni e andavo in prima avevo tra le mie compagne una bimbetta un po' come il tuo Finnlandia, scattante, velocissima, linguetta tagliente come una spada, occhi vispi e intelligentissimi. Maria Teresa. Un puffo di 80 centimetri che non stava mai ferma, che non stava mai zitta. Per questo spesso dietro la lavagna a ridere come una matta. E noi con lei. Qualche minuto prima della fine delle lezioni si apriva la porta della classe e compariva sua mamma, una bella signora sempre preoccupata, sempre col fiatone. "Ho corso, pensando di essere in ritardo. Sennò non la trovo più quella lì" Era la sua tiritera giornaliera. Io ero un ragazzino, come Mimmo, come Marcellino ma facevamo i nostri commenti, tipo "Ma perché non la fa tornare a casa da sola, come noi?"
    "Abita qui vicino, mica se la rubano" Poi un giorno mia mamma, stanca delle solite chiacchiere che le facevo sul conto di Maria Teresa, mi spiegò che lei da piccolissima aveva avuto una malattia grave e che la madre temeva che potesse ricaderci ancora. Non credo di averci capito tanto, ma confabulammo a lungo io e i miei amichetti. "Forse sta per morire", disse Linceo. Poi Rodolfo, che era figlio del medico di famiglia di Maria Teresa ci disse che lei era sempre molto debole e che sua madre a casa la teneva sempre a letto oppure sopra una poltrona ben coperta anche d'estate. E poi niente corse e niente mare, eh sí che da noi ce n'era tantissimo.
    Dopo il primo bombardamento sparimmo tutti. Al ritorno a guerra finita la famiglia di Maria Teresa non tornò più. Non ne ho saputo più niente.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vedi, carissimo, credo ci siano tante storie così, storie che segnano la vita e la prospettiva delle persone coinvolte, spesso anche in maniera esagerata, forse addirittura patologica. Bada bene, non è questo mio un giudizio, tutt'altro: è una constatazione di impotenza e, insieme, una condivisione, un senso di umana partecipazione.
      Tschüss, mein Freund,
      S.

      Elimina
  5. Spero per il nostro biondo amico, che la madre ragazza non riversi tutto in questo miracolo di vita...sarebbe un peccato...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ecco, vedi, Gioia, tu hai posto l'accento sull'aspetto più drammatico, quello cui ho accennato nella risposta a Vincenzo: la possibilità che la madre ragazza non si affranchi mai completamente dal suo trauma.
      E' giusto, stragiusto, quanto scrivi:
      "Spero per il nostro biondo amico, che la madre ragazza non riversi tutto in questo miracolo di vita...sarebbe un peccato..."
      Io l'ho pensato, poi non l'ho scritto nel post, ho voluto, come tante altre volte, come a me piace spesso fare, sperare che qualcuno rilevasse quest'aspetto.
      Sai, io glielo auguro, @Gioia, glielo auguro di cuore alla madre ragazza di affrancarsi dal suo dolore, sì per la vita di suo figlio, ma anche, e tanto, per la sua.
      Ti abbraccio forte, sono troppo felice che tu abbia scritto quel che io, forse, non sono riuscita neanche troppo a suggerire.
      Ciao, bella dentro,
      S.

      Elimina
    2. E' la maestritudine. Non sono io. Agisce in modo autonomo.
      Sono felice di aver letto (anche) quello che volevi scrivere.
      Bacio ragazza :)

      Elimina
    3. Ricambio il bacio e ti ringrazio

      Elimina
  6. se il bimbo è nato così piccolo, la madre ha avuto modo di allenarsi quotidianamente all'apprensione, la immagino quando ogni mattino arrivava in ospedale chiedendosi se anche quel giorno si sarebbe rinnovato il miracolo di trovarlo vivo. quell'apprensione ti resta dentro anche ora che il figlio è grande e grosso. è l'impossibilità di essere felici, il miracolo può essere sempre revocato.
    massimolegnani

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' giusta ed estremamente lucida la tua riflessione, @Carlo, e io ci vedo dentro il tuo essere medico, il tuo contatto quotidiano con il trauma affettivo determinato dalla malattia.
      E' in quel "il miracolo può essere sempre revocato" la chiave di tutto.
      La mia esperienza personale di malattia, (una roba davvero seria, ormai di qualche anno fa e forse superata), mi ha portato alla stessa conclusione, che è una conclusione difficile da introiettare, ma assolutamente realistica e necessaria.
      Però, ad onor del vero, la stessa pesante incertezza sul futuro che prende casa dentro chi sta male e/o dentro i suoi cari, ti genera dentro un'altra forma di certezza-necessità: ribaltare la scala delle priorità, vivere il più intensamente possibile, per poter dire di non aver sprecato nulla in termini di umanità, lasciando agli idioti e ai perditempo le loro paturnie senza domani.
      Un abbraccio,
      S.

      Elimina
  7. Che bella è la Natura che fa questi miracoli. Solo la Natura, senza il bisogno di santi vari.

    RispondiElimina

Da amministratrice unica del mio blog mi riservo di decidere il destino dei commenti "inopportuni", offensivi e/o minacciosi. Sempre.