giovedì 19 ottobre 2017

la diagnosi (pensieri di una donna folle)


Quando le comunicarono la diagnosi, quando la valanga di neve la ricoprì di incredulità e paura, al punto da non riuscire ad avvertire più neanche il freddo di tutta quella neve addosso, Irene rimase ferma e muta, si sentì come un palo della luce in pieno giorno: inutile, insensata.
Pensò che se ci fosse stata ancora sua madre avrebbe sicuramente pensato subito a lei, le avrebbe chiesto conforto e speranza, si sarebbe impegnata con lei a guarire. 
Ma sua madre non c'era, anche se forse la stava guardando più di altre volte.
Subito dopo pensò all'uomo che amava, quello cui aveva detto tante volte: 
io e te siamo nati dallo stesso uovo e a me piacerebbe essere il tuorlo, così tu, da albume, mi potresti abbracciare e tenermi al caldo
Perché quello era il suo modo di dire le cose importanti, smontandole un po' perché non apparissero troppo solenni, in ossequio al principio della leggerezza come l'aveva recitata Calvino; ogni volta che c'era qualcosa di importante da dire, Irene si sforzava di smontarla un po', di darle un passo da cartone animato.
Sì, pensò proprio a lui, al suo albume: gli avrebbe dovuto dire tutta la verità. 
Le sembrò difficile però: s'era ricordata della storia che lui le aveva raccontato dopo poco che s'erano conosciuti, la storia di quella ragazza che aveva amato più di tutte, la stessa che la vita gli aveva sottratto mentre stavano ancora decidendo come si sarebbero amati.
Irene si ricordò di quella storia, della ragazza di cui lui le aveva mostrato una foto, e pensò che ora, forse, la vita avrebbe potuto sottrargli anche lei, nonostante tutto, nonostante loro due avessero già deciso di amarsi senza porre alcuna condizione.
E' che la paura le si era messa addosso e non la lasciava più e il ricordo della ragazza le sembrava un segnale malvagio, il disegno di un destino che s'accaniva, contro di lei e contro di lui.
La paura le stava tutta dentro, le camminava nelle gambe, ma la paura, dopo poco, Irene cominciò a sentirla anche per lui, perché un destino che si accanisce così è il più difficile da combattere e perché un destino che ti sottrae due volte l'amore è proprio troppo.
Nella sua incertezza, Irene sentiva di doversi legare ad ogni appiglio di vita, di doversi concedere anche la più infantile delle spiegazioni e la più ingenua delle speranze: perciò si convinse che era impossibile che lui fosse così sfortunato.
Anche per questo, per l'inaccettabilità di un destino infame che medita di ripetersi senza rispetto per nessuno, pensò forte: io devo guarire, ora lo chiamo e glielo dico.

16 commenti:

  1. ....e come glielo dice? (mo so curioso)

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    1. ehi! ma dai! mi vuoi far cadere nel "telenovellame" estremo?
      :-PP

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  2. che dirti se non che affascinato ti ho rubato la metafora dell'uovo.
    Irene è la donna per antonomasia, quella che nel proprio dramma sa trovare un motivo di salvezza nell'aiuto all'altro.
    massimolegnani

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    1. Hai ragione, Carlo, quello che scrivi è profondamente vero:
      distrarsi da sé, soprattutto nel momento più difficile, aiuta a combattere meglio.
      Io credo che tu, da medico, lo possa capire meglio di altri.
      Un abbraccio sentito

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  3. Questa donna è una santa e una martire: le hanno appena comunicato che lei è una malata terminale a breve scadenza del suo contratto e lei a che ti va a pensare? Alla tremenda sfiga che avrebbe il suo uomo, che già una volta ha perso la sua amata. Cavolozzo fritto, Vincenzo! Dimmi la verità: tu che avresti pensato ex abrupto appena saputa la notizia?
    Eh...non so...ma di sicuro mi sarebbe venuto su...che so...un gran senso di stizza. Innanzi tutto mi sarei dato una gran grattata a pelo dei zebedei...così tanto per esorcizzare la mala sorte. Poi avrei incominciato a pensare che sto omo che m'ero scelta...insomma era proprio un porta sfiga della madonna...prima ha fatto fuori la bruna, adesso fa fuori la rossa, cioè a me...eh machecazzo...proprio m dovevi incontare amore mio...proprio a me me dovevi inguaià...ma vatte a fa benedì che è mejo.

    PS. Sì lo so, sono blasfemo e irritante, ma a me quando me se pija...me se pija... che te posso fa Sabì.Ahahahahaha. Scusa Sabi, stasera me girà così...ma niente di personale, ci mancherebbe.

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    1. Capisco il tuo spirito burlone (ci vuole anche quello), ma la storia non è così semplice...te lo posso dire con piena certezza.
      Certo che Irene ha pensato anche alla sfiga...ma non ci si è soffermata più di tanto.
      Bis zum nächsten Mal,tschüssi,
      S

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  4. Ecco, oggi è un altro giorno e la risarola è risalita al gargarozzo fino ad esaurirsi. Certamente la storia non è una burla, accidenti a me. Nobile atteggiamento pensare a chi resta privo di te. Alcuni anni fa ebbi un improvviso dimagramento con perdite di sangue intestinali. Persi sei chili in cinque settimane. Feci le analisi del sangue con la certezza di avere un cancro. Anche il mio medico lo sospettava. Vissi i tre giorni in cui attesi l'esito degli esami con la certezza della mia imminente fine. Unico dubbio quando sarei entrato in uno stato cachettico. Quanti mesi di lucidità ancora mi rimanevano. Il primo doloroso pensiero fu il dovere abbandonare una vita che ancora mi sorrideva -ero da poco un cinquantenne-ma dopo, ti prego di credermi, iniziai a commuovermi al pensiero dei miei figli orfani in così giovane età e di "lei" che rimaneva senza il proprio uomo. È stato un pensiero lacerante che non mi ha fatto dormire alla notte, ed anche gelosia:lasciarla giovane e bella ad un altro, perché -pensavo- impossibile che una quarantasettenne così ancora fresca ed attraente rimanga sola a lungo. E poi nemmeno è giusto. E poi un pensiero: quanti anni passeranno prima che lei si dimentichi delle piccole cose che ci univano? Non le grandi, tipo i figli, ma le piccole, che poi sono il senso del vivere in due, dell'arrembaggio quotidiano alla vita?
    Entrai già moribondo nella Praxis del mio medico quella mattina per ricevere la conferma e quando lui, con gli ochi che gli brillavano -grazie doc- mi disse che era tutto negativo io in quel momento -12 aprile 1985 alle ore 09,30- sono nato per la seconda e definitiva volta, e come vedi porto scolpito nella memoria quella data.
    Però ti do ragione: anche io avevo pensato a "lei" che restava sola. Forse era solamente egoismo. Non lo so e non me lo sono mai chiesto. Me lo chiedo ora che sto facendo queste riflessioni a posteriori insieme a te.

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    1. Non era egoismo, no, era attaccamento alla vita, che non è mai da intendersi nel senso della propria e basta, perché la vita di ognuno è fatta anche della vita di chi ami.
      Un abbraccio,
      S

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  5. Si sente eccome...che puoi dirlo con estrema certezza.
    Bello bello bello.
    Anch'io tuorlo.

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    1. Bellissima soprattutto la chiusa: "Anch'io tuorlo".
      Un bacione,
      S.

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  6. la fortuna delle donne, è che hanno la capacità di trovare la salvezza nelle proprie depressioni e nei propri drammi... fa bene dentro saperlo fare

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  7. La roba del tuorlo e dell'albume è proprio forte!

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  8. L'amore scioglie la neve che ci è scivolata dentro. Che donna questa che ci hai descritto così bene!

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    1. ...però, @Alberto, questa donna non è un 'eroina, non nel senso dell'abnegazione fine a sé stessa, piuttosto è una che si arma contro il destino e sfrutta anche le opzioni più impensabili

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