mercoledì 6 dicembre 2017

la favola dell'amore che perse la ragione


"Lo faremo in un'altra vita" disse lui convinto.

"Non ci sarà un'altra vita, non c'è più abbastanza convinzione per credere in una seconda possibilità" ribatté lei.

L'uomo si sentì gelare: un'altra vita era stata la loro convinzione per anni, ne avevano intessuto la trama come se fosse una cosa disponibile, umanamente possibile nelle loro mani.
Si salutarono così, senza aggiungere una parola in più.

Passarono molti decenni da quell'addio. Le loro vite finirono per vecchiaia e per malattia, altre vite presero il posto delle loro.
Dei due sopravvisse un ricordo sempre più sbiadito, fatto di foto stinte e di racconti via via più imprecisi; ad ogni passaggio di generazione uno, due, cento particolari della loro storia scivolavano via dai racconti dei figli e dei nipoti: se li portava il fiume della dimenticanza, esattamente come s'era portato via le chiavi di casa che lei aveva fatto scivolare giù da un ponte dopo averlo salutato, scrivendo la fine di qualunque sogno comune.
Erano passati dunque vari decenni, quando un ragazzo e una ragazza, insieme a molti altri, si trovarono insieme in un'escursione organizzata dalla pro-loco in un posto incantevole e, pregio tra i pregi, poco conosciuto. Il gruppo era composto da turisti di provenienze diverse, in gran parte giovani. 
Il ragazzo e la ragazza si guardarono subito come due che si incontrano da sconosciuti, ma che sanno di conoscersi da un tempo impossibile da definire razionalmente.
Mangiarono panini fianco a fianco. La birra se la passarono a sorsate, direttamente dalla bottiglia.
Alla fine di quella giornata avevano trovato il modo di raccontarsi tantissime cose e persino di tornare indietro nel tempo alle loro storie di provenienza.
Così, quando ridiscesero in paese, chiacchiera su chiacchiera, quasi che dovessero narrarsi anche il futuro, finirono per rimanere insieme tutta la notte.
Sembrava una storia di quelle che possono durare il tempo di un briciolo di estate, ma anche, forse, inaugurare un nuovo ciclo dell'esistenza: di fatto iniziarono a frequentarsi con la sensazione di essere entrambi, da decenni,  in attesa di svuotare  il forziere della loro fantasia e di completare un disegno già abbozzato, chissà quando, chissà dove e chissà da chi.
Poi, un giorno più lungo di altri, lui disse qualcosa, qualcosa senza apparente rilevanza, ma che accese in lei una fiammella, come se le fosse risalito da non so dove un ricordo, un ricordo che non era suo, ma che le apparteneva comunque:

"Ci conosciamo da poco, ma ho l'impressione di conoscerti da sempre, come se avessimo condiviso un percorso pure mentre eravamo distanti, sconosciuti uno all'altra"

Lei lo guardò con un'espressione indecifrabile, mentre una marea indistinta le risaliva dentro. Quella frase le ricordò di una storia strana, un po' da matti, che sua madre le aveva raccontato quand'era adolescente. La nonna era morta da poco e sua madre le aveva riferito una storia che anche a lei era stata raccontata quand'era adolescente. Una storia senza né capo, né coda, che si capiva poco, come fosse una storia inventata da uno mezzo matto, una storia un po' sopra e fuori le righe, della quale né sua madre, né sua nonna avevano mai saputo dire chi, nella loro famiglia, l'avesse raccontata per primo.
Era una storia d'amore, senza inizio e senza fine, una storia forse del tutto inventata.
Era il racconto di un amore mancato ed era impossibile da riferire in forma compiuta, anche se finiva sempre con la stessa ammonizione: non bisogna credere ad una seconda possibilità se la prima se n'è andata senza un perché degno di questo nome, perché l'amore, a modo suo,  esiste finché trova la sua ragione d'esistere e la ragione è una soltanto, una per ogni amore, e solo quella.
Proprio quella storia strampalata e l'ammonizione che la chiudeva risalì prepotente alla mente della ragazza.
E proprio per via di quella storia strampalata e dell'ammonizione che la chiudeva, la ragazza  sentì di dover rispondere così all'invito:

"Non ci sono altre vite in cui credere, non c'è mai una seconda, vera possibilità".

Recitò la frase con aria stralunata, poi gli diede un bacio appena appena poggiato e se ne andò così, senza aggiungere altro, senza dare spiegazioni: sentiva di non poter fare diversamente, sentiva ch'era necessario, giusto e consigliabile scegliere di andarsene subito.
Forse era arrivato il momento di dare compimento a quella storia da matti e di dare ascolto a quell'ammonizione.

k

9 commenti:

  1. mi hai preso in contropiede, mi aspettavo un finale opposto.
    piaciuto il gioco sul significato ambiguo di "ragione" che sin dal titolo non si riferisce, come poteva sembrare, al "senno", ma al motivo fondante di un legame, la sua "ragione d'essere".
    e piaciuto anche questo mantenerti leggera sul crinale del surreale senza affondare il colpo nè calcare la mano.
    massimolegnani

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    1. Grazie, Carlo!
      Sai, proprio perché si tratta di una storia surreale ho tenuto la mano leggera, come scrivi tu. E' una storia scaturita da una fantasticheria, ma appoggia su alcuni elementi realistici.
      E, comunque, io sono affascinata "dal ripetersi e concludersi" delle vicende, dall'andamento quasi magico che governa alcune vite.
      E' il filo dell'irrazionale che brilla come una cometa.
      Un abbraccio

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  2. Io invece, a differenza di Carlo, pensavo che la storia non potesse CHE FINIRE COSÍ. Ma certamente qualcuno, magari in Norvegia o in Egitto tra una sessantina di anni racconterà in un blog, oppure su un libro, oppure in un film o in un testo teatrale che due ragazzi si incontrano magari sui monti del Perù, oppure sui Pirenei per mangiare l'unico panino rimasto e bersi l'unica birra, mai visti primi, ma presi l'uno dall'altra così improvvisamente come travolti da un'unica passione. E andranno avanti finché uno dei due dirà all'altro "non ti avevo mai vista ma è come fossimo vissuti sempre insieme". Allora lei risponderà che non ci sono altre vite in cui sperare "e non ci sono altre possibilità", e lui stavolta se ne andrà senza voltarsi indietro e camminerà cento e più anni fino a quando entrerà in una specie di bettola, illuminata con torce e candele e vedrà in un angolo LEI, incontrata nel XII secolo, vestita come allora che gli dirà: "Visto che avevo ragione io? Sei ritornato da dove tutto è incominciato". Allora lui pronuncerà soltanto una parola: "Perché?". "Perché questo è il senso della storia: la vita non si ripete perché è solamente una che si tramanda in altre senza avre mai fine. Questa è la condanna di cui ti parlai allora: mai smettere questa corsa, questa ricerca di novità. Adesso siediti e finisci il tuo pasto. Sarà diventato freddo l'arrosto dopo così tanto tempo".

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    1. Bellissima la tua versione, amico mio, e sembra anche perfettamente in linea con l'idea che nutre questa mia favola.
      Grazie!

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  3. Ne sono fermamente convinta..."non c'è mai una seconda, vera possibilità"...

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    1. Oggi penso tu abbia proprio ragione, bellezza, e te lo dice una che "ha ritentato" in due diverse occasioni

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  4. Bellissimo.... e ne son anche convinto che non "non c'è mai una seconda, vera possibilità".

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    1. Grazie, Boh!
      Pensa che persino io, testarda come pochi sulla terra, ho verificato sulla mia pelle che non c'è una seconda, vera possibilità. Ho ripreso il tuo secondo aggettivo, "vera", perché dà un significato determinante e lucido alla tua affermazione

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    2. E' quel 'vera' che fa la differenza... non è mia un vera seconda possibilità ;)

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