martedì 2 gennaio 2018

realtà e finzione sono sorelle

Ci sono quelli che del dolore si fanno un abito e il più delle volte è un abito piccolino, come piccolino (e tante volte addirittura  finto) è il loro dolore rispetto a tanti altri.
Ci sono quelli che con l'abituccio del dolore e della lamentazione perenne ci nascono e/o ci vengono cresciuti o entrambe le cose.
Perché, dai, è inutile negarlo: ci sono famiglie più adatte di altre a crescere questi primi attori e prime attrici dell'insoddisfazione.
Ci sono madri, per esempio, che raccontano ai figli che ogni cosa è loro dovuta e che, se non arriva, la colpa è soltanto del mondo crudele e delle troppe persone ingenerose.
Ci sono padri che infondono nei figli l'idea di possedere un'originalità fuori discussione, un talento d'eccellenza, convincendoli del fatto che sarà solo per invidia se gli altri, gli estranei, non riconosceranno quel particolare marchio di nobiltà.
Ci sono persone che stanno sempre male, vuoi perché afflitte da malanni fisici di bassa entità, (e mai più che nella media), vuoi per insoddisfazione perenne e, soprattutto, perennemente rincorsa.
Ci sono persone che se non si dichiarano continuamente infelici, non riescono a vivere e forse neanche ad esistere.
Per molti di questi casi umani la negatività della sofferenza finisce per equivalere ad una sorta di forte identità sostitutiva, l'unica possibile dal loro punto di vista per rapportarsi con il resto del mondo.  
Le persone così fatte sembrano impegnate in una sorta di auto-bendaggio, là dove le bende, sempre più strette e tirate, sono quelle dell'infelicità, quale marchio incompreso di nobiltà d'animo e di intelletto, del destino cattivo, della malevolenza del mondo e via discorrendo. E si tratta di roba per lo più totalmente auto-inflitta.
Prima o poi, ma comunque sempre abbastanza presto, nell'esistenza di questa gente, si arriva ad un punto in cui quelle bende si sono così attaccate alla pelle da non poter essere più tirate via, pena il rischio di rimanere "scuoiati", ovvero privi di pelle/identità. 
Sono anche queste le persone che non sanno e non vogliono affrontare né la difficoltà, né il dolore, né- diciamola tutta- la fatica di esserci. Sono cause perse in partenza, così credo ormai.
Se ne incontrano molte di persone così, forse nel virtuale ancor più che nel reale.
Ho scritto ad un amico che io non credo,non ho mai voluto credere, alla separazione netta tra il  virtuale (totalmente  finto e inattendibile sotto il profilo della "verità" di una persona) e la realtà. La schizofrenia va lasciata agli addetti al settore, perché, così credo, c'è sempre un anello di congiunzione tra quello che siamo e quello che esprimiamo, persino quando facciamo finta o mentiamo spudoratamente, perché persino la menzogna, per qualche verso,  ci somiglia, ed è assolutamente la nostra, unica ed originale come tutto ciò che ci caratterizza.
In ogni caso, io mi voglio occupare della realtà, soprattutto questo mi riprometto per l'anno appena iniziato.

6 commenti:

  1. Immagino che tu lo abbia scritto e che tu lo pensi veramente.
    Mi piace il discorso sulle famiglie dei piagnoni. Eccellente.
    Non nego che anche a me da piccolo -non ricordo più chi fosse, non però i miei genitori- che ad ogni piccolo insuccesso mi parlava dell'invidia degli altri nei miei confronti, la stessa persona che esaltava fuor di misura ogni mio successo scolastico como un milagro del ciel. La mia fortuna è la mia natura. Non mi sono mai vantato dei miei successi né depresso wegen meinen Niederlagen, le ho considerate queste come incidenti di percorso ed ho tirato avanti senza afflizioni né piagnucolii. E ringrazio mia madre che mi diceva allora di fare l'esame di coscienza per trovare il mio errore, mentre papà mi incitava a mettercela tutta alla prossima, come se niente fosse successo.
    E mi ha giovato il periodo in cui sono stato fanciullo: niente radio o TV, niente telefonini niente cose strane, solo la nostra fantasia. In un certo senso anche il fascismo mi ha giovato insegnando a noi maschietti, che un giorno saremmo diventati uomini e che gli uomini non piangono come femminucce.
    Per fortuna a me le femminucce piacevano tutte fin da quando ero ancora un piscione di due anni, altrimenti le avrei snobbate come merce di scarto. Io non scartavo quasi nessuna fin da piccolissimo: Elena Villotti aveva due anni, io pure; Rosanna Formilli quattro,come me; Giuliana Guglielmotti sei anni, compagna di classe; Maria Teresa Perticarà otto anni,in terza elementare; Maria Alba dieci,in quinta classe; Marianna Barbani tredici, all'esame di terza media; Carmen Ligresti quattordici, al quarto ginnasio. Ci metto nome e cognome, chissà quante di loro ancora sono in vita, chissà che non mi leggano e magari si ricordino ancora di me. Io mi ricordo di sicuro di loro. Potevo mai svilupparmi come malaticcio, stanco, deluso? Non mostrarmi come Aiace Telamonio, che magari si ammazza ma non implora le armi di Achille, che a lui sarebbero spettate?
    Forse sono vanitoso? Superbo direi piuttosto, di essere come sono, ed appunto per questo me ne vanto.

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    1. Certo che lo penso veramente!
      Sai, ho fatto parecchia esperienza sul campo, anche molto da vicino, ahimé. Per molti anni ho cercato le ragioni e le motivazioni di certo pesantissimo modo di essere, ma trovarle, così ho capito più tardi, non serve a nulla: chi nell'ostentazione dell'infelicità e dell'incomprensione si è fatta una nicchia è, praticamente sempre, una persona egoista, tanto affamata di attenzione e di riguardi, quanto è indifferente o addirittura aggressiva nei confronti degli altri.
      Poi, nella pratica, ci sono i più abili, che riescono a darsi una patina dorata di intellettualità per giustificare il loro egoismo, convinti di essere destinati a sopravvivere nella Storia.
      Quel che tu chiami, in coda al tuo commento, superbia, io mi permetterei di chiamarlo orgoglio e dignità, ché la superbia, quella cattiva e rancorosa, va lasciata ai già citati "dolenti e incompresi": nel loro cocktail esistenziale non manca mai quella dose di disprezzo verso il resto del mondo, di superbia di quella nera e tossica,non credi?

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  2. "...si arriva ad un punto in cui quelle bende si sono così attaccate alla pelle da non poter essere più tirate via, pena il rischio di rimanere "scuoiati", ovvero privi di pelle/identità".
    Bellissima riflessione.
    Geniale.
    Anzi, come diceva mio figlio da piccolissimo, "geniabile".
    :)

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    1. mi è venuta lì per là...
      Mi piace geniabile!

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  3. Ottimo proposito quello formulato nel tuo epilogo, ma sognare in modo costruttivo è credo sempre importante. La finzione, brutta bestia, ignoriamola.

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    1. Sì, @Daniele, sognare è anche vivere, purché il sogno sia il motore dei sogni e non sostituisca la vita concreta.

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